L'inferno dei khmer rossi è uscito dalla Sorbona

Giulio Meotti

Khieu Samphan, da Parigi alla condanna per genocidio. Storia di un dottorando

Roma. “In quanto intellettuale, non ho mai voluto altro che la giustizia sociale per il mio paese”, aveva detto in tribunale Khieu Samphan. Oggi, in quanto dirigente di spicco dei khmer rossi, Samphan è diventato il primo cambogiano a essere condannato per “genocidio” per quanto ha fatto sotto il regime di Pol Pot (1,7 milioni di morti, un quinto della popolazione cambogiana). Nel libro di Rithy Panh, “The Elimination”, l’autore si domanda: “Voglio capire come persone colte, degli intellettuali, abbiano fatto questo”. Una vicenda ormai nota quella del genocidio cambogiano. Meno nota è invece la formazione tutta “europea” di questo ideologo del genocidio.

  

Eccolo l’elenco dei quadri dirigenti dei khmer rossi: “Hou Youn: dottorato di ricerca in economia conseguito a Parigi”. “Ieng Sary: studi universitari a Parigi”. “Ieng Thirith: studi a Parigi”. “Khieu Ponnary: studi universitari a Parigi”. “Khieu Samphan: dottorato di ricerca in economia conseguito a Parigi”. “Ok Sakun: studi universitari a Parigi”. “Pol Pot: studi universitari a Parigi”. “Son Sen: studi universitari a Parigi”. “Suong Sikoeun: studi universitari a Parigi”. Uno dei principali responsabili degli orrori dei khmer rossi, Khieu Samphan, ha conseguito un dottorato alla Sorbona. Nella sua tesi, Samphan sosteneva che il lavoro svolto dai non-agricoltori era improduttivo: banchieri, burocrati e uomini d’affari non danno nulla alla società. Succhiano come parassiti. “La distinzione operata dall’economista scozzese Adam Smith tra lavoro produttivo e improduttivo merita di essere attentamente considerata qui” scrisse Samphan nel suo delirio ideologico.

  

In nome di queste idee i khmer andarono a caccia di chi non avesse calli alle mani. Intanto le idee di Samphan furono considerate con favore dagli intellettuali francesi che gli conferirono il dottorato. I khmer rossi evacuarono le città, spinsero gli abitanti nelle campagne, chiusero le banche, bandirono l’uso della valuta e distrussero i mercati. Come racconta Peter Fröberg Idling nel libro “Il sorriso di Pol Pot”, Khieu Samphan un giorno disse ai suoi: “La prima cosa da fare è distruggere la proprietà privata. Ma la proprietà privata esiste sia sul piano materiale che su quello immateriale. Evacuare le città era la strategia giusta per distruggere la proprietà privata. Ma la proprietà immateriale è più pericolosa, ed è costituita da tutto ciò che percepite come ‘vostro’, tutto ciò che credete esista in relazione a voi stessi: i vostri genitori, la vostra famiglia, vostra moglie. Per questo siete stati separati: uomini con uomini, donne con donne, bambini con bambini. Anche la conoscenza che avete racchiusa nella vostra mente, le vostre idee, sono proprietà privata immateriale. Per diventare veri rivoluzionari dovete sgomberare il cervello”.

  

Annunciarono: “Comincia l’Anno Zero. Il passato non esiste più”. Furono bruciati i libri, abolite le scuole, distrutte automobili, attrezzature mediche, elettrodomestici. Furono banditi pure gli occhiali da vista. A tutti fu messo un lugubre pigiama nero. Prima di uccidere le vittime con un colpo di zappa alla nuca, i khmer rossi ripetevano una frase di rito: “Finalmente, ti renderai utile alla rivoluzione. Non più come uomo, ma come fertilizzante”. E’ a Parigi, alla Sorbona, che Samphan aveva scoperto non solo Marx, ma anche il “buon selvaggio” di Rousseau e “Umanesimo e terrore” di Maurice Merleau-Ponty. A Parigi, Samphan scrive la sua tesi di dottorato: “L’economia cambogiana e lo sviluppo industriale”, di cui in parte fu pubblicata niente meno che a Berkeley.

  

Un corrispondente di Le Monde in Cambogia nel 1998 incontrò Semphan nella giungla cambogiana: “Pol Pot e io siamo stati profondamente influenzati dal pensiero francese”, dirà al giornalista. “In particolare dall’Illuminismo e da Rousseau”. E in Europa, l’intellighenzia plaudì al nuovo esperimento messo in atto dal figlioccio del comunismo parigino. Doveva essere una utopia di pace serena e prosperosa. Ma la revolution de la forèt cantata sulla Rive Gauche divenne un mattatoio, un inferno dantesco. 

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.