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Che cosa si aspettano gli europei dal discorso della May a Firenze

L’apertura sul “divorce bill” apre spiragli di dialogo. Ma sul senso di Londra per la Brexit, Bruxelles continua ad avere dubbi

21 Settembre 2017 alle 11:03

Che cosa si aspettano gli europei dal discorso della May a Firenze

Paolo Gentiloni in bilaterale con Theresa May (foto LaPresse)

Bruxelles. I 20 miliardi che Theresa May dovrebbe annunciare domani per regolare il conto della Brexit rischiano di non bastare per placare l’Unione europea e sbloccare i negoziati sull’uscita del Regno Unito. Quello di Firenze sarà il terzo discorso “storico” dell’attuale premier britannica sulla Brexit in meno di 10 mesi, dopo la Lancaster House il 17 gennaio e la Camera dei Comuni il 29 marzo. Come nelle precedenti occasioni, malgrado i negoziati siano già formalmente iniziati, May è chiamata a fare chiarezza sul tipo di Brexit che vuole per il Regno Unito.

 

L’Ue si aspetta “un chiarimento sulla questione finanziaria e i diritti dei cittadini”, spiega al Foglio un ambasciatore dei 27 stati membri che resteranno dopo la Brexit: “Ci auguriamo aperture”. L’alternativa è continuare con la paralisi attuale, oppure una rottura a causa di posizioni assolutamente inconciliabili. L’esito sarebbe più o meno lo stesso: con il passare del tempo, crescono le probabilità di un mancato accordo sulla Brexit, con conseguenze potenzialmente negative per l’Ue, ma catastrofiche per il Regno Unito. I 20 miliardi del “Brexit bill” – cifra anticipata dal Financial Times, ma che potrebbe salire a 40 miliardi – sarebbero un passo nella giusta direzione, anche se non sufficiente per arrivare a una svolta nelle trattative.

 

Almeno dovrebbero permettere di far proseguire le discussioni tra il capo negoziatore per l’Ue, Michel Barnier, e il ministro britannico per la Brexit, David Davis, nel quarto round di negoziati previsto la prossima settimana. Ma i due grandi problemi dei negoziati sulla Brexit rimarranno a prescindere da quel che dirà domani May a Firenze. L’Ue a 27 non si fida dei britannici e, soprattutto, teme che il Regno Unito possa cambiare le sue posizioni in qualsiasi momento a causa della situazione politica precaria in cui si trova May. Tra divisioni dentro il governo, scontri interni ai Tory a pochi giorni dal loro congresso e cambi di rotta del Labour, l’Ue è ancora “alla ricerca di una leadership a Londra che sappia quello che vuole e che sia in grado di mantenere gli impegni presi”, spiega l’ambasciatore.

   

Dalla Lancaster House a Firenze, May ha compiuto un lungo viaggio: complice la sua disfatta elettorale di giugno, la premier britannica è passata dalla Brexit molto “hard” dello scorso gennaio a un’uscita più “soft”. Nel discorso di domani, gli europei si aspettano che May adotti l’approccio pragmatico del suo cancelliere dello scacchiere, Philip Hammond, che vuole un periodo di transizione di almeno tre anni che permetta al Regno Unito di restare dentro il mercato interno e, dunque, con un piede nell’Ue. Ma “un discorso è solo un discorso”, dice un altro diplomatico europeo, lasciando intendere che il livello di fiducia è ai minimi: “I segnali di apertura di May dovranno essere tradotti in posizioni negoziali”. Le concessioni che la premier britannica farà a Firenze dovranno essere messe nero su bianco nei “position paper” che servono da base per i round negoziali. I 20 miliardi non basteranno perché il “Brexit bill” va ben oltre l’orizzonte temporale del 2020 che May intende offrire a Firenze.

 

I pagamenti per gli impegni finanziari assunti entro quella data con il bilancio pluriennale dell’Ue si proiettano fino al 2023. Il Regno Unito deve continuare a versare il suo contributo per impegni assunti fuori dal bilancio comunitario, come il Fondo europeo di sviluppo o la Banca europea degli investimenti. Se vogliono continuare a partecipare a programmi come Horizon (ricerca) o Erasmus (scambi di studenti), i britannici dovranno contribuire con un gettone di presenza. Se intende restare nel mercato interno per un periodo transitorio, il governo di Londra dovrà continuare a versare la sua quota. Se si aggiungono le pensioni dei funzionari europei con passaporto britannico, stando ai calcoli dell’Ue il conto totale del “Brexit bill” sale ben oltre i 60 miliardi di euro. Servono concessioni da parte di May anche sui diritti dei cittadini perché, in caso di periodi transitori, il Regno Unito dovrà continuare a garantire la libera circolazione delle persone rinviando la data in cui riprenderà effettivamente il controllo dell’immigrazione.

   

Le divisioni interne

I capricci di Boris Johnson in vista del discorso di Firenze hanno introdotto un elemento di incertezza che gli europei non si aspettavano. Sospettando una capitolazione di May, e con un occhio al congresso dei conservatori di inizio ottobre, il ministro degli Esteri ha chiesto di tornare alla “Hard Brexit” con un articolo sul Daily Telegraph e ha minacciato le dimissioni entro il fine settimana in caso di rifiuto. May ha risposto non escludendo la possibilità di licenziare Johnson e convocando per oggi una riunione di tutto il governo per dimostrare che è unito sul discorso di Firenze. Boris ha fatto marcia indietro smentendo l’ipotesi di dimissioni, ma facendo comunque sapere di non essere d’accordo con la linea di May. “Mr. Johnson si sta comportando, sta agendo e sta parlando in modo strano. È chiaro che la sua reputazione non è buona”, ha detto all’Evening Standard il commissario europeo all’Agricoltura, Phil Hogan: Boris “è fuori dal giro”.

 

Lo spostamento di Olly Robbins – lo sherpa di May – dal ministero per la Brexit a Downing Street ha allarmato alcuni europei. Come per aiutare May, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha annunciato che martedì sarà a Londra per incontrare May e discutere di Brexit. I capi di stato e di governo dell’Ue si faranno spiegare il discorso di Firenze in una cena informale a Tallinn il 28 settembre, a margine di un summit sul digitale. Ma i britannici si illudono – avverte un’altra fonte brussellese – se pensano che in quell’occasione potranno “aggirare” Barnier e “negoziare direttamente” con i governi, magari sfruttando “alcune piccole divisioni” tra gli stati membri.

  

E’ vero che alcune capitali – in particolare quelle dei paesi che hanno più legami commerciali con il Regno Unito, come l’Olanda – iniziano a innervosirsi per il rischio di un mancato accordo. Ma, secondo la fonte brussellese, “l’unità dei 27 è molto solida”, perché più il Regno Unito risparmia con il conto sulla Brexit, più gli altri ci rimetteranno. “La risposta dei 27 a May sarà univoca”, anticipa la fonte.

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