L'accusa di Charlie Hebdo a Mediapart: "Così ci condannate a morte"

Le ambiguità di Plenel su Ramadan e gli attacchi al settimanale

L'accusa di Charlie Hebdo a Mediapart: "Così ci condannate a morte"

La copertina di inizio novembre di Charlie Hebdo

Roma. “Affaire Ramadan, ‘Mediapart rivela’: non ne sapevamo nulla”. E’ la copertina della settimana scorsa di Charlie Hebdo, che prende in giro il direttore del sito d’inchiesta Mediapart, Edwy Plenel, raffigurato in pose diverse, con i suoi baffi che coprono gli occhi, chiudono la bocca e tappano le orecchie. Il riferimento è a Tariq Ramadan, intellettuale svizzero con posizioni molto ambigue verso l’islamismo, e sospettato di aver stuprato due donne: Plenel, solitamente sempre pronto a puntare il dito contro i “potenti”, avrebbe guardato dall’altra parte. La copertina non è, contrariamente a quanto sostiene Mediapart, un’insinuazione su una copertura di cui avrebbe beneficiato Ramadan ma un “semplice scherzo”, come ha spiegato Fabrice Nicolino, giornalista di Charlie, su France 5: “Non ero d’accordo con la copertina, credevo parlasse soltanto al nostro ‘microcosmo’. Ma a forza di autoproclamarsi padre della morale della Francia, della Repubblica, del diritto, della giustizia, del giornalismo, di tutto, era scritto che prima o poi un giornale come il nostro si occupasse di Plenel”.

 

Plenel, dal canto suo, ha subito reagito. Prima ha paragonato su Twitter la copertina a l’Affiche rouge, un manifesto del regime collaborazionista di Vichy che screditava i membri del gruppo Manouchian, della resistenza francese, fucilati il 21 febbraio 1944. Poi è intervenuto su France Info ed è andato persino oltre: “La prima pagina di Charlie Hebdo fa parte di una campagna più generale che l’attuale direzione del giornale sposa. Manuel Valls e altri, parte di una sinistra smarrita, alleata della destra o dell’estrema destra identitaria, trovano qualunque pretesto, qualunque calunnia, per dar voce alla loro ossessione: la guerra ai musulmani, la demonizzazione di tutto ciò che concerne l’islam”. Un concetto ripetuto in televisione da alcuni giornalisti della redazione, a quel punto invitati a commentare i fatti: “L’islamismo in quanto tale non è una cosa grave, ma va compreso e spiegato”, ha detto Jade Lindgaard, copresidente del quotidiano.

 

Nel numero di Charlie Hebdo di ieri, è il direttore Riss a rispondere a Plenel: “Ci condanna a morte una seconda volta”, scrive, in un momento non facile per il settimanale: dopo gli attentati del 7 gennaio 2015, Charlie Hebdo è stato di nuovo vittima di minacce di morte e insulti a seguito di una copertina dedicata proprio a Tariq Ramadan. Riss, in particolare, si sofferma sul passaggio dell’intervento di Plenel, che accusa il suo giornale di stare partecipando a una “guerra” contro i musulmani: “Questa frase, che designa Charlie come un presunto aggressore dei musulmani, arma quelli che in futuro vorranno finire il lavoro cominciato dai fratelli Kouachi. Questa frase, che parla del nostro giornale satirico come un’arma di guerra, assolve già oggi quelli che ci uccideranno domani”.

 

Lo scontro, che soltanto pochi anni fa sarebbe stato interpretato come un semplice litigio tra due giornali di sinistra, ha assunto un carattere molto più ampio. Dal 7 gennaio 2015, giorno dell’attentato, e soprattutto dall’11 gennaio, giorno della più grande manifestazione di piazza dalla Liberazione, Charlie Hebdo è diventato simbolo della Francia, della République, un giornale che difende la libertà di espressione e una visione della laicità intransigente. Al contrario, Mediapart è in prima fila contro l’islamofobia, o ciò che definisce “razzismo di stato” nei confronti dei musulmani francesi. Due sinistre “irreconciliabili”, ha detto Manuel Valls; un “suicidio intellettuale”, ha scritto Laurent Joffrin su Libération.

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