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La Space Force di Trump è un colpo all’economia spaziale russa

Trump vuole un esercito nuovo di zecca che protegga i suoi satelliti e dà il via alla nuova corsa allo spazio

Giulia Pompili

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pompili@ilfoglio.it

11 Agosto 2018 alle 06:16

La Space Force di Trump è un colpo all’economia spaziale russa

Foto: Nasa

Roma. “Make space program great again”, aveva detto un anno fa il vicepresidente americano Mike Pence dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral. E giovedì al Pentagono è stato lui ad annunciare una delle più grandi riforme della politica spaziale americana: la creazione della Space Force. Entro il 2020 – se approvata dal Congresso – verrà creata una sesta Forza armata che sarà indipendente da Aeronautica, Esercito, Marina, Guardia costiera e corpo dei Marines, con un suo budget e una sua catena di comando. Non sarà responsabile soltanto dell’esplorazione spaziale, che è il settore più affascinante, ma soprattutto di questioni legate alla vita sulla terra, come il sistema di posizionamento globale Gps (gestito direttamente dagli Stati Uniti) e il sistema di satelliti che traccia i lanci di missili balistici. E’ la Difesa dei satelliti l’aspetto più importante della Space Force.

 

“L’America cercherà sempre la pace nello spazio, come sulla Terra. Ma la storia ci dimostra che la pace arriva soltanto con la potenza, e la Space Force americana si trasformerà in una potenza negli anni a venire”, ha detto Pence. Le “ambizioni galattiche” dell’Amministrazione Trump erano state svelate quasi subito dopo l’elezione del tycoon: un anno fa con un ordine esecutivo Donald Trump aveva ristabilito il National Space Council, una istituzione della Casa Bianca creata negli anni Cinquanta e poi abolita da Nixon, poi di nuovo riabilitata nel 1989 dal presidente George H.W. Bush e poi di nuovo tagliata nel 1993 da Bill Clinton, nell’ambito di una riorganizzazione degli uffici esecutivi e riduzione delle spese. A presiedere il Consiglio spaziale che ha accesso diretto allo Studio Ovale è proprio il vicepresidente Pence, che ha una fissazione per la corsa allo spazio e in poco più di due anni ha visitato tutti gli space center e i luoghi strategici delle tecnologie spaziali americane. L’obiettivo, rispetto a molte altre confuse policy di Trump, sembra chiaro: costituire un coordinamento tra enti pubblici e società private per tornare a dominare il settore aerospaziale.

 

Il programma spaziale americano si è fermato tra il 1986 e il 2003, con le due più grandi tragedie dei voli umani occidentali, rispettivamente quella del Challenger e del Columbia. Il sogno americano di conquistare lo spazio, dopo aver conquistato la luna, si era fermato nel 2011 con la chiusura del programma Space Shuttle. Quello della Nasa era un progetto costosissimo che non sembrava più una priorità per gli americani, presi dalle guerre contro l’estremismo islamico e i tagli alla spesa pubblica. La decisione di Trump di costituire la Space Force, già annunciata a marzo e da allora molto chiacchierata, è osteggiata da più parti, tra politici e ambienti militari. Il senatore Bernie Sanders  ha detto che “il presidente dovrebbe investire in sanità, educazione e ambiente, non spendere miliardi in armamenti”. Ma non solo tra i democratici quella della Space Force sembra “un’idea scema” (copyright Brian Schatz): uno dei più famosi astronauti del mondo, Scott Kelly, ha detto ieri a Fox che l’attenzione della Casa Bianca per il settore aerospaziale è una “buona idea”, visto che altri paesi, come Cina e Russia, stanno superando l’America in termini di capacità tecnologiche. Eppure la “burocratizzazione” di una Forza armata distaccata dalle altre, secondo Kelly, è un mero atto politico che rischia di essere “uno spreco di forze”. Non è un caso, però, che poco più di una settimana fa, con una cerimonia che non si teneva da sette anni, la Nasa ha presentato i nove astronauti che partiranno per lo spazio direttamente dal suolo americano, grazie alla collaborazione dell’agenzia governativa con la Space X di Elon Musk e la Boeing. I primi lanci dovrebbero avvenire già dal prossimo anno. Chiuso il programma spaziale americano, ad avere il monopolio dei voli umani verso la Stazione spaziale internazionale era infatti la Russia, ma per mandare un astronauta della Nasa nello spazio con la navicella russa Soyuz dal cosmodromo di Baikonur l’agenzia è costretta a pagare ogni volta un biglietto piuttosto costoso: tra i 70 e gli 80 milioni di dollari per astronauta. Un nuovo, indipendente programma spaziale americano è un colpo per l’economia della Difesa russa, e crea un’alternativa al vero competitor del nuovo secolo: la Cina.

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