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Justin Trudeau e l’ossessione per una lingua “gender-free”

Il primo ministro canadese corregge una ragazza che aveva pronunciato la parola “mankind”, che parla di un’umanità sessista da eliminare. L’ultima uscita del paladino del pol.corr. (non solo) linguistico

6 Febbraio 2018 alle 18:26

Justin Trudeau e l’ossessione per una lingua “gender-free”

Justin Trudeau (foto LaPresse)

La ragazza che ha preso la parola dal pubblico ha osato dire la parola, mankind, umanità, e prima ancora di rispondere alla domanda Justin Trudeau l’ha corretta: “Noi preferiamo dire peoplekind”, dove il sessista “man” scompare in favore di un neutro “people”.
La giovane, che fa parte della World mission society of God, un’associazione di volontariato cattolica, era intervenuta durante un comizio in stile townhall a Nanaimo, nella British Columbia, per chiedere un parere e, possibilmente, una revisione legislativa delle regole che, a suo dire, non permettono alle associazioni religiose in Canada di “fare volontariato come vorremmo”.

 

 

La World mission society of God si propone di estendere a Dio l’accezione di madre e non solo quella di padre e la ragazza, dopo aver parlato di come “sia estremamente difficile” diffondere il messaggio della World mission society of God, ha chiuso il suo intervento inneggiando all’amore “che cambierà il futuro dell’umanità”. The future of mankind. Trudeau l’ha subito corretta: “Noi preferiamo peoplekind, che è più inclusivo”.

 

Paladino del politicamente corretto e dell’inclusiveness a tutti i costi, Justin Trudeau è noto per la sua empatia, per le lacrime che bagnarono i suoi occhi blu mentre chiedeva scusa alla comunità lgbt, per i suoi interventi a favore del femminismo, ma la serie di gaffe che sta inanellando sembra diventare più grande di lui. Chissà se Trudeau avrebbe criticato anche Neil Armstrong, che appena sceso dall’Apollo 11, pronunciò una frase rimasta celebre: “E’ un piccolo passo per un uomo, un grande passo per l’umanità”, “That’s one small step for a man, but a giant leap for mankind”. Mankind, nel 1969, si poteva dire senza far arrabbiare nessuno.

 

Justin è stato applaudito dal pubblico presente in sala, che poco prima lo aveva visto prendersela con un gruppo di ambientalisti che lo stavano criticando per il sostegno all’oleodotto di Kinder Morgan, nella costa occidentale. “Mostrate rispetto o dovrete andarvene”, ha detto il primo ministro canadese, minacciando di far intervenire la polizia. Alla faccia dell’inclusività.

 

Ormai quella di Trudeau e del Canada è un’ossessione, una crociata che ha come obiettivo unico e finale il “gender free”. Tanto che giovedì scorso il Senato canadese ha votato una legge per cambiare la seconda strofa dell’inno nazionale, che recitava “all thy sons command”, facendo riferimento ai figli al maschile, in “all of us command”, senza distinzione.

 

A ottobre, in un articolo su Marie Claire, scrisse: “I nostri figli hanno il potere e la responsabilità di cambiare la cultura sessista”. In quel caso, l’accezione maschile però andava bene. L’anno scorso, Trudeau aveva annunciato il disegno di legge C-16, per aggiungere “l’identità di genere” a razza, religione, età, sesso e orientamento sessuale alla clausola di protezione dello Human Rights act, parlando del “grande arco della storia che tende verso la giustizia”.

 

Sarà, intanto la freccia del politicamente corretto che si tende in quell’arco sembra rivolgerglisi contro, e più che giustizia suscita imbarazzo e ilarità in molti commentatori. Tra i più accaniti Ben Shapiro, che su Twitter, per definire Trudeau, ha scritto: “E’ come se la canzone ‘imagine’ avesse preso forma umana e poi avesse mangiato una capsula di detersivo”.

 

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