Le ideologie sottili d'un tratto ci lasciano senza risposte

Paola Peduzzi

Quante forme diverse è riuscito a prendere il populismo, e quante volte abbiamo dato del populista anche a chi non se lo meritava. Oggi è un fatto della nostra quotidianità

Cas Mudde racconta come si è trasformato il populismo negli ultimi anni, e soprattutto come è cambiato il modo di parlare del populismo, e di fargli opposizione. Mudde, che insegna all’Università della Georgia, è considerato uno degli accademici più influenti su questo tema: è sua una delle definizioni più utilizzate e discusse del termine “populismo”. Nel 2004, cioè un’èra geologica fa, Mudde disse che il populismo è una “ideologia sottile”, un’ideologia che crea una struttura, un contesto, che contrappone “il popolo puro” alle “élite corrotte”. Questa ideologia sottile può essere combinata con ideologie più “appiccicose”, come il nazionalismo, l’anti imperialismo, il socialismo, o persino il razzismo, e arriva così a spiegare come va il mondo e giustificare agende politiche specifiche. Il populismo è come una sciarpa che si abbina bene, e che sta bene su molti abiti: se si pensa a quante forme diverse è riuscito a prendere il populismo, a quante volte abbiamo dato di populista anche a chi non se lo meritava, questa definizione risulta azzeccata. Altri studiosi non la pensano così, perché il concetto di ideologia sottile non tiene conto di uno dei tratti principali del populismo: Jan-Werner Müller, che insegna a Princeton, sostiene per esempio che i populisti sono definiti dalla pretesa di essere soltanto loro a rappresentare il popolo, tutti gli altri sono rappresentati illegittimi. Anche questa definizione è parecchio azzeccata. Ma il valore principale del lavoro di Mudde, e di altri studiosi che nel tempo si sono interessati al tema, non è soltanto definire il populismo, quanto studiare come le istanze dei populisti impongano, a volte in modo perentorio e allarmistico, a chi populista non è di trattare questioni altrimenti ignorate o ignorabili. La presunzione che il popolo abbia sempre ragione resta comunque una pessima notizia per la democrazia liberale, in particolare per due suoi elementi costitutivi: i diritti delle minoranze e lo stato di diritto.

 

Il populismo oggi è diventato un fatto della nostra quotidianità, un’etichetta che poniamo su tanti fenomeni, anche se è vero che assieme al populismo “sottile” stanno emergendo le ideologie “appiccicose”: al Parlamento europeo c’è stato di recente un battibecco sulle origini del nazismo, per dire, e sull’ispirazione nazionalista sì, ma anche socialista. Il nazismo di destra o di sinistra, un bisticcio accaduto nel 2018 a Strasburgo: ecco cosa vuol dire “appiccicoso”. Ma mentre scopriamo quanto è camaleontico il populismo, e quanto sia facile lasciarsi confondere, non abbiamo ancora trovato un modo efficace per contenerlo, combatterlo, magari vincerlo. Come ha scritto di recente Martin Wolf sul Financial Times, “il tratto comune tra tutti i movimenti populisti è il rifiuto delle élite occidentali contemporanee e della sintesi tra democrazia liberale, capitalismo globale e governance tecnocratica che queste élite hanno promosso. E’ una rivoluzione contro l’establishment. Può anche rivelarsi un momento di svolta storico, lontano dalla democrazia liberale o dal capitalismo globale, o da entrambi. Che il risultato sia tanto radicale dipende da come l’establishment decide di rispondere”. Il punto, anche molti anni dopo le prime discussioni sul populismo, è sempre lo stesso: come si reagisce, come si impedisce che la combinazione tra sottile e appiccicoso non finisca per far riemergere la storia peggiore del Novecento?

 

Barry Eichengreen, storico dell’economia di tendenza liberale, racconta ne “The populist temptation”, la storia della tentazione populista, che è per lo più il frutto di un’inefficienza del sistema costituito: laddove fallisce il progetto predominante – in questo caso quello neoliberale – s’insinua il desiderio di disfare ogni cosa, più per un istinto di punizione che per una reale volontà di sostituire al fallimento un’altra formula. E’ questo uno degli elementi più preoccupanti dei movimenti populisti: rischiamo di ritrovarci tra le macerie, senza un piano per il futuro. Di più, ironia massima: dopo aver distrutto ogni cosa, potrebbe anche accadere che si ricostruisca tutto da capo con i criteri dell’antico progetto, che è un po’ come dire che si è buttato via il tempo a disfare per poi rifare come prima (si spera a quel punto che si rifaccia meglio). Ma in quel tempo, rischiamo di perderci anche noi. Mentre prendiamo le misure, mentre cerchiamo di riorganizzarci, mentre ci accorgiamo che a furia di avvelenare i pozzi l’acqua non si beve più, rischiamo di perderci noi. Perché nel ripensamento di quel che abbiamo fatto, raggiunto, ottenuto cresce la nostalgia per un passato immacolato, una stagione felice che la voracità del progresso ha inghiottito. E’ anche in questa nostalgia diventata ideologia che rischiamo di perderci, o forse ci siamo già persi.

 

In questi giorni in cui la combinazione sottile del populismo si è appiccicata al più grave attacco antisemita negli Stati Uniti – la strage alla sinagoga di Pittsburgh – ci siamo molto interrogati su che cosa fare quando il terrorismo è un’ideologia che è cresciuta nelle società occidentali. E’ un tema incandescente, e l’imbarazzo è enorme. Anne Applebaum, saggista ed editorialista liberale, ha spiegato che non esistono strumenti per combattere l’estremismo interno, non c’è una dottrina, “non c’è nemmeno un ruolo specifico tra gli agenti dell’Fbi”. La soluzione è l’istruzione – un tema che appassiona anche l’intellettuale Yuval Noah Harari, che nel suo ultimo libro , “21 lezioni per il XXI secolo” (Bompiani) dedica alla formazione dei ragazzi un capitolo molto interessante che parte da un assunto molto doloroso: non fidatevi degli adulti – e con la più democratica delle azioni: “vote them out”, usate le urne per combattere l’estremismo. Come ancora non lo sappiamo, ma è rassicurante sapere che l’antidoto alle ideologie sottili e appiccicose è comunque la democrazia.

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  • Paola Peduzzi
  • Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi