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Ecco la Grecia che entra nell’età adulta dopo otto anni di aiuti

L’Eurogruppo decide le condizioni per il post bailout. Il problema del debito e la voglia di continuare a controllare

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

21 Giugno 2018 alle 06:00

Ecco la Grecia che entra nell’età adulta dopo otto anni di aiuti

Foto LaPresse

[22 giugno] Dopo sette ore di trattative con i creditori, nella notte tra giovedì e venerdì i ministri delle Finanze della zona euro hanno raggiunto un accordo per permettere alla Grecia di uscire dal programma di aggiustamento economico, alleggerendo il suo debito e rinviando di 10 anni la scadenza entro cui ripagare i prestiti ricevuti. L'accordo prevede un'ultima tranche pari a 15 miliardi di euro, che garantirà al paese circa due anni di autonomia prima di tornare a finanziarsi sui mercati internazionali. 


  

Milano. Oggi la Grecia ricomincerà a camminare da sola, dopo otto anni di bailout europeo, 270 miliardi di euro ricevuti dal 2010, due corse sul ciglio della zona euro, pericolose e dolorose, proteste, scioperi, referendum, il debito al 180 per cento del pil (il più alto della zona euro), la disoccupazione al 20 per cento (la più alta della zona euro). “La Grecia è un paese diverso oggi”, ha detto la settimana scorsa il portoghese Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo, ha corretto quelle storture che l’aveva resa “un caso speciale” all’interno dell’Unione europea, “ora ci sono le condizioni perché Atene riprenda tra le mani lo sviluppo economico e sociale del paese, all’interno del quadro europeo, e potrà sempre contare sulla solidarietà europea, se continua a stare sul percorso stabilito di responsabilità interna”. Il bailout scade formalmente ad agosto, ma oggi i ministri delle Finanze europei metteranno le basi per la restaurazione della sovranità finanziaria della Grecia, dopo che il primo ministro greco, Alexis Tsipras, è riuscito a convincere la coalizione radical-nazionalista di cui è a capo a votare l’ultima revisione alle riforme imposte dalla troika, un ultimo assaggio di austerità che dovrà rimanere anche quando il bailout sarà chiuso (155 voti a favore, 144 contrari, vita durissima).

   

E’ passata la paura? Non proprio. Tra il 2008 e il 2016, l’economia greca si è contratta del 28 per cento: la chiamano la Grande Depressione greca. Ora le previsioni di crescita sono all’1,9 per cento, secondo la Commissione europea, e gli investitori sono più fiduciosi, ma il debito continua a rendere fragile la ripresa. Dopo le riforme accidentate, dopo le grandi manifestazioni, le isole in vendita, il terrore dell’insolvenza, le battaglie notturne in Parlamento con i ministri accasciati per terra, le copertine dei giornali contro la Merkel coi baffetti da Hitler, dopo che il ribelle Tsipras ha ritrovato, tra un conto e l’altro da sistemare, pragmatismo e ragionevolezza (e persino un buon rapporto con la cancelliera tedesca), dopo tutto il problema è sempre lo stesso: il debito, e la sua ristrutturazione.

 

Troppo grande per sopravvivere, troppo grande per riuscire a gestire un altro bailout, il debito è il problema principale della Grecia e gli investitori sperano che almeno questa volta non si caschi troppo nell’allarmismo sulla solvibilità: è difficile ripartire con le tue gambe dopo otto anni di sostegni di ogni tipo mentre tutti intorno ti dicono che non ce la farai mai. Il debito è già stato ristrutturato negli anni: i creditori privati hanno dovuto privarsi di quasi la metà di quel che lo stato greco doveva loro dal 2012 a oggi. Sulla questione della ristrutturazione ci sono molte divisioni: all’interno dell’Europa, la Germania accetta il principio secondo cui la Grecia ripaghi il debito a un ritmo più rapido se l’economia cresce e più lento nei momenti di calo, ma vuole che questo meccanismo non sia automatico, deve esserci l’approvazione dei Parlamenti dei paesi europei. Il Fondo monetario internazionale invece non vuol sentir parlare di ristrutturazione, e anche la Germania ha smesso di insistere sul coinvolgimento del Fmi, anche se ancora crede in un suo ruolo “fondamentale” nella gestione del post bailout.

   

Il primo ministro greco Alexis Tsipras (foto LaPresse)


  

Il governo greco – che è consigliato dalla Rothschild & Company – ha deciso per ora di non vendere bond finché la situazione post bailout non si sarà consolidata: nei prossimi due anni, quando le condizioni del mercato sembreranno favorevoli, si ricomincerà. Nel frattempo però i creditori vogliono stare un po’ tranquilli, soprattutto vogliono controllare che, una volta da soli, i greci non riprendano le cattive abitudini. E’ per questo che molti sostengono che sì, il bailout può anche formalmente finire, ma nella sostanza la Grecia resta sotto osservazione, o meglio commissariata. Due giorni fa Bloomberg ha pubblicato il documento che sarebbe allo studio dei ministri dell’Eurogruppo, e che prevede un monitoraggio permanente da parte della Commissione europea, del Meccanismo di stabilità, della Banca centrale europea e del Fondo monetario internazionale. “Ogni spazio per la Grecia di forgiare le proprie politiche – dice questa bozza – sarà contenuto dal continuo impegno nei confronti delle istituzioni europee” in modo da salvaguardare ogni cambiamento strutturale deciso durante il bailout. In cambio i creditori prevedono degli esborsi (pari a circa 15 miliardi di euro) per tamponare eventuali crisi di liquidità.

     

Ma il costo di questo contentino (“la carota”, lo definisce Bloomberg) è alto, perché la Grecia dovrà continuare con le privatizzazioni, con le riforme, con le “traumatiche imposizioni” dall’esterno. Tsipras non vuole far innervosire i creditori appena torna ad avere libertà di manovra, ma allo stesso tempo deve risollevare la propria credibilità politica, e per questo ha promesso un innalzamento del salario minimo e delle tutele per i lavoratori che, guardando i conti, sono difficili da sostenere. Tsipras dice di non aver paura del sistema di monitoraggio che l’Europa vuole mantenere: non abbiamo niente da nascondere, ripete, siamo diventati adulti. Conta anche sul fatto che la generosità dimostrata sulla questione dell’immigrazione – la Grecia, come l’Italia, è un paese di primo approdo, e ha dovuto sostenere il peso della chiusura della rotta balcanica – e il recente accordo sul riconoscimento della Repubblica della Macedonia del nord gli abbiano conferito quell’aura di mediatore e di paciere che non aveva mai avuto.

  

Non c’è alcun nesso diretto tra debito e Macedonia, ma molti sperano che la fine della disputa sulla Macedonia possa essere da aiuto sul negoziato del post bailout. E poi ci sono gli altri: la Grecia forse non è del tutto un “paese diverso” rispetto al 2010, o almeno deve ancora lavorare sulla propria trasformazione, ma di certo non è più un “caso speciale”, o almeno non è l’unico. Con la Brexit che si avvicina e con il governo giallo-verde italiano che procede per contraddizioni destabilizzanti, la Grecia può almeno puntare sulla più banale delle giustificazioni dei monelli: non sono stato solo io.

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Commenti all'articolo

  • GianniR

    21 Giugno 2018 - 11:11

    Dagli "aiuti" mi guardi Iddio che dai danni mi guardo io.

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