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Inizia il negoziato del “flessibile” Trump su frontiere, tasse e aborto

“Ho sempre creduto nella flessibilità”, diceva. La politica, la campagna elettorale, la vita intera è per Trump un grande negoziato in cui la rigidità è il tratto dei perdenti. Ora The Donald sta iniziando a mostrare cosa intendeva con quei criptici segnali.

1 Luglio 2016 alle 06:09

Inizia il negoziato del “flessibile” Trump su frontiere, tasse e aborto

Usa, Donald Trump in campagna elettorale (foto LaPresse)

New York. Quando si è assicurato la nomination del Partito repubblicano, Donald Trump ha spiegato che ha “sempre creduto nella flessibilità”, anzi ha sempre creduto nel “rimanere flessibili” come principio ispirato. La politica, la campagna elettorale, la vita intera è per Trump un grande negoziato in cui la rigidità è il tratto dei perdenti, mette chi la esibisce in una posizione di debolezza. Ora The Donald sta iniziando a mostrare cosa intendeva con quei criptici segnali.

 

Lunedì la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale una legge del Texas che limitava il numero di cliniche che praticano gli aborti, uno dei provvedimenti locali che l’universo pro life giudica l’ultimo argine di resistenza praticabile nella culture war. Trump, che giusto qualche mese fa agitava il vessillo della vita, non ha detto nulla sulla sentenza. Non un comunicato, non un tweet. Il gruppo di evangelici che lo sostiene e consiglia ha deprecato la decisione senza che il candidato s’esprimesse. Sono segni dei tempi della “flessibilità”, fase liquida in cui Trump ha cacciato i consiglieri più aitanti ed estremi per affidarsi a un manipolo di insider che predicano scaltrezza e moderazione. Gli ultimi innesti sono Jason Miller, ex consigliere di Ted Cruz detto “Lyin’ Ted”, e Michael Abboud, già funzionario del Partito repubblicano con molti contatti e pochi pregiudizi ideologici.

 

Anche dopo l’attentato all’aeroporto di Istanbul, Trump non ha premuto fino in fondo l’acceleratore retorico. Si è limitato a fare le condoglianze alle famiglie delle vittime e a dire che occorre fare di tutto per tenere l’America al riparo dagli attacchi al terrorismo. Nei mesi scorsi la chiusura delle frontiere per i musulmani è passata da “completa e totale” a “temporanea”, e infine riguarderà soltanto le persone provenienti da “paesi a rischio”, e non si specifica esattamente quali siano. Trump peraltro dice che il termine “rimpatrio di massa” non gli è mai piaciuto, è una sintesi giornalistica sciocca per designare la sua politica su chi vive illegalmente negli Stati Uniti. La promessa di non alzare il salario minimo è stata quasi dimenticata. Ora è “aperto” alla valutazione del problema stato per stato, e nel tritacarne politico della flessibilità sono finiti anche i tagli alle tasse. Il piano fiscale di Trump prevede sulla carta sforbiciate per tutti, ma diversi istituti indipendenti quantificano il costo dell’operazione in diecimila miliardi di dollari nel giro di dieci anni, anche tendendo conto del surplus di crescita che l’alleggerimento fiscale porterà.

 

Ancora una volta, il candidato si è detto flessibile sull’entità del taglio per le famiglie più ricche e ha perfino lasciato intendere un’apertura alla possibilità di un innalzamento. Come da regola, Trump evita di esibire piani troppo dettagliati per non legarsi mani e piedi a proposte che potrebbero richiedere una revisione. “Non sto facendo flip-flop. Faccio ciò che è giusto. A volte ci sono cose che penso vadano aggiustate, ma non lo faccio per i voti, lo faccio perché penso sia la cosa giusta”, ha detto, rivendicando il nuovo assetto politico che sta creando come una paradossale svolta verso l’autenticità. Sulla costruzione del muro al confine con il Messico, roccioso simbolo che sta al centro dell’immaginario trumpiano, ancora non dà segni di flessibilità. “Sta diventando una campagna elettorale più strutturata, ma non è che sta cambiando posizione sull’aborto o sulle armi da fuoco”, ha detto Ed Rollins, stratega repubblicano di lungo corso che lavora in un’associazione collegata a Trump.

 

E’ una fase di passaggio dalla retorica incendiaria e volutamente incoerente a una struttura che ha un suo ordine interno, per quanto approssimativo e fragile possa sembrare all’occhio disabituato al piroettare di Trump. Il canovaccio non cambia, ma il tono dell’improvvisazione è diverso, le posizioni sono appena più levigate e le provocazioni sono gettate con circospezione, si potrebbe dire con misura se non fosse che lo standard a cui il candidato ha abituato l’America è nell’ordine dell’iperbolico e dello smisurato.

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