Papa Macron

Cari amici delle cosiddette élite, c’è un presidente a Parigi che parla a tutti e trionfa

17 Aprile 2018 alle 19:08

Papa Macron

Emmanuel Macron (foto LaPresse)

Mentre Di Maio si sbianchettava per accedere alle più alte cariche, e Luciano Capone andava verso il raddoppio dello stipendio, Emmanuel Macron parlava, parlava, parlava. Non solo al Parlamento europeo, un posto di rilievo ma che sembra fatto apposta per inghiottire ogni possibile parola, parlava anche in tv davanti a due giornalisti diversi dal solito, in un posto diverso dal solito, con un linguaggio diverso dal solito, e trionfava. Va bene, la Francia è percorsa da scioperi e malcontento e forse collera, notoriamente non è la prima volta, va bene, l’Europa dell’Unione è fragile e divisa, perde pezzi pregiati ed elezioni su elezioni, e non è la prima volta, ma c’è un giudice a Berlino (forse) e un presidente a Parigi (sicuro). Cari amici delle cosiddette élite, Habemus Papam.

 

A Strasburgo si parla poco, il tempo di evocare una guerra civile strisciante e di chiedere la rifondazione di un organismo malato che è anche una patria di settant’anni o due generazioni bibliche almeno, risparmiandosi il corollario per buona educazione: chi si mette ai margini, ai margini si mette. Ma è stato davvero spettacolare, al Palais de Chaillot, con la Tour Eiffel alle spalle, nel corso di due ore e mezza abbondanti di intervista su terreno neutro, non all’Eliseo, facendosi dare di Emmanuel Macron invece che di Monsieur le President, il talk-show di un paese felice che protesta e governa, governa e protesta, di un potere in gamba e di un giornalismo della grogne, del mugugno, e della signora Denuncia, letteralmente asfaltato nei suoi due vecchi simboli da un giovinotto che sa il fatto suo, e come dice il mio amico Osouf, che lo detesta con molta cordialità, “bè, lo si deve ammettere, conosce l’essence des dossier”. In Italia c’era un derby pensoso e penoso tra Lazio e Roma, a Parigi una partita di boxe con un peso leggero che atterrava due pesi massimi quasi ogni round.

 

Ha commesso due errori. Un attacco di passata al tabagismo che mi è suonato insolente in quanto tabagista da una vita, figlio e fratello di tabagisti, che esige rispetto per i vizi. E un’espressione di fiducia nelle parole di Donald Trump, che gli ha comunicato al telefono, prima dei bombardamenti recenti, la sua “volontà di restare in Siria a lungo”, cosa di cui Macron era sicuro di averlo convinto. Non fidarsi di noi tabagisti e confidare in un buffone da circo minimo, questo è stato ingenuo. Ma sono peccati veniali.

 

Partiamo dai suoi interlocutori. Anche simpatici. Uno era Jean-Jaques Bourdin, che ha cominciato attaccando i manifesti per un avvocaticchio fascista diventato politico borbottone negli anni Sessanta, poi ha fatto i soliti mille mestieri, si è preso uno straccio di titolo di studio, infine ha cercato la via del giornalismo sportivo e ha trovato quella del giornalismo di opposizione a prescindere, la voce del popolo, la voce del malcontento. Ma non è di quelli a cui pensate guardando La7 o circonvicini, è una maschera molto francese, un volto molto bello e rugoso, un Gabin o un Ventura, Lino Ventura, che va per la settantina e sa come portare in palmo di mano, professionalmente cioè con cinismo affinato, l’indignazione di fronte alle ingiustizie. 

 

L’altro era Edwy Plenel, che ha la mia età, sei mesi di meno, 66 anni, nasce trotzkista invece che comunista togliattiano, nasce antipatico invece che simpatico, resta fedele ai suoi ideali di gioventù invece di tradirli fino in fondo, ma nel frattempo trova il modo di dirigere il Monde, suscitare una marea di scandali che nemmeno il Canard Enchaîné, ovviamente in collaborazione con i servizi segreti interni, e fonda e dirige da dieci anni un quotidiano online che dire ben fatto, professionalmente, è dire poco, a cui sono abbonato si può dire da sempre, Médiapart. Nonostante abbia una faccia di quelle che quando le incontro in autobus cambio posto, è in genere preparato e sottile, come tutti i trotzkisti, ma stavolta che plof, che flop, che flip.

