Il romanzo criminale di Sarkozy

Mauro Zanon

E’ quello che si potrebbe scrivere sulla fine lenta e spietata del “petit président” e del suo sistema di potere

La sua triste parabola è terminata giovedì, in una periferia di Parigi, negli uffici bui del reparto anti-corruzione della polizia giudiziaria di Nanterre, in quel comune dove cinquant’anni fa scoppiò la prima scintilla del ‘68, l’odiato ‘68, contro il quale si è scagliato tutta la vita, additandolo come la “causa di tutti i mali della Francia”. “Corruzione passiva”, “finanziamento illegale della campagna elettorale” e “occultamento di fondi pubblici libici”, tre macigni che pesano sulla sua figura e sulla storia, quella del più grande bluff della repubblica di Francia, la storia di un millantatore pacchiano che nel 2007 ci aveva venduto la rivoluzione liberale nel paese più statalista d’Europa, la modernizzazione della nazione più corporativista del mondo, il nuovo sogno francese del “travailler plus, pour gagner plus” e la cancellazione delle anacronistiche 35 ore, e invece ci ricorderemo di lui soltanto per il suo atteggiamento da bullo e le vergognose risatine sull’Italia di Berlusconi, di cui è stato avvocato, un semplice dipendente, per le sue amicizie bling-bling e i suoi gusti triviali, per gli occhi puntati sul suo smartphone durante un’udienza di Papa Benedetto XVI in Vaticano, per i tappeti rossi al Qatar e il suo “vattene coglione” a un contadino che non gli aveva voluto stringere la mano, per i viaggi in yacht con Bolloré e le liaisons dangereuses con i dittatori africani, e per i tanti, tantissimi scandali giudiziari.

 

Il sarkozysmo, un sistema di potere centralizzato, con controlli polizieschi e intercettazioni a tappeto. Faccendieri all’Eliseo

In molti gli avevano creduto, non solo i francesi che lo votarono con il 53,06 per cento dei suffragi contro la debole candidata dei socialisti, Ségolène Royal, moglie del futuro presidente François Hollande, ma anche molta destra italiana, che all’inizio, quando lanciava il primo governo dell’“ouverture”, e aveva un aroma inebriante di outsider, era andata in sollucchero per questo avvocato di origini ungheresi, poco avvezzo ai salotti di Saint-Germain-des-Prés e poco amato dai giornaloni dell’intellighenzia, che non era uscito dalla solita Ena, né da Sciences Po, parlava schietto, si faceva capire anche dalla Francia profonda, quella dei petits blancs e dei “365 formaggi” (De Gaulle), curava molto la sua retorica securitaria, era pronto a ripulire le banlieue islamizzate con il “kärcher”, e aveva deciso di creare anche un ministero dell’Immigrazione e dell’Identità nazionale, promettendo di rispedire nel proprio paese tutti gli immigrati irregolari (come gli ricordò Patrick Buisson, la sua eminenza grigia durante la campagna elettorale del 2012, nel suo quinquennio era invece riuscito a battere i record di regolarizzazioni e di entrate illegali sul suolo francese, superando persino il socialista Jospin). Ma è stato una delusione, una grande delusione.

 

I finanziamenti libici per la campagna presidenziale del 2007 potrebbero rivelarsi “il più grosso scandalo della Quinta Repubblica”

