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I paesi asiatici scivolano verso la Cina, anche se non sempre lo vogliono

Il vuoto di Trump si sente anche nel sud-est del mondo, e c’è un ideogramma cinese che lo spiega bene, questo 界

16 Novembre 2018 alle 12:07

I paesi asiatici scivolano verso la Cina, anche se non sempre lo vogliono

Il vicepresidente americano Mike Pence e il premier cinese Li Keqiang al 13° summit dell’Asean a Singapore (Foto Roslan Rahman/Afp/LaPresse)

Singapore: nelle sue varie composizioni, questo carattere cinese si riferisce al mondo in cui viviamo in ogni sua dimensione, da quella disegnata nell’immaginario individuale a quella geografica, delimitata da confini tra nazioni e popoli. Si pronuncia Jiè, ed è stato il tema del Singapore Writers Festival. Il festival della letteratura, tra i segni del Rinascimento della città stato, si è concluso l’11 novembre, ma per una di quelle coincidenze significative tanto frequenti in Asia, Jiè si è rivelato il senso più profondo, contrastato e sperato dell’Asean Summit 2018, svolto a Singapore dal 12 al 15 novembre.

  

L’ordine internazionale è “a un punto di svolta”, dice il premier di Singapore. Pechino si pone come interlocutore unico e autonomo

Riprende quota l’accordo commerciale Rcep, che sarebbe il più grande del mondo: comprende il 40 per cento dei commerci globali

L’incontro dei leader delle dieci nazioni del sud-est asiatico (Singapore, Vietnam, Brunei, Cambogia, Indonesia, Malaysia, Laos, Thailandia, Myanmar e Filippine) con tutti i meeting correlati (con Australia, Cina, Corea del Sud, India, Giappone, Russia e Stati Uniti), è stato innanzitutto la rappresentazione plastica di un nuovo quadro geopolitico. Uno scenario in cui definizioni geografiche come Asia orientale, Eurasia, sud-est asiatico, Asia-Pacifico, Indo-Pacifico si trasformano in accordi reali o potenziali, in sommatorie di popoli, prodotti. “La geopolitica sarà uno dei prossimi megatrend. Ma non la geopolitica come l’abbiamo concepita, come uno studio di strategie. Bensì come concetto economico”, ha detto il ministro per il Commercio e l’Industria di Singapore Chan Chun Sing. Precisando che l’economia, a sua volta, andrà interpretata nei flussi d’informazioni, capitali, competenze.

 

In questo paesaggio geopolitico ridisegnato, dove le strategie vengono ridenominate nelle più tranquillizzanti “visioni”, cambiano anche gli sceneggiatori e le loro trame. “L’ordine internazionale è a un punto di svolta. Non è chiaro se il mondo si fonderà su nuove regole e norme di rapporti internazionali o se l’ordine internazionale si frantumerà in blocchi contrapposti”, ha detto il premier di Singapore Lee Hsien Loong nella cerimonia d’apertura del Summit. Un concetto sottinteso a tutti i suoi interventi, in cui contrapponeva un “sistema multilaterale libero, aperto e basato sulle leggi” ma ormai “sotto stress” a un sistema in cui le nazioni ricorrono ad “azioni unilaterali e accordi bilaterali”. In questa contrapposizione di sistemi, blocchi o nazioni che competono per definire la loro “architettura regionale”, secondo Lee l’Asean deve rafforzare la sua resilienza, la capacità di rispondere a eventi traumatici, siano essi una possibile crisi economica creata dall’escalation delle “guerre commerciali”, i cambiamenti climatici che minacciano ancor più nazioni circondate da due oceani, le minacce poste dal terrorismo o dal cybercrime. “Queste sfide comuni sono complesse e senza precedenti… Dobbiamo condividere idee e risorse per risolverle assieme”.

 

“Lo chiamo il potere dell’&”, ha detto Simon Tay, presidente del Singapore Institute of International Affairs. Tay, che già nel 2010 nel saggio “Asia Alone” delineava la necessità di un cambio di regole, con quella “e” commerciale indica la pragmatica necessità per le nazioni dell’Asean di cooperare tra loro per creare un nuovo blocco in grado di interloquire con gli Stati Uniti, con la Cina o qualunque altro attore si affacci sullo scenario.

