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La Rivoluzione islamica che ancora ci tormenta

Ricordate l'ebreo Simon Farzami? È uno degli 860 giornalisti processati, arrestati, imprigionati e in molti casi giustiziati in Iran tra il 1979 e il 2009. Un dossier di Reporter senza frontiere

13 Febbraio 2019 alle 06:00

La Rivoluzione islamica che ancora ci tormenta

Gennaio 1979, iraniani inneggiano al ritorno dell'ayatollah Khomeini per le strade di Teheran (foto LaPresse)

Roma. Poliglotta, coltissimo, spirito europeo (era nato in Svizzera), Simon Farzami era un’istituzione fra i giornalisti iraniani. Faceva lo stringer per il Daily Telegraph, firmava sul Journal de Teheran (chiuso subito dai khomeinisti) ed era il numero due dell’ufficio della France Presse nella capitale iraniana. Farzami si rifiutò di abbandonare il paese nel 1979, quando Khomeini lanciò la sua Rivoluzione islamica. Diceva che a settant’anni non avrebbe retto all’angoscia dell’esilio. Adesso, grazie a un dossier di Reporter senza frontiere (Rsf) presentato a Parigi con la Nobel Shirin Ebadi, proprio mentre in Iran si celebrano i 40 anni della Repubblica islamica, sappiamo che Farzami è stato giustiziato dopo un processo di sette minuti. Aveva la “colpa” di essere ebreo (“sionista”, in gergo rivoluzionario).

 

Farzami compare fra gli 860 nomi di giornalisti processati, arrestati, imprigionati e in molti casi giustiziati in Iran tra il 1979 e il 2009. Un archivio realizzato da Rsf grazie ad alcuni whistleblower del regime. C’è il nome della giornalista irano-canadese Zahra Kazemi, uccisa in carcere, accanto a quello del blogger Omid Reza Mir Sayafi, che si è tolto la vita dietro le sbarre. C’è il principale scrittore e giornalista dissidente, Ali Akbar Saidi Sirjani, morto sotto tortura, reo di sostenere che gli iraniani avevano una tradizione preislamica di rispetto dei diritti individuali e di lotta contro la tirannia. C’è Saeed Soltanpour, portato via dal regime durante la propria festa di nozze e il Cui cadavere fu riconsegnato il giorno dopo alla moglie. Era stato accusato di “fare guerra ad Allah”, giudicato e fucilato, tutto in sole dodici ore. C’è Rahman Hatefi, romanziere e giornalista, gli aprirono le vene durante l’interrogatorio e lo lasciarono morire dissanguato. C’è Mehdi Shokri, ucciso con due pugnalate agli occhi perché aveva scritto una poesia che derideva la tesi ufficiale secondo cui l’immagine dell’ayatollah Khomeini era apparsa in cielo. Il segretario generale di Rsf, Christophe Deloire, ha detto che il gruppo ha passato mesi a controllare i casi documentati. Oltre ai giornalisti, Rsf sciorina la cifra di 61.900 prigionieri politici dagli anni Ottanta. Ci sono anche le prove del massacro del 1988 in cui quattromila dissidenti furono giustiziati per ordine di Khomeini. L’Iran ha sempre negato che un simile massacro abbia avuto luogo.

 

Tecnicamente, Siamak Pourzand non è stato ucciso. Si è buttato dal sesto piano della sua casa a Teheran. Era il decano del giornalismo iraniano, accusato di “propaganda contro il sistema islamico”, scriveva per i Cahiers du Cinema e venne interrogato e torturato nonostante avesse settant’anni. E di penna si continua a morire sotto il “moderato” presidente Rohani.

Come Hashem Shabani, poeta iraniano giustiziato con l’accusa di essere “un nemico di Dio”. Aveva scritto prima dell’esecuzione: “Per sette giorni mi hanno urlato: ‘Stai facendo la guerra ad Allah. Non è abbastanza per morire?’”. 1979-2019, quarant’anni di Rivoluzione islamica che continua a tormentare l’occidente, Israele e il popolo iraniano. Pochi giorni fa, gli ayatollah hanno mandato alla forca un altro cittadino accusato di omosessualità. Si calcola che tra quattro e seimila omosessuali sino stati giustiziati dall’Iran in questi ferali quarant’anni di rivoluzione islamica e di appeasement occidentale.

Giulio Meotti

Giulio Meotti

Lavora al Foglio dal 2003. Si è laureato in Filosofia. Ha scritto per il Wall Street Journal. È autore di quattro libri su Israele, alcuni tradotti in più lingue. È sposato. Ha due figli.

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