La cottarella, comunque, era durata veramente poco. Ci si era presto resi conto di che pasta fosse fatto l’iperpresidente che chiamava il suo primo ministro “Mr Nothing” – quel François Fillon che poi si è “vendicato” vincendo le primarie nel 2016, costringendo Sarko al ritiro definitivo dalla politica che conta – e voleva controllare tutto, da monarca, anche se monarca non lo è mai stato. Sarkozy voleva ridare alla Francia la sua “grandeur”, essere il nuovo De Gaulle, ma è stato sempre “petit”, “très petit”, fin dalla sera della vittoria, quando decise di festeggiare con ostriche e champagne al ristorante Fouquet’s, sugli Champs Elysées, attorniato da amici miliardari, star e starlette mediatiche, dopo aver impostato tutta la campagna sulla retorica del “presidente vicino al popolo”. Venne fin da subito bollato come il “presidente dei ricchi”, Cécilia, l’amore della sua vita, lo piantò con molto clamore poco dopo (pare addirittura che sia stato il Qatar a pagargli il divorzio, 3 milioni di euro, che Sarko avrebbe chiesto “piangendo sulla spalla dell’emiro”, secondo il libro “Une France sous influence”), e lui, negli anni a venire, fece veramente pochi sforzi per scrollarsi quell’immagine. Non basteranno queste sue parole: “Francamente, se dovessi rifarlo, non tornerei in quel ristorante”. Era già troppo tardi per recuperare la fiducia dei suoi concittadini, disinnamoratisi subito del giovane pupillo di Édouard Balladur colui che provò a scalzare la leadership di Jacques Chirac nel 1995 (la vicinanza di Sarko a Balladur, non verrà mai perdonata da Chirac). La commissione per la liberazione della crescita francese, meglio conosciuta come la commissione Attali, era un’idea fantastica, la crème dell’élite francese ed europea riunita attorno a un tavolo, il meglio della destra e della sinistra, tante riforme e tante liberalizzazioni per portare la Francia nel Ventunesimo secolo. Ma fu un fallimento clamoroso, le 316 proposte vennero praticamente tutte cestinate, e già nel 2008, un anno dopo l’insediamento, fu chiaro a tutti che la sarkozia era soltanto una coorte di servitori zelanti, e assai mediocri, passacarte e yes man (l’unico che si salvava era Henri Guaino, la sua plume, il gollista colto che scriveva discorsi meravigliosi sul merito, il lavoro, il senso del dovere, la responsabilità personale, la sovranità e l’identità), e non la selezione degli optimates, figli della meritocrazia repubblicana, che ci aveva fatto credere di voler consegnare alla Francia, quando aveva scritto “Témoignage”, il manifesto politico, ai tempi in cui sembrava ancora un liberale.

 

La commissione per la liberazione della crescita francese fu un fallimento clamoroso: le 316 proposte vennero cestinate

Ci sono due volti che raccontano cos’è stato il sarkozysmo, un sistema di potere ipercentralizzato, con controlli polizieschi e intercettazioni a tappeto (Laurent Wauquiez, attuale presidente dei Républicains, ha detto qualche settimana fa che Sarko metteva i telefonini di tutti i suoi ministri sotto intercettazione prima del Consiglio dei ministri del mercoledì), loschi faccendieri habitué dell’Eliseo e valigette in pelle traboccanti di bigliettoni: il primo è quello di Claude Guéant, soprannominato il “cardinale” di Sarkozy, l’austero grand commis divenuto direttore della campagna elettorale del suo boss nel 2007, poi ministro dell’Interno, e dove se no, numero uno di Place Beauvau, il cuore del potere francese, dove sono custoditi tutti i dossier e tutti segreti del paese; il secondo è quello di Bernard Squarcini, il flic della sarkozia, patron della potentissima Dcri, l’intelligence interna di Parigi, chiamato “Le Squale”, lo squalo, per la sua spietatezza, nonostante le sue rotondità e i suoi modi apparentemente affabili. Ai bei tempi che furono, era tutto un intercettare e un ringraziare con inchini e favori di ogni tipo chi aveva aiutato la scalata del clan. Da segretario generale, Guéant, fin dal 2006, accoglieva in pompa magna all’Eliseo i suoi amici faccendieri, Alexandre Djouhri, intermediario franco-algerino tra Parigi e Tripoli e “facilitatore di affari”, così viene definito, in Africa e in medio oriente, e Ziad Takieddine, soprannominato “Tak”, mercante d’armi libanese vicino al presidente libico Gheddafi e ai suoi sgherri, che si scoprirà essere il trasportatore dei 5 milioni di euro contestati a Sarkozy dalla giustizia francese. Squarcini, dal canto suo, metteva a disposizione le sue informazioni raccolte durante anni e anni di esperienza ai Reinsegnement généraux, e sguinzagliava i suoi poliziotti contro chi cercava di ostacolare l’ascesa degli ambiziosi sarkozysti. C’era poi Brice Hortefeux, l’altro pasdaran di Sarko, colui che il 6 ottobre del 2006 incontrò il capo dell’intelligence militare libica, Abdellah Senoussi, il capo del Fondo libico degli investimenti africani, Bashir Saleh, e Takieddine (con cui andava in vacanza nel suo yacht personale), per sbloccare, secondo quanto emerso da un documento pubblicato nel 2012 da Mediapart, il versamento di 50 milioni di euro da parte di Gheddafi alla sarkozia. Tra il 2007 e il 2012, circolava tanto contante nella sede dell’Ump, oggi Républicains, come diceva senza pudore l’allora tesoriere, Éric Woerth, altro pezzo da novanta dell’Ump a trazione sarkozysta, (oggi che quel “contante” si sa forse da dove arriva, è improvvisamente più reticente). Guéant, subito dopo la vittoria del 2007, aveva affittato una cassaforte gigante all’agenzia Bnp Paribas del quartiere Opéra, si era comprato un appartamento dietro l’Arco di Trionfo con l’aiuto di Djouhri e Saleh, “usava in maniera immoderata” i liquidi, secondo le parole degli inquirenti dello scandalo libico, ma lui, l’uomo forte della sarkozia, ha sempre detto di aver ricevuto in regalo dalla Libia soltanto una cassa piena di datteri, di essersi potuto permettere una nuova dimora grazie a 500mila euro raccolti in seguito alla vendita di due quadri di un oscuro pittore fiammingo, e di aver infine utilizzato la cassaforte soltanto per depositare i fogli con i discorsi di Sarko, niente più. I giudici non gli credono, e i francesi neppure, del resto 2.450 euro ritirati dallo sportello Bnp tra il 2003 e il 2013 sono decisamente pochi per una figura come la sua.

