I disastri della tuttologia pop applicati alla Corea del nord. Il caso Napoleoni

Divulgare molto e approfondire poco non aiuta a capire

Giulia Pompili

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7 Febbraio 2018 alle 14:54

I disastri della tuttologia pop applicati alla Corea del nord. Il caso Napoleoni

Kim Jong-un (foto LaPresse)

Roma. A essere obiettivi, bisognerebbe iniziare a domandarsi se questo diffuso disinteresse degli italiani per la lettura non sia in qualche modo collegato con l’offerta delle case editrici. Non parliamo di narrativa, naturalmente, ché di scrittori no, ma di critici in giro ce ne sono tantissimi, e lasciamo a loro l’argomento. Parliamo piuttosto di saggistica: perché il pubblico, magari, qualche saggio documentato ma non polveroso sulla politica internazionale lo leggerebbe pure. Succede, altrove, perfino in Europa, perfino nella nostra vicinissima Francia dove i quotidiani hanno spesso tra le notizie d’apertura la politica estera, e i saggi ben fatti vendono quasi quanto la biografia di Totti. Esiste un circolo virtuoso, insomma, dove a tirare il mercato è la qualità e il resto finisce in un angolo buio di sparute librerie. Ma esattamente come spesso avviene nei giornali, se un argomento è troppo difficile da affrontare, complicato da spiegare, pieno di dettagli e di sfumature importanti, come lo si affronta? Facile, lo si semplifica fino a farlo diventare “divulgativo”. C’è sempre chi si prende la briga di trasformarlo in un argomento pop – inteso come popolare, lasciando che ognuno possa farsi una propria idea superficiale, partendo da superficiali basi, da espettorare al bar. Quel qualcuno, di solito il tuttologo di turno, si trasforma così nel giustiziere delle notizie, nel vendicatore, l’eroe che ha salvato l’opinione pubblica e il suo diritto di sapere. “Finalmente qualcuno che dice le cose come stanno”, seguito da molti punti esclamativi. No, non stiamo parlando di vaccini. Stiamo parlando di Corea del nord, e del nuovo libro di Loretta Napoleoni “Kim Jong-un il nemico necessario” pubblicato a fine gennaio da Rizzoli e della sua edizione in inglese “North Korea: The Country We Love to Hate”, pubblicato poche settimane prima dalla UWA Publishing.

 

Il “regno eremita”, come si ostina a chiamarlo gran parte della stampa, di eremita ha forse soltanto i suoi veri conoscitori, accademici illustri e molti anche italiani. Loretta Napoleoni invece è un volto noto, è “economista, scrittrice, consulente di governi e di organizzazioni internazionali, ha insegnato alla Cambridge University e ha presieduto il comitato per l’antiterrorismo del Club de Madrid”, si legge sulla sua biografia sul sito di Rizzoli. Oltre a varie collaborazioni, “con Rizzoli ha pubblicato Maonomics (2010), Il contagio (2011), Democrazia vendesi (2013) e Mercanti di uomini (2017)”. Passare dall’economia cinese alla Corea del nord potrebbe essere un collegamento piuttosto naturale. Ma resta un mistero la sconfinata grandezza di certe menti, che abilmente passano dal “business sofisticato dei trafficanti di uomini e dei rifugiati”, il “business del terrorismo”, attraverso le conseguenze de “L’euro, la moneta unica creata troppo in fretta e gestita con scellerata leggerezza”, per finire con lo snocciolamento delle criticità di “Iraq, Iran, Afghanistan, Libia, Giordania”. Dopo tutto questo studio, quanto tempo le sarà rimasto, ci si domanda, per scoprire i segreti del “regno eremita”?

 

Per capire questo ultimo libro, “Kim Jong-un il nemico necessario”, bisogna partire dalla bibliografia – una bibliografia è necessaria, se si vuol pubblicare in una collana saggi. Prima nota: “Interviste di Loretta Napoleoni, agosto-ottobre 2017”. Ma interviste a chi? Perché è vero che le fonti sono anonime, e tali devono restare, ma il lettore dovrà pur capire se l’intervistato è il ministro dell’Unificazione sudcoreano o un pescivendolo di Bari. Si parte poi con l’elenco di una settantina di articoli pubblicati su vari media – tutti rigorosamente anglosassoni – che risultano tutti visualizzati dalla Napoleoni il 15 dicembre del 2017 (deve esser stata una giornata impegnativa). Passiamo dalle inchieste di Anna Fifield, storica corrispondente del Washington Post, poi molto New York Times, molto New Yorker, Reuters. Nel testo si riconoscono intere citazioni degli articoli, mentre tra le interviste fatte in prima persona si cita tre volte soltanto un “diplomatico europeo di lunga esperienza coreana”. Il resto delle citazioni bibliografiche sono 17 video (che chiunque abbia un po’ di dimestichezza con le cose asiatiche conosce) e 19 libri, tutti piuttosto datati, a parte “Unveiling the North Korea Economy” di Byung-Yeon Kim, che lo scorso anno è stato stracitato per la sua nuova prospettiva sul mercato nero nordcoreano (da cui Napoleoni attinge a piene mani) e “North Korea Confidential” del 2015 di Daniel Tudor e James Pearson, anche qui un libro che ha determinato il dibattito per mesi. Bastano queste fonti per avere un’idea di quel che succede in Corea del nord? Boh.

 

Intervistata giorni fa da TgCom24 Napoleoni ha detto che dal 1989 in poi, “dal crollo del Muro di Berlino abbiamo visto un’espansione della democrazia e del libero mercato in tutto il mondo, tranne che in Corea del nord”, dimenticando, nel sottolineare l’unicità nordcoreana, gran parte dell’Asia – per esempio, in Myanmar le prime elezioni convocate dalla giunta militare risalgono a sei anni fa, la nuova Costituzione del Nepal è del 2015 e la Cina, come dire, seppure liberomercatista è guidata dal 1949 dallo stesso partito – e dell’Africa. Ma secondo Napoleoni Kim è stato scaltro, perché “è riuscito a consolidare l’immagine di un leader completamente diversa da quella del padre, il padre era un recluso, lui invece va in giro” – e bastava una breve ricerca su Google per trovare le foto di Kim Jong-il e Madeleine Albright che brindano nel 2000, le foto con Bill Clinton nel 2009, l’abbraccio con Jiang Zemin a Pechino nel 2004, mentre mai ne troverà una simile di Kim Jong-un – “parla con la gente, stringe la mano, apre gli asili nido”.

Questo articolo non vuole essere un fact checking, e il libro, come volume puramente divulgativo è perfino accettabile, ma la lettura inevitabilmente porta a una domanda: può un ampio saccheggio che non precipita in nessuna teoria – tranne quella del “nemico necessario”, ma di chi, e per cosa, non è dato sapere – giustificare una pubblicazione “saggistica”?

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    07 Febbraio 2018 - 15:03

    "C’è sempre chi si prende la briga di trasformarlo in un argomento pop – inteso come popolare, lasciando che ognuno possa farsi una propria idea superficiale, partendo da superficiali basi, da espettorare al bar. Quel qualcuno, di solito il tuttologo di turno, si trasforma così nel giustiziere delle notizie, nel vendicatore, l’eroe che ha salvato l’opinione pubblica e il suo diritto di sapere." Bellissima descrizione. Come direbbe la Settimana Enigmistica, "chi ci ricorda"? A me personalmente, Rampini.

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