 

A Singapore i personaggi che hanno manifestato l’intenzione di metter mano a una nuova “architettura regionale” erano molti. Il presidente russo Vladimir Putin, alla prima apparizione nella città stato, esplorava la possibilità di un’espansione a est della sua Eurasian Economic Union (Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan e Kirghizistan) e rafforzava i legami con India e Giappone. Il primo ministro indiano Narendra Modi e il giapponese Shinzo Abe cercavano una centralità condivisa nello scenario Indo-Pacifico. “Un’India forte favorisce il Giappone, e un Giappone forte favorisce l’India”, ha dichiarato Abe. Una possibile alleanza Indo-Pacifica quasi alternativa alla “Indo-Pacific Strategy” del presidente Trump, in un mondo diviso in blocchi contrapposti e opposta al “pivot to Asia” di Obama, legato alla Trans-Pacific Partnership (Tpp), progetto di accordi economici e commerciali da cui l’America si è ritirata nel 2017.

 

Il presidente Donald Trump, quasi a rimarcare il suo distacco dal pivot di Obama (che faceva perno proprio sul sud-est asiatico) era il grande assente al Summit di Singapore. In sua vece e come suo portavoce è intervenuto il vicepresidente Mike Pence, che ha ribadito la visione di un Indo-Pacifico “libero da imperio e aggressione”. Immagine che conferma i timori di una “guerra fredda” oceanica parallela alla guerra commerciale in atto tra Cina e Stati Uniti e che turba molto i leader del sud-est asiatico. C’è il rischio di un “effetto domino” nell’economia della regione, ha avvertito il premier malese Mahathir Mohamad, grande vecchio dell’Asean, che nel 1967 è stato testimone della sua formazione, riprendendo proprio la terminologia di quegli anni. 

 

Il protagonista del Summit di Singapore, dunque, è stato Li Keqiang, primo ministro e numero due della Repubblica popolare cinese (dopo il presidente e segretario generale Xi Jinping). E’ per questo che, forse inconsciamente, è apparso naturale simbolizzare il senso del Summit nella concezione di mondo espressa dall’ideogramma cinese “jiè”.

 

Durante il Summit, infatti, è stata data forte accelerazione ai negoziati della Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep), trattato di libero scambio tra i dieci paesi dell’Asean e altre sei nazioni (Australia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Nuova Zelanda), sostenuto dalla Cina proprio in alternativa al Tpp. Lanciato al Summit Asean del 2012, l’Rcep sembrava destinato a scarso successo per la concorrenza con il trattato sostenuto dagli Stati Uniti. Ma dopo il ritiro americano ha ripreso forza, tanto più per le minacce di ritorsioni economiche da parte di Washington verso chi avesse aderito e che hanno invece sortito l’effetto opposto, convincendo le nazioni minori della necessità di coalizione. “Quest’anno sono stati fatti enormi progressi nei negoziati della Rcep. E ora c’è una forte volontà politica di concluderli”, ha dichiarato il premier singaporeano Lee, prevedendo la conclusione dell’accordo per il prossimo anno. Se ciò accadrà l’Rcep costituirà il più grande accordo economico mondiale, comprendendo in sé il 45 per cento della popolazione del pianeta (3,6 miliardi di persone), con un prodotto interno lordo di 25 trilioni di dollari e il 40 per cento del commercio globale. L’accordo sembra destinato a fare proseliti: nel corso del Summit il primo ministro canadese Justin Trudeau ha dichiarato di voler avviare negoziati di libero scambio con la Cina.

