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La tregua in Siria sta precipitando in fiamme

Il paradosso americano: efficienza contro i capi dell’Isis, in confusione con Mosca.

19 Settembre 2016 alle 06:15

La tregua in Siria sta precipitando in fiamme

Siria, le forze presidenziali vigilano i sobborghi di Aleppo (foto LaPresse)

Roma. Ieri al tramonto è scaduto l’ultimo giorno della settimana di tregua dichiarata lo scorso lunedì in Siria. I sette giorni erano intesi come una prova preliminare per aprire la strada a un grande accordo politico e militare tra Russia e America: se i sette giorni fossero trascorsi senza grandi violazioni come era nelle intenzioni, allora si sarebbe andati avanti verso la fase successiva, e se invece no, allora sarebbe sfumata l’ultima chance dell’Amministrazione Obama di arrivare a un’intesa con la Russia a proposito della guerra civile in Siria. Ieri America e Russia avevano giudizi differenti sulla prova. Il segretario di Stato americano, John Kerry, ha detto che “la tregua regge, anche se è fragile”, e ha aggiunto che la condizione a cui gli americani tenevano, l’ingresso dei convogli di aiuti verso le zone assediate, si è finalmente sbloccata all’ultimo giorno: “I camion si stanno muovendo”. Il portavoce della Difesa russa, Sergei Rudskoy, ha detto invece che “soldati del governo siriano e cittadini innocenti continuano a morire, non ha senso per le truppe siriane continuare a rispettare la tregua. Il problema è che gli Stati Uniti non hanno il potere per dare ordini ai gruppi armati e che non sono consapevoli della realtà sul terreno”. I russi sostengono anche che i sette giorni non sono stati che una pausa sfruttata dai ribelli per riorganizzarsi. L’esercito siriano ha dichiarato ieri che la tregua è finita, con un’ora di anticipo sugli accordi. Ancora prima dello scoccare della fine ufficiale del cessate il fuoco, elicotteri e aerei del governo hanno cominciato bombardamenti intensi della città di Aleppo, e anche contro un convoglio di aiuti. Tre diversi rappresentanti dei gruppi armati dell’opposizione (non estremista: quelli non hanno mai sottoscritto la tregua) hanno detto ieri a Reuters che gli insorti si preparano a riprendere i combattimenti.

 

In questi sette giorni ci sono state violazioni di ogni genere, ma senz’altro una delle ragioni del fallimento dell’accordo è un bombardamento contro lo Stato islamico avvenuto sabato vicino Deir Ezzor e finito in un errore disastroso: alcuni aerei della Coalizione hanno scambiato alcune postazioni dell’esercito siriano per la prima linea del gruppo terrorista e hanno ucciso non meno di sessantadue soldati del presidente Bashar el Assad (fonte del governo). Come in ogni guerra, anche in quella siriana gli episodi di “fuoco amico” non sono mancati: il 17 marzo scorso, per fare un esempio, un missile russo ha spazzato via una posizione dell’esercito siriano e ha ucciso 17 soldati poco fuori Palmira. Tuttavia, nel clima di sospetto reciproco che esiste fra le parti che avevano sottoscritto la tregua, questo bombardamento sbagliato è visto come un’aggressione deliberata. Non è chiaro chi abbia commesso l’errore dal punto di vista materiale: i governi di Australia, Danimarca (con due caccia F-16) e Gran Bretagna (con un drone Reaper) hanno detto che i loro velivoli  partecipavano a quella missione assieme agli aerei americani. La Danimarca ha preso una posizione meno contrita dei partner e ha detto che aspetta di avere informazioni più precise perché “l’unica versione che abbiamo finora è quella data dai russi e non ci fidiamo”. Nelle ore successive alla strage è circolato ogni genere di rumor, come, per esempio, che gli americani volessero colpire un deposito di gas mostarda dell’esercito siriano prima che finisse nelle mani dello Stato islamico.

 

Ieri, meno di quarantott’ore dopo il bombardamento, il gruppo terrorista ha messo su Internet un video dalla cima delle colline di Jabal Thurda, che è un crinale che affaccia sulle piste dell’aeroporto di Deir Ezzor. Si tratta di un particolare importante, perché Deir Ezzor è una città nel deserto orientale della Siria completamente circondata dallo Stato islamico. Sopravvive all’assedio soltanto grazie a un ponte aereo, ma se i nemici sono in grado di tenere sotto tiro le piste vuol dire che il ponte aereo potrebbe diventare impossibile da tenere in funzione.

 

Domenica il portavoce del ministero degli Esteri russo ha detto in televisione che dopo il bombardamento “abbiamo raggiunto una conclusione terrificante per il mondo intero: la Casa Bianca protegge lo Stato islamico”. Anche l’ambasciatore russo alle Nazioni Unite, Vitali Churkin, ha detto che il bombardamento potrebbe essere una prova che gli Stati Uniti appoggiano lo Stato islamico. Il quotidiano americano Wall Street Journal ha sentito gli ufficiali americani della base di al Udeid, in Qatar, da dove partono le missioni di bombardamento, che dicono di avere avvertito i russi che i jet stavano per alzarsi in volo verso Deir Ezzor – com’è prassi per evitare questo genere di disastri – e di non avere ricevuto indietro nessun avvertimento sulla presenza di truppe siriane nella zona. L’ambasciatore americano alle Nazioni Unite, Samantha Power, ha reagito con durezza davanti ai giornalisti alle insinuazioni di Churkin: la Siria tortura e bombarda i siriani con l’aiuto della Russia, e mai prima d’ora Mosca aveva sentito il bisogno di convocare una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza di sabato notte.

 

L’Amministrazione americana è prigioniera di un paradosso. Sta trovando e uccidendo uno per uno tutti i capi più importanti dello Stato islamico e queste operazioni mettono sotto pressione il gruppo terrorista: venerdì il Pentagono ha annunciato la morte del capo iracheno che si occupava dei video orrendi che abbiamo imparato a conoscere in questi anni, Wael al Rawi, un pezzo grosso. Ma la sua azione generale in medio oriente sembra più impotente che mai.

 

 

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