Le femministe fake e le ragazze iraniane

Tacciono sulle ragazze iraniane che si tolgono il velo e vanno dentro, troppo prese a boicottare Israele. Meglio occuparsi di “divario salariale”

2 Gennaio 2018 alle 20:28

Le femministe fake e le ragazze iraniane

Foto tratta da Twitter

Roma. Il silenzio più evidente è quello dell’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid al Hussein, il principe giordano sempre pronto a condannare Israele e Stati Uniti, ma del quale per ora spicca il rifiuto di dire una sola parola sulle vittime dell’Iran. C’è il silenzio delle quaranta commissioni del Consiglio dei diritti umani. Non una sola dichiarazione urgente da parte degli esperti in materia di detenzione arbitraria, libertà di parola, libertà di riunione e tortura? Ma è sulle donne che è più assordante il silenzio.

 

La ragazza arrestata e diventata la foto-simbolo delle proteste in Iran sventolava il suo hijab bianco per dire no al velo obbligatorio che la Repubblica degli ayatollah ha imposto a tutte le donne iraniane. Molte giovani in Iran stanno imitando il suo gesto per dire “no” a quella forma di oppressione. Le femministe occidentali sono silenti. Margot Wallström, ministro degli Esteri della Svezia, ha tuittato: “Seguo le dimostrazioni in Iran. E’ importante che la violenza sia evitata. La libertà di manifestare è un diritto umano basilare”. Un po’ pochino per il ministro che si vanta di guidare “il primo governo femminista della storia”.

 

Un anno fa il ministro del Commercio svedese, Ann Linde, e altri dieci membri di sesso femminile del governo Löfven, hanno sfilato di fronte al presidente iraniano Hassan Rohani indossando hijab e cappotti lunghi, in ossequio alle leggi di “modestia” oppressive che in Iran rendono obbligatorio il velo islamico. Nessuna meraviglia quindi che i tweet di Ann Linde in questi giorni non siano stati a favore delle ragazze iraniane che si sono tolte il velo, ma contro il discorso dell’odio online e il cambiamento climatico.

 

Di fronte agli attacchi del leader dei liberali Jan Björklund al tabloid svedese Aftonbladet, Ann Linde si era difesa affermando che non era disposta a violare la legge iraniana, che rende obbligatorio per le donne indossare il copricapo in pubblico da quando c’è stata la rivoluzione islamica del 1979. I tweet di Federica Mogherini, responsabile della politica estera di Bruxelles, parlano invece di “monitoraggio” della situazione in Iran (anche lei ha sfoderato lunghi veli pudichi nelle sue visite a Teheran, compresi molti selfie con gli ayatollah).

 

I gruppi delle femministe americane si preparano a ripetere la “Marcia delle donne” dello scorso anno, ma mentre le loro sorelle iraniane scendono in piazza per protestare contro un governo fondamentalista, alla ricerca di veri e propri diritti per tutti, le organizzazioni femministe americane tacciono. Non dovrebbero mobilitarsi per la causa di queste donne, considerando che la lotta per l’uguaglianza non riguarda i tamponi interni più economici o i pronomi neutri corretti, ma diritti e democrazia in un regime fondamentalista islamico che ha, per decenni, tenuto le donne come cittadine di seconda classe, dettando cosa possono indossare, con chi possono comunicare e che cosa possono fare con le loro vite?

 

L’Organizzazione nazionale delle donne (Now) tace. L’American Association of University Women pure, in teoria impegnata per il “progresso” delle donne in tutto il mondo, non ha nemmeno twittato una foto delle donne nelle strade dell’Iran, troppo impegnata a parlare del “divario salariale”. E le Women’s Marchers? Stanno organizzando una conferenza a Las Vegas. Titolo: “Together We Rise”. Questo mentre le donne implorano per le strade dell’Iran di essere trattate come esseri umani.

 

D’altronde Linda Sarsour, la leader della Marcia delle donne, ha trascorso l’ultimo anno cercando di vendere al pubblico americano l’hijab come un simbolo di “empowerment”. Sarsour ha trascorso gli ultimi giorni a twittare contro il “travel ban” di Donald Trump, il “colonialismo americano a Porto Rico” e a favore del boicottaggio di Israele. Sono i soliloqui della vagina occidentale.

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Commenti all'articolo

  • maropadila

    03 Gennaio 2018 - 15:03

    L'indipendenza intellettuale dal politically correct è cosa rara: richiede lo sforzo di pensare, che è la peggior fatica che si possa immaginare; pur essendo una donna, non posso non constatare che, specie nelle mie simili che più si agitano, il pensiero latita.

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  • pg.to

    03 Gennaio 2018 - 12:12

    L'ho già detto qui altre volte: non bisogna aspettarsi niente dalle autoproclamate femministe. Quelle sono solo chiacchiere e distintivo, pronte a fuggire e tacere davanti al primo imam che fa gli occhi truci. Lasciatele perdere. Le vere femministe sono quelle che nel quotidiano, senza strepiti, fanno valere i loro talenti (non il loro sesso) e conquistano silenziosamente il posto che si meritano. Ve lo dice una donna, lasciatele perdere.

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  • tamaramerisi@gmail.com

    tamaramerisi

    03 Gennaio 2018 - 11:11

    L'unico grido italiano che sale al cielo in solidarietà per le iraniane è quello delle statue di michelangelo bernini e canova a suo tempo costrette a velarsi per i crudeli misogini venuti d'oriente, tra pizzerie, anticipatamente, già in giubilo. Ma il loro è il grido muto, del dolore profondo che solo l'umiliazione sa infliggere. Povera Italia, perennemente in vendita, schiava.

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