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L’India si gioca la democrazia

Le elezioni cominciano la settimana prossima. Modi non ha mantenuto le promesse di crescita e ha fatto emergere un nazionalismo violento. Ma l’opposizione è debole

7 Aprile 2019 alle 06:00

L’india si gioca la democrazia

Un sostenitore del Bjp sveltola le foto di Narendra Modi (Foto LaPresse)

L’India, a partire dall’11 aprile, si recherà alle urne per eleggere i 543 membri della Lok Sabha, la camera bassa del Parlamento di New Delhi. Le elezioni si terranno in sette turni e avranno termine il 19 maggio. Lo spoglio inizierà il 23 maggio. Il sistema elettorale indiano è un lascito degli inglesi. Si tratta del first past the post, l’uninominale secca. L’intero territorio dell’India è suddiviso in 543 circoscrizioni elettorali con un analogo numero di abitanti. Il candidato che riceve il maggior numero di voti in ciascuna circoscrizione andrà a sedersi nella Lok Sabha di New Delhi. L’Uttar Pradesh, lo stato indiano con 220 milioni di abitanti, manda nel parlamento di New Delhi ben 80 deputati. Seguono, per numero di seggi nella Lok Sabha, gli stati del Maharashtra con 48, il West Bengal e l’Andhra Pradesh con 42 ciascuno, il Bihar con 40 e il Tamil Nadu con 39. Più distanziati vengono tutti gli altri stati dell’Unione Indiana. Nelle ultime elezioni, quelle del 2014, gli aventi diritto al voto erano 830 milioni. I votanti furono 550 milioni. Quest’anno, gli aventi diritto al voto supereranno i 900 milioni. Ancora una volta le elezioni indiane saranno, per numero di votanti, le più grandi del mondo.

 

L’estremismo di Narendra Modi

 

Lo slogan con cui Narendra Modi ha vinto le elezioni nel 2014 era “acche din aane wale hain”, i giorni buoni stanno arrivando. Modi aveva detto di voler portare a termine una rivoluzione che avrebbe eliminato il “corrotto ordine politico esistente” per dar vita a una “Nuova India” caratterizzata da sviluppo e lavoro per tutti. Non è andata esattamente così. Per i giovani e le classi più povere della società indiana, i giorni buoni non sono mai arrivati. L’India conta oggi un miliardo e 350 milioni di abitanti. Due terzi di loro sono giovani. Modi aveva promesso che avrebbe creato 10 milioni di posti di lavoro all’anno (840.000 al mese).

 

Dopo cinque anni del suo governo, la percentuale di disoccupati in India è la più alta degli ultimi 45 anni. Nelle aree rurali, un giovane su sei è disoccupato. Malgrado l’India abbia un tasso di sviluppo tra i più alti del mondo, questa crescita, oltre a non aver creato un numero sufficiente di posti di lavoro, ha anche accresciuto le disparità sociali. Una recente inchiesta di Oxfam India ha mostrato come, nel 2017, la ricchezza dei 101 miliardari indiani è aumentata di 4.898 miliardi di rupie, una cifra sufficiente a coprire l’85 per cento delle spese di tutti gli stati indiani nei settori dell’istruzione e della sanità. Non solo, il 73 per cento della ricchezza prodotta nel 2017 è finita nelle mani dell’1 per cento della popolazione, mentre i 670 milioni di persone che costituiscono la sezione più povera della società hanno visto, nello stesso periodo, accrescere la loro ricchezza del solo 1 per cento.

 

Alle precedenti elezioni del 2014 gli aventi diritto erano 830 milioni. Quest’anno saranno più di 900 milioni

 Nella Nuova India promessa da Narendra Modi ci dovevano essere superstrade e treni ad alta velocità. Tutto procede a rilento. Anche i progetti che non richiedevano un alto grado di tecnologia non sono stati portati a termine. Per esempio lo swacch Bharat, l’India pulita. L’India ha il più alto numero di persone al mondo che defecano all’aperto. Con il piano “India pulita” lanciato da Modi il 2 ottobre 2014, il giorno dell’anniversario della nascita del Mahatma Gandhi, il governo si era proposto di costruire 120 milioni di latrine entro il 2 ottobre 2019. L’obiettivo è lontano dall’essere stato raggiunto.

