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L'assedio di Mosul è ancora una sciarada nel regno delle apparenze

La promessa è di una guerra non convenzionale, e le prime incursioni fuori dal fronte principale (Kirkuk), l’uso funesto dei civili a scudo umano, la minaccia chimica sono indizi tragici di una possibile linea di resistenza oltranzista idonea a complicare e di molto tutto il quadro dell’assedio a Mosul.

23 Ottobre 2016 alle 06:00

L'assedio di Mosul è ancora una sciarada nel regno delle apparenze

Forze irachene in azione nei pressi di Mosul (foto LaPresse)

Mi auguro che la battaglia per Mosul vada come dovrebbe andare secondo le migliori intenzioni espresse fin qui. Primo, obiettivi militari capaci di risparmiare i civili e accudire i profughi, evitando una devastazione indiscriminata e su larga scala come ad Aleppo. Secondo, puntare a una preponderanza controllata nell’assedio, e favorire un corridoio di fuga verso la Siria e Raqqa per i miliziani dello Stato Islamico, con i quali sarebbe meno drammatico fare poi i conti in un’area di minore vulnerabilità umanitaria. Terzo, coordinamento e unità operativa delle forze diverse che sono in campo, e i cui obiettivi in sé divergono (iracheni di un esercito a maggioranza sciita, curdi, sciiti di obbedienza iraniana, turchi e altri), allo scopo di prefigurare la liberazione della seconda città irachena per popolazione nel segno della convivenza possibile con la sua maggioranza sunnita. Quarto, far emergere la possibilità di una resistenza interna al regime califfale e alla sua disumanità. Restano purtroppo alcune domande e riserve.

 

La spina dorsale dell’attacco è l’esercito regolare iracheno, ricomposto dopo la resa e la fuga disordinata di ventiquattro mesi or sono. La spinta delle sue motivazioni di riconquista nazionale e la sua disciplina operativa e politica, a fronte del fanatismo di miliziani terroristi educati al culto della morte altrui e propria, sono un’incognita. L’ennesima visita del capo del Pentagono a Baghdad dovrebbe garantire che forze speciali e aviazione della coalizione guidata dagli americani siano efficace avanguardia e copertura tecnologica per l’insieme dei combattenti. Il punto di partenza è però la riluttanza degli Stati Uniti sotto Obama a un impegno se non indiretto e residuale, come ha ampiamente dimostrato la perdita di influenza e deterrente nella Siria martoriata da Assad e infine invasa dall’iniziativa spiccia ma tempestiva della Russia di Putin.

 

Lo Stato Islamico è un’insorgenza islamista fattasi potere territoriale, dottrina shariota estrema, liquidazione delle minoranze etniche e religiose mediante una logica di sterminio e perfino di schiavismo, una logica ispirata e sostenuta dall’ambizione del Califfo e da risorse di ogni genere che si sono dimostrate utili al reclutamento più vario e all’estensione in Europa e nel mondo del campo di battaglia. La promessa è di una guerra non convenzionale, e le prime incursioni fuori dal fronte principale (Kirkuk), l’uso funesto dei civili a scudo umano, la minaccia chimica sono indizi tragici di una possibile linea di resistenza oltranzista idonea a complicare e di molto tutto il quadro dell’assedio a Mosul. Mi fido della prognosi di Daniele Raineri: il risultato finale è scontato, il rapporto è dieci a uno. E lo Stato Islamico sembra essere in una condizione, se non di abbandono, di forte isolamento perfino da parte di clan sunniti “rinnegati” che dividono “carne, uova e cipolla” con milizie sciite: tutti affettano fedeltà alla guida statale irachena della guerra e l’Iran per adesso non sembra una minaccia diretta ma un alleato di retrovia. Però si capisce che il tutto è regno delle apparenze, e la trama dell’assedio, messa alla prova dalle tradizionali lacerazioni sul campo, religiose, claniche, territoriali, politiche, può rivelarsi più fragile di quanto si speri.

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