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La direttrice dell'Hudson Institute accusa Guterres di aver abbandonato i cristiani in medio oriente

Sul Wall Street Journal, Nina Shea ricorda le critiche sulla gestione dei rifugiati cristiani avanzate al prossimo segretario generale delle Nazioni Unite, quando era Alto commissario per i rifugiati dell’Onu.

7 Ottobre 2016 alle 14:12

La direttrice dell'Hudson Institute accusa Guterres di aver abbandonato i cristiani in medio oriente

Antonio Guterres (foto LaPresse)

La direttrice dell'Hudson Institute’s Center for Religious Freedom, Nina Shea, ha attaccato in un editoriale sul Wall Street Journal gli Stati Uniti e Antonio Guterres, prossimo segretario generale delle Nazioni Unite, a proposito delle loro politiche di accoglienza verso i rifugiati cristiani nel medio oriente.

 

Nell'editoriale, Shea ha ricordato quando Guterres, nelle vesti di Alto commissario per i rifugiati dell’Onu, affermò nel dicembre dello scorso anno che non era necessario trasferire in occidente i rifugiati cristiani scampati dalle persecuzioni dell'Isis in Iraq e in Siria, nonostante fossero vittime del conflitto e della persecuzione. Le parole di Guterres erano in contrasto con le dichiarazioni del segretario di stato americano, John Kerry, che nel marzo del 2016 definì “genocidio” le azioni dell'Isis contro i cristiani, gli Yazidi e le minoranze religiose nelle aree sotto il controllo del Califfato. Se questa è la posizione dell’Amministrazione, nota Shea, “per quale ragione ha affidato la sopravvivenza di queste persone e i preziosi aiuti statunitensi a una agenzia delle Nazioni Unite che, come la sua organizzazione madre, non ha mai ammesso l'esistenza di questo genocidio?”.

 


L'allora Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati, Antonio Guterres, durante la visita il campo profughi Hazer nel luglio del 2014 (foto LaPresse)


 

Il dipartimento di stato ha impegnato molte risorse per assistere i rifugiati provenienti da Siria e Iraq. Dal 2012 a oggi sono stati destinati all’Onu 5,6 miliardi di dollari solo per i siriani in fuga dalla guerra. Questi fondi però, accusa Shea, potrebbero non aver aiutato i cristiani, visto che “l'Unhcr marginalizza i cristiani e gli altri obiettivi della campagna di sterminio dell'Isis in due programmi critici: l'edilizia abitativa per i rifugiati nella regione e il ricollocamento all'estero dei rifugiati siriani”.

 

Il programma di accoglienza voluto dal presidente Barack Obama, “sconta una costante sotto-rappresentanza dei sopravvissuti al genocidio in Siria, visto che dei 12.587 rifugiati siriani ammessi negli Stati Uniti lo scorso anno fiscale, appena 68 erano cristiani, e solo 24 membri della comunità erano yazidi”. L’accusa di sotto-rappresentanza deriva dal fatto che “appena lo 0,5 per cento dei rifugiati siriani accolti negli Stati Uniti sono cristiani, nonostante costoro abbiano costituito a lungo il 10 per cento della popolazione siriana”.

 

Nel corso di un'audizione al Senato, il vice assistente segretario di stato, Simon Henshaw, ha affermato che solo l'1 per cento dei rifugiati siriani registrati sono cristiani. Secondo Shea, questo dato “non è in alcun modo compatibile con quanto denunciato lo scorso agosto dal Patriarca cattolico siriano Younan, secondo cui mezzo milione di cristiani siriani, circa la metà del totale, sono fuggiti dal paese”. Il dipartimento di stato sostiene che i cristiani non vogliano essere trasferiti all'estero, e per questo evitano la registrazione nelle liste per i ricollocamenti. Shea però accusa che “gli indizi portano tutti all'Unhcr”.

 

In un rapporto stilato sui rifugiati cristiani in Libano dal Catholic News Service si denuncia la discriminazione da parte dell'agenzia Onu ai danni dei cristiani, che sarebbero ignorati dopo le interviste preliminari dei funzionari. Nel corso di una conferenza stampa lo scorso dicembre, Shea ha potuto chiedere spiegazioni riguardo queste accuse proprio a Guterres. L’Alto commissario ha definito le critiche “scioccanti, ma illuminanti”. Ha sostenuto però la sua contrarietà al trasferimento in occidente dei cristiani siriani, in quanto parte integrante “del dna del medio oriente”. Questo genere di affermazioni, conclude Shea, “suonano come l'articolazione di una politica discriminatoria dalle finalità politiche”.

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