 

Ma la cosa più grave degli “anni di Modi” è stato l’emergere in India di un violento nazionalismo di stampo hinduista. Va ricordato come il partito dell’attuale primo ministro, il Bharatiya Janata Party (Bjp), altro non è che il braccio parlamentare della potente organizzazione nazionalista hindu, Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), l’Associazione dei volontari nazionali. L’Rss nasce in India nel 1925 e, negli anni ’30, i suoi leader si ispirarono direttamente al fascismo di Mussolini e al nazismo di Hitler. Nel 1938, M.S. Golwalkar, il “leader supremo” dell’Rss di allora, scriveva: “Per mantenere la purezza della sua razza e della sua cultura, la Germania ha purgato il paese delle sue razze semitiche: gli ebrei. Si è manifestato in questo modo l’orgoglio di razza al suo livello più alto. Questa è una buona lezione che noi nell’Hindustan dobbiamo imparare e da cui dobbiamo trarre profitto”.

  

Un cartellone pubblicitario di una serie televisiva sul primo ministro Narendra Modi (Foto LaPresse)


  

I nemici dell’Rss saranno così gli indiani che hanno abbracciato l’islam o il cristianesimo, due religioni aliene, introdotte in India da coloro che l’avevano soggiogata: i colonialisti inglesi e, prima di loro, gli invasori musulmani. L’India doveva dunque sbarazzarsi di queste fedi e tornare a una “Età dell’oro”, quando il popolo indiano seguiva gli insegnamenti dei Veda, gli antichi testi sanscriti. Sarà un ex militante dell’Rss, Nathuram Godse, ad assassinare il Mahatma Gandhi accusato di appeasement nei confronti dei musulmani. L’attuale primo ministro indiano Narendra Modi è un membro dell’Rss fin da quando aveva l’età di otto anni.

 

I sondaggi dicono che nessuna delle due coalizioni raggiungerà la maggioranza, tutto dipenderà dagli indipendenti 

Con il governo Modi, il ritorno all’Età dell’oro dell’hinduismo è stato tentato anche con il ripristino della venerazione della gau mata, la “madre vacca”, un animale che la religione hindu ritiene essere sacro. Negli ultimi cinque anni, in tutta l’India sono sorte società per la protezione della vacca. I suoi attivisti sono chiamati vigilantes. Per proteggere la vacca, questi vigilantes sono pronti a uccidere. Uno di essi, di nome Lakhan Yadav, afferma: “Se trovate qualcuno che sta trasportando una vacca per farla macellare, uccidetelo all’istante. Poi, ci occuperemo di cosa dice la legge”.

 

In India è iniziata così l’èra dei linciaggi. Il primo caso si è verificato il 28 settembre 2015. Un musulmano, Mohammed Akhalaq, fu accusato di aver rubato e ucciso un vitello in occasione della festa di Eid. Dall’altoparlante del tempio hindu furono chiamati a raccolta i fedeli. Fecero irruzione nella casa di Mohammed. Lo tirarono fuori a forza assieme al figlio. Nel frigorifero dell’abitazione del musulmano fu trovato del curry a base di carne. Era la prova dell’uccisione del vitello. Fu inutile giurare che si trattava di carne di capra. I due musulmani furono selvaggiamente picchiati. Mohammed Akhalaq morì all’istante. Il figlio fu ricoverato all’ospedale e sottoposto a un intervento chirurgico alla testa. Da allora, i casi di linciaggio in India si sono moltiplicati. Decine e decine. Qualcuno, con macabro sarcasmo, ha modificato il nome storico dell’India, Hindustan, in “Lynchistan”, la terra dei linciaggi. Ma non sono solo i musulmani a subire la violenza dei vigilantes. L’ultimo gradino della scala gerarchica della società hindu è occupato dai fuori-casta a cui oggi viene dato il nome di “dalit”, oppressi, e che una volta erano chiamati “intoccabili” perché dediti ai mestieri impuri, pulire le latrine e disfarsi delle carogne degli animali, vacche comprese. È così che, quando questi intoccabili vengono sorpresi con la carcassa di una vacca, sono accusati di averla uccisa e, anche loro, subiscono la violenza dei protettori del sacro animale.

  

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A queste elezioni il Bjp si presenta con un programma bifronte. Da un lato un liberismo senza freni che concede a prezzi di favore alla grande industria indiana e alle multinazionali straniere le risorse naturali del paese: terreni edificabili, elettricità, acqua, foreste. Dall’altro, un nazionalismo xenofobo che vagheggia un ritorno a una mai esistita Età dell’oro.

