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Altre fotografie dalla Siria

Mentre condividete sui social l’immagine del bambino di Aleppo, laggiù continua una guerra complicatissima. Guida per orientarsi in quel caos

22 Agosto 2016 alle 09:09

Altre fotografie dalla Siria

Un gruppo di combattenti nella città cristiana di Ghardouka, in Siria (foto LaPresse)

C’è un’immagine che da mercoledì scorso circola moltissimo: un bambino siriano di cinque anni, Omran Daqneesh, estratto vivo dalle macerie di Aleppo appena bombardata, e poi sistemato su una sedia color arancione dell’ambulanza. Bambino coperto di polvere, i pantaloncini corti, le ginocchia e le gambe luride, si guarda intorno senza espressione, alla sua destra una serie di classificatori, alla sua sinistra una valigetta anti-incendio [1].

 

Questa immagine è considerata da gran parte dei media internazionali il simbolo della sofferenza dei siriani e delle atrocità della guerra che si sta combattendo in Siria da più di cinque anni. Non si è ancora capito chi abbia compiuto quell’attacco aereo – forse l’aviazione del presidente siriano Bashar al Assad, o forse i russi – ma di certo c’è che nelle ultime settimane la battaglia per Aleppo ha raggiunto nuovi livelli di intensità e violenza [2].

 

Oramai della guerra in Siria si parla sempre meno ma siamo ancora molto lontani da una possibile fine del conflitto. Nelle ultime settimane ci sono state importanti novità che hanno complicato ancora di più gli schieramenti di chi combatte in Siria, e che sembrano avere allontanato ulteriormente una qualche forma di tregua. Ci sono stati un peggioramento della situazione ad Aleppo e i primi veri scontri tra Assad e i curdi nel nord-est della Siria. Poi due notizie all’apparenza minori, ma in realtà molto importanti: il cambio di nome del Fronte al Nusra, il gruppo che fino a poche settimane fa rappresentava al Qaeda in Siria, e la decisione dell’Iran di concedere una sua base aerea alla Russia, da usare per bombardare i ribelli in territorio siriano [2].

 

Torniamo però indietro, a quando tutto è cominciato, nel 2011. Varie formazioni ribelli manifestarono contro il presidente siriano Assad (esattamente Assad II) chiedendo riforme, democrazia e tutto il resto. Si rispose a queste manifestazioni col fuoco e presto scoppiò la guerra civile. Complicata fin dall’inizio: quelli che noi definiamo con la semplice parola «ribelli» erano in realtà gruppi e gruppuscoli di ogni tipo, che nel corso di questi anni si sono frammentati ancora di più, con gruppi che si riconoscevano nelle formazioni terroristiche allora in auge, come al Qaeda o al Nusra. Dall’altra parte, Assad era quello che era: un dittatore sanguinario, sciita secondo il credo alawita, sostenuto da Russia, Iran e Cina [3].

 

Gli americani si adeguarono alla teoria espressa allora da Edward Luttwak: poiché le parti in campo sono tutte anti-americane ci conviene manovrare per il pareggio, perché chiunque vinca sarà un problema per noi. Quindi – semplificando – dare una mano segretamente ad Assad quando stanno prevalendo i ribelli, dare una mano ai ribelli quando sta prevalendo Assad. Una strategia che ha avuto amaramente successo. Trecentomila morti, cinque milioni di profughi, un paese raso a zero [3].

 

Alberto Negri: «Per cinque anni l’Occidente con i suoi alleati arabi del Golfo e la Turchia hanno continuato a puntare sulla rimozione di Bashar Assad senza riuscirci, utilizzando tutti i mezzi a disposizione, anche i gruppi islamici più radicali che poi sono sfuggiti a ogni controllo con i risultati ferali che sappiamo. Il fronte sunnita intendeva prendersi una rivincita sugli sciiti che dopo la caduta di Saddam avevano preso il potere in Iraq, la Turchia puntava a una clamorosa espansione in Iraq e in Siria, anche i jihadisti servivano allo scopo. Questo piano è fallito nel momento in cui nel 2013 gli Stati Uniti e la Francia rinunciarono a bombardare Damasco. Fu allora che cominciò l’ascesa del Califfato arrivato all’apice della sua cavalcata a 50 km da Baghdad e alle porte di Damasco. Ma per quanto tempo abbiamo visto sventolare la bandiera nera dell’Isis senza un efficace intervento occidentale?» [4].

