Il lancio di una satellite dell'agenzia indiana di ricerca spaziale (Foto LaPresse)

Supermegapotenze galattiche

Giulia Pompili

Adesso che l'India è capace di distruggere un satellite in orbita, lo spazio è diventato sempre più una questione di interesse nazionale

Roma. Giusto un paio di settimane prima dell’inizio delle elezioni generali, l’altro ieri il primo ministro indiano Narendra Modi ha inviato un messaggio galvanizzante alla nazione: l’India è diventata una “space superforce”, una superpotenza spaziale. L’espressione può sembrare la battuta di un film fantascientifico, o può suonare simile alle parole usate dal leader nordcoreano Kim Jong Un quando ha annunciato al mondo che la Corea del nord non aveva più bisogno di fare test nucleari perché era finalmente diventata “una potenza nucleare”. Dietro alle parole di Modi, però, c’è una verità che ha a che fare non solo con la competizione spaziale – un settore, e vale la pena ricordarlo, legato alla ricerca scientifica ma anche e soprattutto al settore della Difesa – ma con la strategicità che stanno assumendo sempre di più i satelliti e tutto ciò che avviene nell’orbita terrestre, lontano dai nostri occhi ma non dai nostri interessi.

 

Mercoledì mattina l’Indian Space Research Organization ha annunciato di aver condotto con successo un test per la distruzione di un satellite. L’intera operazione è durata tre minuti, ma il governo indiano non ha svelato che tipo di satellite sia stato abbattuto. Già da un paio di anni l’India aveva assicurato di avere la tecnologia adatta ad abbattere un satellite, ma per avere un test di successo ci è voluto un po’ di tempo. A questo punto, le superpotenze spaziali in competizione tra loro diventano quattro: Russia, Cina, India e America.

 

Le conseguenze dal punto di vista delle relazioni internazionali erano prevedibili. Ieri il direttore del Global Times Hu Xijin, che è un po’ il megafono della propaganda di Pechino, ha scritto su Twitter: “Anche la Cina ha abbattuto un satellite nel 2007, e il test è stato condannato dall’America e da altri paesi occidentali. Ora come reagiranno?”. Dodici anni fa, il fatto che la Cina raggiungesse quel tipo di tecnologia sembrava una pericolosa escalation della corsa agli armamenti. Oggi se ne parla un po’ meno, forse perché siamo abituati a considerare malmessi i trattati internazionali per la non proliferazione, e la mancanza di fiducia tra paesi è uno status con cui convivere. E infatti poco dopo il test indiano la polemica internazionale si è concentrata sui rifiuti spaziali (dove vanno a finire i rottami del satellite, ora che lo avete distrutto?) che è un tema già dibattuto da tempo, per via della pericolosità dei rifiuti che entrano in rotta di collisione con i costosissimi satelliti.

 

 

La notizia del test indiano è arrivata nello stesso giorno in cui l’Amministrazione Trump ha nominato il capo dello Space Command, il comando spaziale – una nuova struttura del Dipartimento della Difesa che si occuperà del controllo delle operazioni militari americane nello spazio. La nomina del generale John F. Raymond riguarda l’Aeronautica, ma è comunque un primo passo verso la costituzione della Space Force, la sesta Forza militare a disposizione di Washington oltre all’Esercito, alla Marina, all’Aeronautica, al Corpo dei Marine e alla Guardia costiera che Trump vuole costituire prima della fine del suo primo mandato. È l’esempio di quanto, all’interno dell’Amministrazione, la questione della messa in sicurezza dei satelliti americani sia di primo piano. È in questa prospettiva che va messa anche l’attenzione al settore telecomunicazioni italiano, e non solo per via del 5G. Il settore aerospaziale in Italia è un gioiello di ingegneria e ricerca. Ma vista da qui, la competizione con le quattro superpotenze sembra inarrivabile, mentre i progetti europei per la costituzione di una rete di satelliti indipendenti in concorrenza con quelli di America e Cina sembra una soluzione efficace e competitiva. Noi però, anche in questo caso, a sentire il governo gialloverde abbiamo preferito i cinesi.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”, ed è in libreria con "Sotto lo stesso cielo" (Mondadori). È terzo dan di kendo.