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Trudeau è vittima del Trudeau Show

Giulio Meotti

Ha costruito il proprio brand sul moralismo pol. corr. Ora il premier canadese con la faccia da Aladino finisce come l’addestratore sbranato dalla tigre. Anziché scusarsi, Trudeau avrebbe dovuto rispondere come Barney

Roma. C’è chi ha tirato in ballo il passo del Vangelo di Matteo in cui Gesù dice: “Tutti quelli che prendono la spada, di spada periranno”. Altri, più laicamente, hanno scritto chi di politicamente corretto ferisce, di politicamente corretto perisce. È la triste parabola di Justin Trudeau, premier canadese e icona liberal, il volto della speranza nordamericana, così diverso, a modo, rispettabile e sempre giusto, rispetto al vicino di casa con i capelli arancioni. Ora baby face Trudeau è finito nei guai per il blackface. Il primo ministro ha chiesto scusa ai canadesi per una foto risalente al 2001, pubblicata da Time, che lo ritrae a una festa in maschera con la faccia dipinta di nero e un turbante in testa, affermando di aver fatto “una sciocchezza”. “Sono veramente pentito”, ha detto Trudeau ai cronisti, mentre la vicenda faceva implodere la sua campagna elettorale e finiva in apertura del New York Times. La festa in costume, dal tema “Arabian Nights” (“Le mille e una notte”), era stata organizzata dalla scuola di Vancouver dove Trudeau, allora neanche trentenne, insegnava. I musulmani avevano chiesto che si mostrasse contrito, che facesse ammenda per tanta arabofobia, islamofobia e suprematismo bianco, che chiedesse loro scusa. E il premier, cui manca ormai di chiedere scusa praticamente soltanto per la propria stessa esistenza di bianco privilegiato, lo ha fatto. È poi uscito un video, risalente ai primi anni Novanta, in cui Trudeau balla con il blackface. Visto dall’Europa sembra una commedia grottesca, ma la faccenda è terribilmente seria in Nord America.

 

 

Megyn Kelly, la star antitrumpiana di Fox News, è stata licenziata dalla Nbc dopo che aveva preso le difese proprio del blackface di cui è ora colpevole Trudeau, la pratica molto diffusa nel mondo dello spettacolo fino dagli anni 30 e in cui un attore bianco si dipinge il volto di nero per interpretare personaggi di colore (come Orson Welles in “Otello”). Megyn Kelly aveva giustificato il blackface durante i travestimenti di carnevale: “Cosa è veramente razzista? Davvero se una persona bianca si dipingesse la faccia di nero per Halloween o una persona di colore si dipingesse la faccia di bianco per Halloween rischierebbero di avere seri problemi. Quando ero bambina tutto questo era normale”.

 

Nel suo video in aereo dopo la rivelazione della foto, Trudeau ha citato l’“intersezionalità”, la nuova ideologia in voga in America e che somma gender, classe e razza. In pratica funziona così: se sei di colore, gay e fai parte dei ceti disagiati, ovvero più livelli di ingiustizia sommi, più scali la gerarchia della furia vittimistica che non fa prigionieri.

 

Justin Trudeau aveva costruito il proprio brand politico sulla forma più pura e incandescente di politicamente corretto. “Trudeau si è da tempo autoscelto come un portavoce scintillante per i liberal assediati di tutto il mondo, che si oppongono a Trump, che sostengono i diritti di genere e degli indigeni, che accolgono gli immigrati e combattono i cambiamenti climatici e il razzismo”, scriveva ieri il New York Times.

 

“L’amore materno cambierà il futuro dell’umanità”, aveva detto una donna a Trudeau in un comizio nel febbraio di un anno fa. “Ci piace dire ‘peoplekind”, non ‘mankind’, perché è più inclusivo”, l’aveva bacchettata Trudeau, salvo poi scusarsi dicendo che aveva fatto uno “scherzo stupido”. Di travestimenti multiculti, Trudeau ha fatto una professione.

 

Pochi mesi fa, durante un viaggio in India, Trudeau si era presentato in abiti appariscenti di seta e ricamati in oro, decorati con scarpe rosse a punta, come un artista di Bollywood. C’è chi lo ha deriso per la sua “condiscendenza culturale”, altri lo hanno accusato di “eccesso sartoriale e politicamente corretto”. Un abito “troppo indiano persino per un indiano”.

 

“Il primo ministro canadese non ha chiesto un po’ troppo scusa?”, si è domandata persino la Bbc, la zietta inglese più politicamente corretta che ci sia. “Il Canada non sta chiedendo un po’ troppo scusa?”, si è domandato pure il Guardian. Trudeau ha chiesto scusa ai discendenti del Komagata Maru, la nave giapponese che portava sikh, musulmani e indù e a cui fu negato l’ingresso in Canada nel 1914 ai sensi delle leggi sull’immigrazione dell’epoca. Ha chiesto a Papa Francesco di scusarsi per il ruolo della chiesa cattolica nel sistema scolastico nazionale, dove i bambini indigeni sono stati maltrattati per decenni. Ha chiesto scusa ai capi indiani. Ha chiesto scusa per il ricollocamento degli Inuit. Trudeau è diventato nel frattempo un selfie ideologico vivente e ha indossato praticamente qualsiasi maglietta-spot, come quella rosa contro il bullismo.

 

In un saggio dal titolo “l’ideologia canadese di Justin Trudeau”, il filosofo del Québec Mathieu Bock-Côté, star dei media francesi e autore del libro “L’empire du politiquement correct”, scrive: “Justin Trudeau presenta il Canada come il simbolo mondiale del politicamente corretto. Mentre Stephen Harper tendeva a collocare il Canada in quella che viene chiamata ‘Anglosfera’, Trudeau lo iscrive appieno nella civiltà globalizzata e ne è orgoglioso. La rottura con il governo conservatore non è solo politica, ma morale e persino filosofica. Il Canada appare come un laboratorio ideologico senza precedenti dove testare l’onda d’urto multiculturale”. Adesso quell’onda, come una nemesi, ha sciupato il premier baby face, finito come il domatore di tigri.

 

Anziché chiedere scusa, Trudeau sarebbe dovuto uscire dal format da lui stesso creato, il Trudeau Show, e imparare a rispondere come avrebbe fatto un altro canadese, Barney Panofsky. A chi gli diceva “noto in lei un fortissimo pregiudizio contro gli afroamericani”, l’alter ego di Mordecai Richler rispondeva: “Può dirlo forte”.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.