 

Se tutto questo sembra particolarmente intricato, è perché lo è. Schematizzando, si può dire la guerra in Siria è alimentata da due blocchi di paesi. Alessandro Orsini: «Il primo blocco, filo-americano, si compone di Usa, Turchia, Arabia Saudita e Qatar. Il secondo blocco, filo-russo, è composto da Russia e Iran, più le milizie sciite di Hezbollah, che hanno la loro base in Libano. Il blocco filo-americano vende grandi quantità di armi ad alcune formazioni siriane, con il fine di abbattere Bashar al Assad e sostituirlo con un alleato fedele. Questo blocco, essendo ricchissimo, potrebbe alimentare la guerra per decenni, senza inviare soldati sul campo. Il blocco filo-russo bombarda i ribelli fedeli al blocco filo-americano, e la popolazione civile, per mantenere al potere Bashar al Assad, che è legato, mani e piedi, a Putin e all'Iran» [5].

 

A questi protagonisti si aggiungono i curdi, sostenuti dagli Stati Uniti, che combattono soprattutto lo Stato Islamico per conquistare i territori che rivendicano da secoli; e le forze che fanno riferimento ad al Qaeda che combattono soprattutto Assad e lo Stato Islamico, a volte anche i ribelli [2].

 

Aleppo, che è la città più popolosa della Siria, è contesa dall’esercito fedele al presidente Assad e dai ribelli dell’opposizione. Assad – con l’aiuto degli aerei da guerra russi e dei combattenti di Hezbollah, la milizia sciita libanese alleata dell’Iran – continua a controllare la parte occidentale di Aleppo; i ribelli controllano la parte orientale [2].

 

La situazione umanitaria ad Aleppo è disastrosa (un po’ meno nella parte controllata dal regime di Assad): siriani e russi colpiscono spesso zone abitate dai civili, gli ospedali sono sovraccarichi di lavoro, mancano i beni di prima necessità e negli ultimi giorni sono emerse delle testimonianze che hanno parlato di nuovi attacchi con sostanze chimiche [2].

 

Cinque mesi esatti dopo il ritiro russo dalla Siria – annunciato dal presidente russo Vladimir Putin il 15 marzo – la scorsa settimana alcuni bombardieri strategici a lungo raggio Tu-22 e Su-34 di Mosca sono arrivati a bombardare in Siria partendo da una base vicino Hamadan, in Iran. Daniele Raineri: «È la prima volta che la Repubblica islamica accetta di fare da base per le operazioni militari di un governo straniero, a conferma la tenuta dell’alleanza di Mosca e Teheran a fianco del presidente siriano Bashar el Assad nella guerra civile. Gli aerei russi non hanno mai smesso dal 1° settembre 2015 di effettuare missioni militari in Siria, partendo da alcuni basi siriane e da altre in Russia. Ora l’uso della pista iraniana permette loro di risparmiare tempo di volo e carburante, tagliando i costi» [6].

 

Per l’ex ambasciatore Roberto Toscano: «La Russia intende tornare in Medio Oriente come protagonista. Lo fa per una serie di interessi molto concreti (fra cui non va sottovalutata l’intenzione di bloccare un possibile contagio islamista verso il suo fianco sud e la sua popolazione musulmana), ma ancora di più perché vede nel Medio Oriente un terreno favorevole per riaffermarsi come Grande Potenza invertendo la storica umiliazione, l’emarginazione dalla “Serie A” delle relazioni internazionali prodotta dalla fine dell’Unione Sovietica. Un disegno — sarebbe bene non dimenticarlo — che trova consenziente la grande maggioranza del popolo russo» [7].

 

In realtà i russi non vogliono liberare tutta la Siria per conto di Bashar al Assad, sanno che sarebbe militarmente troppo dispendioso. Ugo Tramballi: «L’obiettivo della Russia è garantire al regime il controllo della costa e delle grandi città: Damasco, Homs, Latakia e ora Aleppo (Raqqa e l’Isis sono un’altra storia, un altro capitolo, quasi un altro conflitto). Per questo la stanno bombardando. Almeno su Aleppo, gli americani non hanno le idee chiarissime: continuano a non sapere se l’aiuto ai ribelli sia anche un aiuto agli islamisti radicali; se Jabhat al Nusra abbia cambiato solo il nome o se davvero non sono più qaedisti» [8].

 

Infatti Jabhat al Nusra, il gruppo conosciuto come rappresentante di al Qaeda in Siria, ha annunciato di essersi diviso da al Qaida e di avere cambiato nome in Jabhat Fateh al Sham (che significa “Fronte per la conquista della Siria”). Non farà più rapporto ad al Qaeda e si muoverà in completa autonomia. Negri: «Forse verrà cancellato dalla lista nera dei gruppi terroristi per entrare a far parte dell’opposizione “rispettabile” contro Assad: nelle sue file torneranno i transfughi che avevano giurato fedeltà al Califfato» [9].