 

Ai tanto sbandierati diritti dell’uomo ha preferito le “mallettes”, le valigette traboccanti di soldi

Stanno cadendo uno dopo l’altro i giannizzeri della sarkozia, trascinati nel fango dalla fine lenta e spietata del loro capo e di un sistema di potere che lascia dietro di sé soltanto macerie, a partire dallo sfaldamento della destra erede del gollismo e del giscardismo, oggi in mano a un funzionario senza personalità come Laurent Wauquiez. Guéant è iscritto dal 2015 nel registro degli indagati per “falso”, “riciclaggio” e “frode fiscale”, nel quadro dell’inchiesta sui soldi di Gheddafi, Hortefeux è atteso al varco con l’ex moglie Valérie, nella cui casa sono state ritrovate valanghe di bigliettoni di cui non si conosce la provenienza, oltre che le prove di versamenti per centinaia di migliaia di euro. E da mercoledì sera anche il loro patron è indagato. Non esagera Edwy Plenel, flic del giornalismo parigino, quando dice che la vicenda dei finanziamenti libici per la campagna presidenziale del 2007 potrebbe rivelarsi il più “grosso scandalo della Quinta Repubblica”. Non esagera perché se la giustizia troverà (e forse le ha già in mano) le prove formali di quanto rivelato nel 2012 dal suo Mediapart, ci saranno ben poche analisi da fare, se non la constatazione che una dittatura straniera ha corrotto il processo elettorale di una democrazia, quella francese, finanziando e facilitando la vittoria di uno dei suoi concorrenti. “L’affare Sarkozy mi fa pensare. Vorrei soltanto dire questo: nonostante le condizioni difficili, la giustizia fa il suo corso. Penso ai milioni di elettori che hanno il diritto di sapere se la partita che si giocò allora fu giocata ad armi pari”, ha tuìttato giovedì Ségolène Royal, riferendosi al ballottaggio infelice del 2007. Era stato indicato come il nuovo astro della destra francese, Bruckner, Finkielkraut e Glucksmann si erano fidati, lo avevano sostenuto, poi si sono resi conto di aver votato un “ringard”, agitato e grossolano, un burino in chief, che ai tanto sbandierati diritti dell’uomo ha preferito le “mallettes”, le valigette traboccanti di soldi, e poco importava che venissero da Tripoli, Doha o Riad (“La République des mallettes”, di Pierre Péan, racconta molto bene tutto questo), un parvenu affascinato dagli americani, ma che di americano aveva soltanto i blue jeans, i Ray-Ban e il cattivo gusto culinario, un iperattivo tracotante che per risolvere una questione personale ha destabilizzato due continenti, Africa e Europa, scatenando una delle più gravi crisi migratorie degli ultimi cinquant’anni con una guerra scellerata promossa da un intellò decaduto, Bhl, che si era sostituito a Alain Juppé, allora ministero degli Esteri, contrario a bombardare l’“amico” che nel 2007 piantava la sua tenda beduina a pochi metri dall’Eliseo, divenuto improvvisamente “nemico”, perché custode di segreti inconfessabili. “Honte nationale”, vergogna nazionale, dicono alcuni, mentre la stampa mette in fila tutti gli scandali giudiziari in cui è coinvolto, dall’affaire Bygmalion, sul finanziamento illegale della campagna del 2012, al caso “Paul Bismuth”, passando per l’affare Karachi e la vicenda dei sondaggi commissionati senza gara d’appalto. Per quello ci sono “indizi gravi e concordanti”, sostiene la giustizia francese. E per Sarko non c’è più niente da ridere.

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