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Il pivot non c’è

Le due potenze regionali con ambizioni espansionistiche hanno più contrasti che interessi comuni. Il dossier di più immediato impatto è quello della guerra siriana. Sono più gli elementi che dividono il sultano turco e lo zar di quelli che li uniscono. Ecco i dossier.

10 Agosto 2016 alle 06:18

Il pivot non c’è

Erdogan e Putin si incontrano a San Pietroburgo (foto LaPresse)

Milano. La Turchia esce dalla Nato e forma con la Russia una grande alleanza euroasiatica per contrastare l’atlantismo. Il nuovo sogno di Mosca viene raccontato da personaggi come Aleksandr Dugin, il filosofo geopolitico che consiglia Vladimir Putin e che era ad Ankara proprio nei giorni del golpe fallito contro Erdogan. Il presidente turco sceglie la Russia come prima destinazione estera da visitare dopo il golpe, ed elogia il collega russo per la comprensione: “Non mi ha criticato per i militari e i funzionari licenziati, mentre gli europei non facevano che chiedermelo”. Dopo essersi scambiati insulti pesanti – Putin ha accusato Erdogan di essere uno sponsor dello Stato islamico – secondo molti il sultano e lo zar stanno per riprendere un percorso di comune intesa e alleanza a cui sembrano destinati da sempre.

 

Ma le speranze di certi ambienti russi e i terrori di gran parte dell’occidente davanti alla portata di questo riavvicinamento sembrano malriposte, e il favoleggiato pivot russo di Erdogan risente di troppi dossier controversi per poter essere realistico. All’apparenza, sia Putin sia Erdogan sono leader autoritari con forte sostegno popolare alimentato dalla rivendicazione dell’orgoglio nazionale, conservatori tradizionalisti con forte richiamo alle glorie del passato. Entrambi hanno corteggiato l’occidente sentendosene ora incompresi, respinti e umiliati. Non c’è oggi leader politico la cui visione del mondo corrisponda a quella putiniana più di Erdogan: il golpe è stato ordinato dall’America, il paese è infiltrato da una quinta colonna, l’Europa è ipocrita e non fa che criticarci pretestuosamente, la retorica sulla democrazia e dei diritti umani è solo una cortina fumogena per non darci il ruolo che ci spetta.

 

I piloti turchi che a novembre hanno abbattuto il caccia russo sono stati arrestati come golpisti, e la teoria che avessero agito per ordine di Washington, per rovinare l’intesa tra Ankara e Mosca, viene ormai data per certa. Molti media russi sostengono che sia stata l’intelligence di Putin ad avvertire Erdogan del golpe, salvandogli la vita, e ormai a Mosca si spera già che la Turchia aderisca alla stentata Unione eurasiatica nata dalle ceneri dell’Urss, ma le prospettive del pivot russo di Erdogan non sono però facili da mettere in pratica. Le due potenze regionali con ambizioni espansionistiche hanno più contrasti che interessi comuni. Il dossier di più immediato impatto è quello della guerra siriana, dove i due paesi si trovano su fronti completamente opposti, e mentre gli aiuti turchi ai ribelli e ai gruppi militari di Aleppo sono riusciti a rompere l’assedio della città imposto dal presidente siriano Assad, d’altro canto da un anno i caccia russi bombardano quotidianamente le posizioni degli alleati di Ankara. Ieri a San Pietroburgo i due hanno riconosciuto che le differenze tra i due paesi sul dossier siriano sono note a tutti.

 

I contrasti continuano nel Caucaso, dove la Turchia è schierata a fianco dei ceceni (che a Istanbul hanno trovato rifugio e finanziamenti), e degli azeri che rivendicano il Nagorno Karabakh all’Armenia alleata di Mosca. In Ucraina, dove Erdogan sostiene i tartari della Crimea, che per Mosca sono la quinta colonna di Kiev. In Asia centrale, che il panturchismo considera naturale terreno di espansione, ma che Mosca vede come un cortile di casa ereditato dall’Urss. Insomma, il pivot potrebbe funzionare a ovest di Mosca, quando si tratterà di contestare Nato e Unione europea, ma a est si tratta di competere per gli stessi territori, dove turchi e russi sono stati avversari per secoli.

 

Negli ultimi anni Mosca ha applicato il principio di cercare amici tra i nemici del nemico, una logica binaria che ha prodotto il “pivot cinese”, di fatto naufragato di fronte all’ovvia riluttanza di Pechino a sfidare l’occidente, principale consumatore dei suoi prodotti. E anche se Putin riuscisse a strappare Ankara dall’orbita della Nato potrebbe rivelarsi una vittoria di Pirro: una Turchia che rinuncia al sogno europeo andrà inevitabilmente incontro alla destabilizzazione e all’islamizzazione. Soprattutto,  per il Cremlino sarà difficile allearsi con una potenza musulmana, che resta un punto di riferimento per 20 milioni di tartari russi e per tutto il Caucaso rimasto per secoli sotto il dominio ottomano.

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