 

E poi, come detto, c’è il nuovo fronte di guerra tra esercito di Assad e curdi. Finora i due schieramenti si sono lasciati stare, diciamo così, per ragioni di opportunità: il regime di Assad – impegnato soprattutto contro i ribelli sunniti – ha tacitamente accettato la presenza di un territorio autonomo gestito dai curdi nel nord della Siria, mentre i curdi si sono concentrati nel ricacciare indietro lo Stato Islamico dai territori su cui volevano stabilire un’influenza, senza rompere le scatole ad Assad. Negli ultimi giorni alcuni aerei da guerra siriani hanno però cominciato a bombardare Hasakah, una città nel nord-est della Siria sotto il controllo dell’amministrazione autonoma curda siriana. Il Wall Street Journal ha scritto che il governo siriano ha cominciato i bombardamenti per paura che i curdi diventino troppo forti, soprattutto dopo la loro recente vittoria militare a Manbij, una città sotto il controllo dello Stato Islamico [2].

 

Una fonte a Manbij ha raccontato a Daniele Raineri che la liberazione della città «è cominciata con un convoglio lunghissimo di auto di leader e di combattenti dello Stato islamico che è uscito dalla città facendosi scudo con migliaia di persone: il convoglio viaggiava a passo d’uomo e a destra e a sinistra c’erano file di civili a piedi, usati come scudi umani contro i bombardamenti aerei. E infatti per la prima volta gli aerei americani si sono trattenuti dal colpire un obiettivo così facile e non hanno sganciato bombe per non fare una strage. C’è chi accusa quei civili – non tutti, una parte – di non essere innocenti sequestrati qualche ora per essere usati in quel modo, ma complici, e di avere coperto la fuga degli estremisti verso Jarabulus (un’altra città in mano allo Stato islamico, vicino al confine con la Turchia)”» [10].

 

Negri: «E così il turco Erdogan, che voleva essere il portabandiera del fronte sunnita con i finanziamenti ai jihadisti dei sauditi e del Qatar, ora rischia di vedere l’embrione di uno stato curdo ai suoi confini al punto che si è rivolto a Putin e ha già chiesto ai curdi siriani di ritirarsi dalla roccaforte di Manjib appena conquistata» [4].

 

Eppure l’escalation di combattimenti e violenze contro la popolazione civile vede oggi la Casa Bianca stranamente impotente. Marco Valsania: «Da quando Obama ha prima fatto scattare ultimatum contro Assad per poi ritirarli e cedere di fatto spazio all’iniziativa russa, la strategia americana, necessaria per combattere il terrorismo di Isis che ha messo radici nella regione, è parsa in seria difficoltà e a corto di soluzioni. Tanto da essere oggi considerata tra i punti più deboli – denunciata come un fallimento da nemici e amici – della campagna per far eleggere un nuovo presidente democratico, l’ex segretario di Stato Hillary Clinton, alla Casa Bianca» [11].

 

Alessandro Orsini: «Il blocco filo-americano può prolungare la guerra in Siria, ma non potrà mai vincerla. Per sperare di far arretrare Bassar al Assad, gli Usa dovrebbero bombardare Damasco, la capitale della Siria. Un tempo potevano farlo. Oggi, non più. La Russia ha installato, sul territorio siriano, il sistema missilistico S-400, in grado di abbattere gli aerei americani. Se Putin abbattesse un caccia americano, si correrebbe verso la terza guerra mondiale» [5].

 

In tutto questo l’Onu ha rinunciato a creare un corridoio umanitario in Siria. Tramballi: «Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è stato creato per mettere le guerre sotto un grande riflettore universale, non per risolverle. Il sistema dei veti, dei voti e delle alleanze esiste perché il potere di decidere resti nelle mani dei combattenti e dei loro padrini. Fra luci e ombre, russi e americani stanno collaborando. Ma al Consiglio di sicurezza di New York non c’è nulla che riguardi la Siria, su cui siano d’accordo» [9].

 

(Apertura a cura di Luca D’Ammando)

 

Note: Note: [1] Davide Frattini, Corriere della Sera 19/8; [2] il Post 19/8; [3] Giorgio Dell’Arti, La Gazzetta dello Sport 19/8; [4] Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 17/8; [5] Alessandro Orsini, Il Messaggero 20/8; [6] Daniele Raineri, Il Foglio 17/8; [7] Roberto Toscano, la Repubblica 20/8; [8] Ugo Tramballi, Il Sole 24 Ore 20/8; [9] Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 19/8; [10] Daniele Raineri, Il Foglio 20/8; [11] Marco Valsania, Il Sole 24 Ore 20/8.

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