Viktor Orbán (foto LaPresse)

L'Ue va al contrattacco e prepara un'azione legale contro Orbán

Luca Gambardella

Il presidente ungherese, dall'Europarlamento di Bruxelles, attacca le istituzioni, l'università di Soros e il sistema delle quote dei migranti. A parte Salvini, è unanime il coro di accuse contro il leader populista

Roma. Con una lettera formale già inviata al governo ungherese, la Commissione europea ha intrapreso il primo passo ufficiale contro la riforma dell’istruzione approvata in Ungheria e voluta dal presidente Viktor Orbán. Il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, ha detto oggi che la il provvedimento, prendendo di mira in modo quasi esclusivo istituti privati come l'Università dell'Europa centrale (Ceu) finanziata da George Soros, è incompatibile con il principio della libertà accademica alla base dell'Ue. Secondo la legge approvata dal Parlamento di Budapest, l'istituto non potrà più rilasciare titoli di laurea in Ungheria perché è registrato negli Stati Uniti. Secondo l'opposizione, gli studenti e gli insegnanti della Ceu, la legge di fatto censura un'università privata, considerata una delle migliori in Europa, promotrice di valori democratici e liberali.

 

 

Il presidente ungherese Orbán, oggi all'Europarlamento di Bruxelles, ha difeso il provvedimento (le critiche alla legge, ha detto, "non sono fondate") e ha definito Soros uno "speculatore finanziario" che, tramite le fondazioni a lui riconducibili e diffuse in tutta Europa, favorisce l'apertura dei confini e l'accoglienza dei migranti. Orbán ha attaccato l'operato delle istituzioni europee e ha chiesto una loro radicale riforma. Il presidente ha anche contestato le critiche mosse da Bruxelles sul suo boicottaggio del sistema di ripartizione dei richiedenti asilo: sui migranti "noi pensiamo di meritare non un attacco, ma un ringraziamento", ha detto Orban.

 

Gli europarlamentari hanno accusato il presidente ungherese, chiedendogli conto anche della sua campagna "Stop Bruxelles!”, che consiste in un questionario spedito ai cittadini in cui chiede di indicare quali leggi europee non condividono. A parte alcuni casi limitati – tra cui quello di Matteo Salvini che ha invitato il presidente ungherese a "tenere duro" – Orbán è stato oggetto di critiche aspre da parte di quasi tutti gli europarlamentari, compresi quelli ungheresi e appartenenti al Partito popolare europeo (quello cui aderisce anche Fidesz e di cui fa parte il presidente dell'Ungheria). "E' arrivato il momento per voi di fare una scelta. Come volete essere ricordato? Come l'uomo che ha aiutato l'Ungheria a liberarsi dal comunismo o come colui che ha riportato il paese indietro nel tempo?", ha chiesto a Orbán Guy Verhofstadt riferendosi al ruolo che il presidente ungherese ricoprì in passato nella lotta al regime sovietico.

 

Le contromisure adottate dalla Commissione europea sono di impatto limitato. "Non sono abbastanza e sono in ritardo", ha dichiarato l'europarlamentare dell'Alde Sophie in ‘t Veld. Il prossimo passo che Bruxelles potrebbe intraprendere dipende dalla reazione del governo ungherese. Se la legge non dovesse essere ritirata, la Commissione potrebbe valutare il ricorso alla Corte europea di giustizia. In ogni caso, il ricorso all'articolo 7 del Trattato di Lisbona – che prevede anche sanzioni nei confronti dello stato che viola i princìpi fondamentali dell'Ue e che è stato invocato anche dal presidente del Partito socialista europeo, Gianni Pittella – difficilmente sarà realizzabile, perché richiede il voto unanime dei paesi membri. Difficile immaginare che il governo polacco, alleato di Orbán e schierato su posizioni altrettanto euroscettiche, darebbe il suo consenso a una messa in stato di accusa di Budapest. La controffensiva dell'Ue a difesa dei suoi valori sembra essere destinata a rimanere, al solito, limitata.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it