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Quanto ci costa e costerà non avere fermato in tempo la corsa dell’Isis

Una ricapitolazione del terrorismo contemporaneo. Le idee di vendetta, le omissioni infamanti, le piccole cose di pessimo gusto che una volta avrebbero riempito le celle e oggi invece riempiono le fosse. Se l'Apocalisse arriva quasi per scherzo, sulle ali di un tweet.

16 Luglio 2016 alle 06:18

Quanto ci costa e costerà non avere fermato in tempo la corsa dell’Isis

Nizza, il camion usato per la strage crivellato di colpi (foto LaPresse)

Durante la notte, mentre seguivo sui miei contatti Facebook la catastrofe di Nizza, un interlocutore si è detto spaventato dall’impulso di vendetta che si sentiva montare dentro, e ha auspicato parole calme e riflessive. Mi ha fatto venire voglia di rimettere insieme i pezzi. Così questa piccola posta è una ricapitolazione del terrorismo islamista contemporaneo. (Mi piace, la parola: contiene la capitolazione).

 

La vendetta, intanto. La vendetta è all’inizio un primo passo verso la giustizia, la retribuzione immediata e diretta del male ricevuto. Strada facendo, man mano che quella retribuzione viene affidata a una legge superiore all’individuo, alla famiglia e al gruppo, si trasforma nel suo contrario, il ripudio e la violazione della giustizia. Questo itinerario immemorabile attraversa il cammino del genere umano e delle sue istituzioni, ma si riproduce ogni volta di nuovo nel cammino dei singoli individui e delle loro comunità immediate. Nè l’educazione né l’abitudine bastano a impedire alle persone di veder riaffiorare il desiderio di vendetta e la fatica di tenerlo a bada. D’altra parte come vendicarsi di uno che viene a fare strage e ha messo nel conto non la possibilità di perderci la vita ma l’avidità di perderci la vita? Per vendicarti, lo prendi vivo e lo costringi a morire di vecchiaia? Anche quando lo prendi vivo – perché è stato, rispetto ai suoi canoni, un vigliacco, come quel Salah che ora piagnucola per le condizioni della sua detenzione – che vendetta puoi desiderarne, davanti allo spettacolo della sua miserabilità?

 

Ma chi vorrebbe obiettare alla possibilità e anzi alla necessità di fermare con ogni mezzo colui mentre sta avanzando col suo camion bianco sopra i corpi di bambini donne e uomini? Lui ha percorso 1.700 metri: ogni metro in meno di quel lunghissimo mattatoio avrebbe salvato vite umane. Si può perfino farne un conto preciso, un tanto al metro, o semplicemente a passi, tanti ogni dieci passi. Non sto cedendo a un’immaginazione macabra: sto pensando ogni volta di nuovo ai luoghi in cui la distanza percorsa dai macellai si misura piuttosto che in metri e chilometri – anche – in ore e giorni e mesi e anni: 5 anni, per l’esattezza, nel caso della Siria. Se fossero stati fermati un giorno, un mese, un anno, 5 anni prima, le loro vittime, anche là bambini donne e uomini, sarebbero diminuite di altrettanto. Per ora non sono stati fermati, né i neri del Califfato e i neri concorrenti, né gli scherani di Assad, e si può fare il conto, una semplice divisione: almeno 260 mila (forse 450 mila) diviso quei quasi cinque anni. Fermarli, lì, per chiunque ne avesse i mezzi, non aveva niente della vendetta: era come sparare al camionista mentre zigzagava sulla Promenade del 14 luglio nizzardo. Non lo si è fatto. Non lo si fa ancora. La scelta ha un nome: omissione di soccorso, ed è un nome infamante.

 

Ma non è solo la morale – “solo” – cioè l’umanità, a venir offesa. E’ l’interesse beninteso, la prudenza, quelli che stanno a cuore ai realisti e ai candidati elettorali. Aver lasciato procedere per tanti chilometri e per tanti anni il Califfato ha autorizzato e anzi spinto qualunque particolare destinato ad andare a finir male, a vedersi spalancare un orizzonte di gloria davanti. Una famiglia in rovina, un lavoro perduto, un’umiliazione subita, una furia contro il vicino di bancone in birreria, un desiderio sessuale frustrato, un maltrattamento di polizia, cose di piccolo gusto che ieri avrebbero riempito le fosse e le celle di piccoli malviventi e piccoli disperati, oggi sono quotate in Borsa: possono far strage all’ingrosso, partecipare della gloriosa avanzata del Califfato e dell’Apocalisse, mettere una bandiera nera sul cofano del proprio camion a noleggio. Chi sarà più disposto a considerare per sé un antico, solitario e desolato suicidio quando ne può fare uno strepitoso martirio e tenere in scacco il mondo? Il mondo infatti può finire quasi per scherzo, per una deflagrazione nucleare o per l’invenzione di un giovanotto che abbia letto, se non proprio il Corano, un tweet da Raqqa.

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