 

La Cina è pronta a lavorare con tutti per discutere come si possa migliorare il libero commercio e rendere la globalizzazione più equa. Vogliamo mandare un messaggio forte”, ha dichiarato Li Keqiang in una conferenza al St. Regis Hotel. Nel corso del Summit, poi, il premier cinese ha riaffermato la volontà di Pechino di “aprire le porte al mondo”, farsi interprete del desiderio di multilateralismo espresso dai paesi dell’area. Mentre il presidente Trump si mostra sempre più ostile al multilateralismo, Li ne ha celebrato le virtù, promettendo grandi opportunità per tutti. Li, insomma, ha fatto di tutto per riassicurare i leader dell’Asean che temono che la Rcep sia un cavallo di Troia cinese per assicurarsi il dominio sull’Asia. In particolare, le nazioni del sud-est asiatico temono la cosiddetta “trappola del debito” che Pechino ha fatto scattare con molti paesi che hanno ricevuto massicci investimenti lungo il percorso delle sue nuove vie della seta, la “One Belt One Road” (Obor). “C’è il rischio di una nuova forma di colonialismo”, ha detto il premier malese Mahathir, che ha cancellato due progetti da oltre 20 miliardi di dollari associati alla Obor. “Non possiamo accettare di essere semplici consumatori. Dobbiamo partecipare alla produzione e il commercio deve rivelarsi davvero libero ed equo”.

 

Come ulteriore prova del nuovo corso cinese, Li ha assicurato che la Cina è pronta a collaborare con le nazioni del sud-est asiatico per raggiungere un accordo sul codice di condotta (Coc) che “contribuirà alla pace e alla stabilità nel Mar della Cina meridionale e sarà un mezzo per favorire il libero scambio... Non cerchiamo egemonia o espansione, cerchiamo una relazione armoniosa con i nostri vicini affinché tutti possano ricavarne beneficio”. Date queste premesse, secondo Li, il Coc dovrebbe essere ratificato entro tre anni.

 

Trump non si è presentato, c’era il suo vice Pence. Ci sono timori di una guerra fredda parallela a quella commerciale tra Usa e Cina

Molte critiche contro la leader birmana Aung San Suu Kyi per la questione dei rohingya. Durissima, in particolare, l’America

Considerando l’assertivo atteggiamento della Cina che rivendica una storica sovranità su quelle acque, le parole di Li suonano ottimistiche. Ma sembrano confermate dalle dichiarazioni del premier di Singapore. “Pur non sottostimando le difficoltà, ci siamo posti l’obiettivo di completare la prima stesura del codice di condotta entro il 2019 e riteniamo che possa essere compiuta nei termini previsti”, ha detto Lee Hsien Long nella conferenza stampa conclusiva.

 

L’ultima frontiera del complesso mondo che si sta delineando in Asia, tuttavia, non è segnato nelle acque del Mar della Cina o nelle mappe elaborate nel Financial District di Singapore. Si trova all’estremo occidentale dell’Asean, al confine tra Myanmar (più noto col nome di Birmania) e Bangladesh. I due governi si sono accordati per un piano di rimpatrio graduale dei rohingya fuggiti dai loro villaggi in seguito alle persecuzioni subite in Birmania. Ma per i rohingya, le Nazioni Unite e le organizzazioni umanitarie il rientro è prematuro. E’ un nuovo atto nella tragedia degli “indesiderati del sud-est asiatico”, le vittime perfette per i cercatori di vittime.

 

Molti ci speravano, alcuni temevano che il Summit dell’Asean fosse l’occasione per una severa condanna del Myanmar. In realtà, come ha precisato il premier Lee, il problema è molto complesso e l’Asean si riserva di monitorare il rientro dei rohingya nella regione birmana del Rakhine. L’unico a manifestare una durissima critica è stato il premier malaysiano Mahathir, che ha accusato Aung San Suu Kyi, quale leader de facto del partito al governo, di “aver cercato di difendere l’indifendibile”. Ancor più dure le critiche rivolte alla Signora – non ai militari che “de facto” controllano ancora il paese – dal vicepresidente americano Pence, che ha definito “imperdonabile” il suo comportamento.

 

Aung San Suu Kyi, che qualche giorno prima, in un incontro con potenziali investitori, aveva mostrato segni di fragilità nell’assicurare che il suo paese era davvero “l’ultima frontiera” del sud-est asiatico, con Pence ha rivendicato tutta la sua rabbia e il suo orgoglio. “Ognuno ha differenti opinioni, ma il punto è che bisognerebbe scambiarsi queste opinioni e cercare di comprendersi meglio”.

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