 

Macron era tutto quello che non abbiamo più il piacere di conoscere nella politica italiana. Bello, competente, inarrestabile nell’argomentazione, titolare di una lingua perfetta, elegante naturale senza affettazione, mai che si senta lo sforzo, mai che si senta la patente bugia, mai demagogo, sempre vigile e gentile ma duro quando necessario. Poteva parlare di tutto senza vergogna e con molto pudore, dalle bombe in Siria alla politica estera, da Putin a Erdogan al principe ereditario saudita, dai pensionati ai quali ha chiesto uno sforzo di riequilibrio tra le generazioni ai funzionari pubblici, poteva parlare dei ferrovieri in sciopero, dei sindacati, del terrorismo, degli squatters dell’aeroporto nel nord della Francia in fase di evacuazione forzata, della parità uomo-donna, dell’islam, della scuola, della laicità di stato che non è laicità della società, poteva parlare degli ospedali, degli ospizi, della demografia africana ed europea, dell’aspettativa di vita, dei ricchi, delle tasse, degli evasori, dunque del fisco e dell’eguaglianza di fronte alla legge, di tutto poteva parlare ed era sempre estremamente convincente, faceva in modo che le parole suffragassero i fatti e viceversa. E’ stato attaccato e provocato su tutto lo scibile politico internazionale, si vedeva che è uno abituato agli esami e che quei due, che avrebbero potuto essere ciascuno il padre dell’esaminato, dovevano abituarsi all’eloquenza di un figlio che fa faville a un anno dalla sua prodigiosa nascita-elezione.

 

I supercinici dicono che farà la fine di Renzi o se è per questo di Hollande o di Sarkozy. Vedremo, tutto è possibile nel mondo del nulla. Ma intanto, e ve lo dico io che all’inizio lo vedevo insufficiente nel linguaggio del corpo, tradito dal timbro di voce (ma ha corretto studiando anche il falsetto delle origini), ve lo dico io che da tempo apprezzo quella sequenza di idee, quel pragmatismo illuminato e globalizzato, quella grande cultura politica, bè se una volta Macron non mi sembrava adatto alla Francia ora è la Francia che mi sembra debba adattarsi a Macron, uno che accetta il tu per tu con le viscere e lo trasforma in una cavatina da sogno. Vedere per credere, c’è Bfm Tv su ogni possibile web.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    18 Aprile 2018 - 17:05

    Giuliano Ferrara è un esteta. The Donald offende, Macron soddisfa in pieno questa sua peculiarità. Inutile soffermarsi sulle implicazioni politiche. Se lo si vuol fare, il principio di realtà ci impone di collocarlo nella realtà costituzionale e istituzionale francese. Agli antipodi, culturali e operativi della nostra. Lo stesso, identico Macron, traslato in italica terra, avrebbe lo stesso appeal estetico? Ne dubito assai.

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  • carlo schieppati

    18 Aprile 2018 - 07:07

    Molto buona l'osservazione per cui la laicità è dello Stato e non della società: almeno riesce a pensare la distinzione tra Stato e società, cosa che da noi non si riesce ancora a fare. Non capisco invece il riferimento alla democrazia autoritaria: la democrazia può degenerare (quasi sempre lo fa) in totalitarismo e totalitarismo e autoritarismo sono concetti affatto diversi. Per esempio la democrazia incarnata da Macron è la sua degenerazione in totalitarismo tecnocratico al servizio di circoli finanziari e corporazioni produttive che sanno letteralmente inventarsi delle guerre con milioni di vittime mascherati da interventi umanitari. Comunque è veramente spassosa l'infatuazione dell'Elefantino per il robottino uscito dai laboratori della Rothschild.

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