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Perché si protesta a Belgrado? Appunti su Vucic, europeista controverso

I manifestanti chiedono libertà di stampa, il presidente replica irriverente. Per Bruxelles la candidatura all'Ue non è in dubbio 

9 Gennaio 2019 alle 11:22

Perché si protesta a Belgrado? Appunti su Vucic, europeista controverso

I manifestanti protestano a Belgrado contro il presidente Vucic: "Uno su cinque milioni", c'è scritto sullo striscione (Foto LaPresse)

Roma. Sabato scorso era il quinto e il prossimo, probabilmente, sarà il sesto. La Serbia insorge lentamente, protesta con rabbia composta contro Aleksandar Vucic. Presidente della nazione dal 2017, prima premier e prima ancora ministro della Difesa per un anno e ministro dell’Informazione fino al 2000. Ma erano altri tempi, c’era Slobodan Milosevic e Vucic fu il firmatario di una legge che limitava l’attività dei media. Ora ha rinnegato il suo passato al fianco del leader accusato di crimini contro l’umanità dal Tribunale penale dell’Aia. Disconosce quel periodo: “Non nascondo di essere cambiato, ne sono orgoglioso”, disse nel 2012 in un’intervista rilasciata all’Agenzia Afp.

 

Qualche ossessione però deve essergli rimasta, come quella per la stampa. I manifestanti dicono che Vucic sta limitando il potere dei media e vuole sopprimere ogni tentativo di opposizione, che si tratti di politici o giornalisti. Quando a novembre è stato aggredito Borko Stefanovic, esponente dell’opposizione picchiato a colpi di spranga nella città di Krusevac, negli ambienti studenteschi e tra gli intellettuali si è diffuso un senso di smarrimento. Più quell’aggressione rimaneva senza colpevoli più lo smarrimento diventava rabbia e infine la rabbia è stata organizzata e si è trasformata in una protesta ostinata e convinta che inizialmente aveva coinvolto soltanto poche centinaia di persone.

 

La partecipazione è cresciuta di settimana in settimana fino a raggiungere le quindicimila persone di sabato scorso, che hanno sfilato in una Belgrado gelida e innevata sventolando bandiere serbe e reggendo striscioni con la scritta “1 od 5 miliona”, uno su cinque milioni. La scritta nasceva da una provocazione del presidente serbo, che ha avvisato i cittadini che non li avrebbe ascoltati neanche se fossero scesi in strada cinque milioni persone, cifra irrealizzabile dal momento che la popolazione in Serbia conta circa sette milioni di abitanti. Poi ha sfidato i partiti di opposizione proponendo elezioni anticipate: “Vediamo se i serbi questa volta sceglierebbero di nuovo me o voi”.

La vittoria di Vucic è un’opzione reale, i sondaggi a ottobre lo davano oltre il 53 per cento. Queste proteste sono importanti, rilevano il malessere di una popolazione, ma come era accaduto per esempio in Ungheria coinvolgono una parte ridotta delle popolazione, attaccata a dei valori ai quali non tutti in Serbia sono interessati. A Budapest, le proteste di massa sono iniziate quando il governo populista di Viktor Orbán ha toccato argomenti che cambiavano la quotidianità dei cittadini, varando a dicembre la “legge schiavitù” che impone un aumento delle ore di straordinari. La Serbia è tra i paesi candidati a entrare nell’Ue nel 2025, anno in cui l’Unione potrebbe arrivare a comprendere 33 paesi e l’allargamento riguarda soprattutto i Balcani.

 

Belgrado ha un atteggiamento controverso per la sua storia, per il suo presidente, per il conflitto con il Kosovo e soprattutto per i rapporti con la Russia: proprio lunedì Vladimir Putin ha conferito a Vucic l’Ordine di Alksander Nevski, una riconoscenza per il grande contributo allo sviluppo della cooperazione tra i due paesi. “La Serbia ha fatto tanto, ma è ancora all’interno di un processo, le rimangono riforme importanti da approvare”, dice al Foglio Maja Koncijancic, portavoce dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza Federica Mogherini. “Uno dei presupposti più importanti per l’ingresso nell’Ue, e riguarda tutti Balcani, è una completa riconciliazione”. Ma intanto Belgrado manifesta contro il suo presidente, lo accusa di non rispettare diritti fondamentali, valori indispensabili per essere un paese membro come la libertà di stampa e il pluralismo. Ma per Bruxelles, per ora, queste manifestazioni non sono un freno per l’ingresso di Belgrado: “L’Ue sostiene la libertà di riunione quando viene organizzata in modo pacifico e così sta succedendo a Belgrado”, conclude Maja Koncijancic.

Micol Flammini

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