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Svezia sottomessa. Prima finanzia poi censura il docufilm sul terrorismo

Nel documentario sono presenti quattro israeliani vittime del terrorismo. Il regista non ha dubbi, il motivo è questo 

22 Dicembre 2017 alle 12:04

Svezia sottomessa. Prima finanzia poi censura il docufilm sul terrorismo

Roma. Questa estate era stato censurato un docufilm sull’antisemitismo dal canale tedesco Wdr e da quello francese Arte. Fu la Bild a mettere a disposizione dei lettori un link a “Auserwählt und ausgegrenzt - Der Hass auf Juden” (Eletti ed esclusi – L’odio per gli ebrei), voluto e rifiutato dai due canali televisivi. Motivo? Il film di Joachim Schroeder e Sophie Hafner non parlava male di Israele, aprendosi con il discorso pronunciato il 23 giugno del 2016 dal presidente dell’Autorità palestinese Abu Mazen al Parlamento europeo. “Solo una settimana fa”, enunciava l’erede politico di Yasser Arafat, “un gruppo di rabbini ha chiesto al governo israeliano di avvelenare le acque dei palestinesi per sterminarli”. Adesso è la Svezia al centro di un caso simile.

    

  

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Il regista Bo Persson sta conducendo una battaglia politica con il servizio pubblico svedese Stv, che prima ha finanziato e poi ha censurato il suo film, “Watching the moon at night”. Persson, che ha realizzato il documentario insieme a Joanna Helander, non ha dubbi sul fatto che la decisione sia stata presa perché nel documentario sono presenti quattro israeliani vittime del terrorismo. Il film di un’ora e mezzo comprende le esperienze personali di vittime del terrorismo provenienti da Algeria, Spagna, Francia, Mosca, Israele, Stati Uniti, Colombia, Germania, Irlanda del Nord e altrove. Girato in sei paesi, il film si basa su interviste a noti esperti come Walter Laqueur e i compianti André Glucksmann e Robert Wistrich. Il principale finanziatore del film è stato lo Swedish Film Institute, e la regista e sceneggiatrice Marianne Ahrne, che ha approvato i finanziamenti, ha denunciato Svt per non averlo trasmesso. “Ho approvato il finanziamento del film mentre lavoravo come commissario allo Swedish Film Institute. Da allora, ho seguito il suo destino, vedendolo elogiato nei festival e da molti dei più importanti esperti globali nei settori che affronta, terrorismo e antisemitismo. Ma l’emittente televisiva pubblica nazionale del nostro paese, per qualche oscura ragione, ha rifiutato di proiettarlo. E continua a farlo. Sono arrivata a credere che il rifiuto di Svt di mostrare il film sia, purtroppo, motivato dal fatto che tra le vittime ci sono anche un paio di israeliani”. Si tratta di Arnold Roth, padre di una ragazza israeliana uccisa da un kamikaze alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme, e Dan Alon, sopravvissuto al massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco ‘72. Persson ha lanciato una petizione contro la decisione della Svt, firmata anche da alcuni membri dell’Accademia svedese, che assegna i premi Nobel, e da molti membri dell’Associazione svedese dei sopravvissuti all’Olocausto. “In questi tempi difficili e pericolosi, il terrorismo e l’antisemitismo minacciano ovunque le istituzioni della democrazia”, si legge nella petizione. “Cercare di nascondere questa realtà e distorcere il dibattito pubblico è il modo peggiore per affrontare queste minacce quando dovremmo invece difendere i diritti umani e i valori europei”. Persson ha raccontato il momento in cui crede ci sia stato il punto di svolta per Svt. Un regista del canale televisivo pubblico svedese ha letto la sinossi del film, poi ha detto: “Non dimenticate di dimostrare che gli Stati Uniti e Israele sono i veri aggressori”. Questo si sente in questi giorni a Malmö, Göteborg e Stoccolma, dove sono appena state lanciate bombe contro le sinagoghe, bruciate bandiere israeliane e gridato in strada “morte agli ebrei”. Come se il terrorismo contro Israele fosse diverso da quello che colpisce altrove. Come se fosse meno grave, più giustificabile, alla fine comprensibile. Resistenza all’“occupazione”. E’ la grande sceneggiata antisemita.

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