 

L’arma segreta del Partito del Congresso

 

A tutto questo, nella sfida elettorale, si oppone il “Grand Old Party” della politica indiana: l’Indian National Congress, il “partito del Congresso”. Il suo presidente è Rahul Gandhi, il figlio di Sonia e di Rajiv. Rahul ha oggi 48 anni. Non è più la persona inesperta e ingenua di quando, nel 2004, fece il suo ingresso in politica e che gli valse il nomignolo di “Pappu”. Negli ultimi anni Rahul Gandhi è cresciuto politicamente e ha svolto, spesso con efficacia, il ruolo di leader dell’opposizione. Ma, dopo la bruciante sconfitta nelle elezioni del 2014 – solo 44 seggi vinti –, non sarà semplice risollevare le sorti del partito del Congresso. Anche perché sul partito pesano lunghi anni di corruzione e, a Rahul, viene rinfacciato l’essere un rampollo della dinastia Nehru-Gandhi e di non avere, politicamente, meriti propri.

  

Il primo ministro aveva promesso una “Nuova India” più prospera, ma i disoccupati e le diseguaglianze sono aumentati

 Tuttavia, negli ultimi giorni della campagna elettorale, Rahul Gandhi ha tirato fuori dal cilindro quella che spera essere la carta vincente. Si tratta di un programma il cui acronimo è di sole quattro lettere: “Nyay”, che sta per “nyunatam aay yojana” e cioè reddito minimo garantito. Rahul Gandhi ha annunciato che, se il partito del Congresso vincerà le elezioni, il suo governo darà un sussidio di 72.000 rupie all’anno al 20 per cento delle famiglie più povere dell’India. Lo schema di Rahul parte dal presupposto che anche le famiglie indiane meno abbienti dispongano di un reddito di almeno 6.000 rupie al mese. Il Nyay integrerà questo reddito con un sussidio di altre 6.000 rupie portandolo così a 12.000 rupie mensili. La somma totale che queste famiglie riceveranno dal governo nel corso di un anno sarà dunque di 72.000 rupie (poco più di 900 euro). Quando Rahul ha annunciato questa proposta di legge l’ha definita “l’assalto finale alla povertà”. Impossibile non accostarla al “garibi hatao”, abolire la povertà, lo slogan con cui Indira Gandhi vinse le elezioni nel lontano 1971.

 

I terzi incomodi

 

Le prossime elezioni politiche non vedranno solo lo scontro tra il Bjp di Narendra Modi e il partito del Congresso di Rahul Gandhi. Un ruolo forse decisivo l’avranno i partiti regionali che hanno deciso di rimanere fuori dalle alleanze politiche che fanno capo al Bjp e al Partito del Congresso, rispettivamente la National Democratic Alliance (Nda) e la United Progressive Alliance (Upa). Uno dei più importati partiti di questo “Terzo fronte” è il Samajwadi Party (Sp) guidato da Akhilesh Yadav. L’Sp è un forte partito dell’Uttar Pradesh che ha la sua base elettorale tra le caste basse della società hindu, le cosiddette “Obc” (other backward classes) e tra i musulmani. C’è poi il Bahujan Samaj Party (Bsp) di Mayawati, la più importante leader dei dalit (“intoccabili”) indiani, che è stata per tre mandati consecutivi capo del governo dell’Uttar Pradesh. Infine, va menzionato il Trinamool Congress di Mamata Banerjee, la donna che guida il governo del West Bengal e che, nel 2011, ha messo fine a 35 anni di governo ininterrotto delle sinistre in questo stato dell’India orientale.

  

Modi in campagna elettorale assieme Raju Bista, il candidato nella regione del Darjeeling (Foto LaPresse)


 

La lunga campagna elettorale per le elezioni del 2019 è stata caratterizzata da tre importanti episodi. Il primo è stato l’annuncio dell’alleanza in Uttar Pradesh tra il Samajwadi Party e il Bahujan Samaj Party. Queste due formazioni politiche, fino a ieri arcirivali, hanno deciso di spartirsi 78 delle 80 circoscrizioni elettorali di quello che è lo stato più popoloso dell’India. Le sole due circoscrizioni in cui i due partiti oggi alleati non si presenteranno saranno quelle di Amethi e di Rae Bareli, le circoscrizioni elettorali rispettivamente di Rahul e di Sonia Gandhi. L’alleanza tra Sp e Bsp, in un sistema caratterizzato dall’uninominale secco, costituisce una seria minaccia per il Bjp di Narendra Modi che, nelle elezioni del 2014, aveva conquistato in Uttar Pradesh 72 seggi degli 80 in palio.

  

Il Partito del Congresso schiera un altro membro della famiglia Gandhi, e promette un reddito di cittadinanza per i poveri

Il secondo episodio che ha caratterizzato questa campagna elettorale è stato l’ingresso ufficiale in politica di Priyanka Gandhi, la sorella di Rahul. Il 23 gennaio, il Partito del Congresso ha nominato Priyanka responsabile per l’Uttar Pradesh orientale. Questa area comprende le circoscrizioni elettorali di Varanasi (dove si candida il primo ministro Narendra Modi), di Gorakhpur (la circoscrizione dell’attuale capo del governo dell’Uttar Pradesh, Yogi Adityanath) e di Amethi (Rahul Gandhi) e Rae Bareli (Sonia Gandhi). L’ingresso di Priyanka Gandhi in politica è stato salutato con entusiasmo dai militanti del partito che, con affetto, la chiamano “Congress ki beti” la figlia del (partito del) Congresso. L’hanno chiamata anche Brahmastra, il nome dell’arma divina della mitologia hindu che sconfigge ogni nemico.

 

In molti rivedono in Priyanka la nonna Indira Gandhi (a partire dal naso molto pronunciato di entrambe). Priyanka è un’abile oratrice in lingua hindi e il suo soft power, che contrasta fortemente con la brutalità e la violenza che caratterizzano la politica indiana, può attirare i voti dei giovani e, soprattutto, dell’elettorato femminile. Il Bjp, il partito attualmente al potere, ha subìto il colpo. Smriti Irani, una ministra del governo Modi, ha commentato l’ingresso in politica di Priyanka Gandhi dicendo che si tratta dell’implicita ammissione del fallimento del fratello Rahul. Ancora più sprezzante è stato il commento di Amit Shah, il presidente del Bjp. Riferendosi a fratello e sorella, ha detto: “Zero più zero fa sempre zero”. Malgrado l’entusiasmo dei militanti, Priyanka Gandhi non potrà fare miracoli. Sarà già molto se, in Uttar Pradesh, riuscirà a far salire la percentuale di voti del partito del Congresso dal misero 7 per cento ottenuto nel 2014.

 

Il terzo episodio che ha segnato profondamente la campagna elettorale è stato l’attentato terroristico avvenuto il 14 febbraio a Pulwama, in Kashmir. Adil Ahmad Dar, un giovane militante kashmiri appartenente al gruppo terrorista Jaish-e-Mohammed (con basi in Pakistan), ha lanciato un Suv carico di dinamite contro un convoglio che trasportava il personale della Central Reserve Police Force, una forza paramilitare indiana. Quarantaquattro militari sono morti nell’attentato. Il 26 febbraio c’è stata la risposta del governo Modi. Dodici Mirage 2000 hanno attraversato la linea di controllo e hanno bombardato le (presunte) basi terroristiche del Jaish-e- Mohammed a Balakot, nel Kashmir pakistano. Il governo indiano si è affrettato a far sapere che, nell’attacco mirato, “sono stati uccisi 350 terroristi”. Il Bjp ha immediatamente cercato di utilizzare nella campagna elettorale sia l’attentato terroristico sia la risposta dell’aviazione indiana, il tanto decantato “surgical strike”. Amit Shah, in un comizio tenuto a Lakhimpur, in Assam, ha detto: “Il sacrificio dei nostri uomini della Central Reserve Police non sarà vano, e questo perché al governo c’è il Bjp e non il partito del Congresso”. “Con l’attacco dei jet indiani, Narendra Modi ha vinto metà della sua battaglia elettorale” ha commentato B.S. Yeddyurappa, un importante membro del Bjp del Karnataka. Ma la notizia dei presunti 350 terroristi uccisi in territorio pakistano dall’attacco mirato dell’aeronautica indiana è stata da più parti smentita. Così la “Modi wave”, l’onda in favore di Modi dovuta alla tragedia di Pulwama e all’attacco di Balakot, non è stata di lunga durata.

 

Chi vincerà le elezioni?

 

Il Bjp di Narendra Modi, alla testa della National Democratic Alliance, rimane il favorito. Questo, malgrado i giovani che votarono in massa per Modi nel 2014, siano oggi disillusi. Saranno cento milioni i giovani che nel maggio 2014 (la data delle ultime elezioni) erano nella fascia di età 13-17 anni. Quest’anno, questi giovani voteranno per la prima volta. La loro naturale “circoscrizione elettorale” sarà quella di Rahul Gandhi. Ma, malgrado il favore dei giovani e la discesa in campo di Priyanka Gandhi, il Partito del Congresso, da solo, non potrà andare molto lontano. Per raggiungere la soglia di 272 deputati – la maggioranza nella Lok Sabha –, dopo le elezioni, dovrà allearsi con i partiti regionali. Solo una Grande alleanza (“Mahagathbandhan”) potrà sperare di sconfiggere il Bjp di Narendra Modi e la sua National Democratic Alliance. Il Partito del Congresso, alle prossime elezioni, otterrà presumibilmente un numero di seggi simile a quelli ottenuti dai partiti regionali del Terzo fronte. Saranno allora questi ultimi a chiedere che sia un loro leader a guidare il nuovo governo. Se così sarà, il prossimo primo ministro indiano potrebbe essere una donna: Mamata Banerjee del Trinamool Congress o Mayawati del Bahujan Samaj Party.

 

In questi giorni l’India è subissata di sondaggi. Cito qui i risultati di quello che sembra essere uno dei più attendibili. L’India è stata divisa in tre fasce. Nella prima (che comprende gli stati dell’Uttar Pradesh, Bihar, Maharashtra, Gujarat, Madhya Pradesh, e altri ancora) il Bjp otterrebbe 158 seggi. Nella seconda fascia (Odisha, West Bengal, Himachal Pradesh, Delhi, e altri) i seggi del Bjp sarebbero 52. Infine, nella terza fascia (Tamil Nadu, Andhra Pradesh, Kerala, ecc.) il Bjp vincerebbe solo 8 seggi. La somma fa 218 seggi. A questi andrebbero aggiunti i 32 seggi che dovrebbero ottenere i partiti della National Democratic Alliance alleati del Bjp. Il totale fa 250 seggi. Un buon risultato ma che non raggiunge la soglia di 272, i seggi che costituiscono la maggioranza in Parlamento. Lo stesso sondaggio attribuisce 120 seggi al Partito del Congresso assieme ai suoi alleati della United Progressive Alliance, nonché 130 seggi ai partiti regionali del Terzo fronte. La Grande alleanza partito del Congresso-Terzo fronte avrebbe anch’essa circa 250 seggi. A quel punto, la possibilità di formare una maggioranza e un conseguente governo sarebbe nelle mani di una quarantina di deputati indipendenti. Si assisterebbe così in Parlamento al solito orribile mercato delle vacche, queste non “sacre”.

  

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La posta in palio in questa consultazione elettorale è molto alta. Le elezioni di quest’anno possono essere infatti paragonate per importanza a quelle che si tennero in India nel marzo 1977. Ventun mesi prima, nel giugno 1975, Indira Gandhi aveva fatto proclamare l’“Emergenza” in tutto il paese. I leader dell’opposizione finirono in carcere e la stampa fu imbavagliata. La gente si recò alle urne nel 1977 per dire che non avrebbe tollerato nessun altro attacco alla democrazia e per affermare che chi aveva tentato di privare i cittadini dei loro diritti fondamentali se ne doveva andare. Indira Gandhi fu sconfitta e la democrazia in India fu ristabilita.

 

Oggi, quella stessa democrazia sembra essere ancora una volta in pericolo. Gli ultimi cinque anni hanno visto attacchi senza precedenti a singoli individui e a intere comunità nonché il tentativo di sovvertire il dettato costituzionale che fa dell’India una democrazia laica e liberale. Alcuni dirigenti del Bjp dicono oggi apertamente che, se il loro partito vincerà le elezioni, le successive, quelle del 2024, non si terranno. La costituzione indiana sarà modificata e l’India adotterà un regime autoritario, il solo – affermano – in grado di far “funzionare” il paese. È così che sono in molti oggi in India a denunciare un “rischio di fascismo”. Forse l’allarme è eccessivo. Ma una cosa è certa: con altri cinque anni di governo Modi, il sogno che fu già di Nehru e di Gandhi di un’India laica, multiculturale, inclusiva e nonviolenta, sarà spazzato via per sempre.

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