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L’occidente annaspa nella deculturazione

Dalla Casa Bianca a Bruxelles, i leader faticano a capire se stessi. Non si vede neanche un barlume di egemonia politica, dove si fondano in genere le decisioni importanti. Un’idea postuma di Michel Rocard.

4 Luglio 2016 alle 17:54

L’occidente annaspa nella deculturazione

Donal Trump (foto LaPresse)

Annaspano. La sequenza dopo Trump e la Brexit è impressionante. Referendum in Italia, elezione del Potus (President Of The United States), elezioni in Olanda, in Francia, in Germania (e non dimentichiamo l’Austria). Dall’autunno 2016 all’autunno successivo sarà tutta una corsa tra le nazioni e nelle nazioni: in ballo le regole della globalizzazione e la globalizzazione come regola, a partire dal paese più importante del mondo, e il destino o la vocazione delle classi dirigenti in Europa, tra sfide nazionaliste e populiste, integrazione in disarmo, cabotaggio intergovernativo per fronteggiare le questioni centrali tra cui banche e immigrazione, cioè frontiere. Chiaro che l’unilateralismo d’emergenza si riaffaccia, e l’Italia delle banche e del governo Renzi è in prima linea. I trattati ammuffiscono. Wolfgang Schäuble teorizza: niente visione, puro pragmatismo, no a nuova integrazione, ciascuno pensi a sé ma in quella gabbia di matti il cui perimetro è fissato nella generale insoddisfazione.

 

Annaspano, appunto. Non si vede neanche un barlume di egemonia politica, dove si fondano in genere le decisioni importanti. Boris Johnson e Michale Gove non avevano dunque un piano per la Brexit, è stata una cavalcata demagogica e isolazionista vecchio stile, le cose avvengono e le ombre si allungano su e da una Londra politicamente muta, acfala (perfino Nigel Farage se ne è andato con un inchino). E Prodi con acume ricorda la boutade di Churchill: il problema del suicidio politico è che uno rimane vivo e ne vede le conseguenze.

 

Spesso si dice che dobbiamo liberarci dal Novecento. Sì, a patto che si recuperi l’Ottocento, il senso della storia, del paesaggio originale (caro Calasso, è il caso di tradurre subito il “Tableaux de la France” di Jules Michelet), il senso della società e della comunità, il senso dello stato, della lingua, delle classi perfino. Non per retrocedere, ma per essere attrezzati a combattere lo spirito retrogrado dell’epoca che viviamo con mezzi di lettura adeguati. Debellare gli arcaismi con un tuffo nel secolo della cultura e della storia. Possibile che nessuno sia stato in grado di persuadere il cinquanta più zero e uno per cento degli inglesi che si stavano prendendo gioco di sé stessi e di loro, gli dei della Brexit? Possibile che sia così difficile dimostrare che Trump è il profeta mistico e ludico dell’impossibile (“America First, I know the art of the deal”) oltre che un sovrano e divertentissimo buffone da circo? Possibile che l’Europa sia un parimonio ormai nelle mani di un simpatico e alticcio politico lussemburghese?

 


Michel Rocard


 

Michel Rocard, appena prima di morire, ha rilasciato una lunghissima intervista-testamento a Le Point. Anche lui annaspava, il banditore impotente della deuxième gauche, la sinistra riformista, e si buttava sul socialismo scandinavo, addirittura. Ma ha anche detto: “Per dirigere una società bisogna capirla. Ora è chiaro che non possiamo più capire noi stessi”. E ha aggiunto, dopo aver constatato che la stampa scritta si lascia trascinare dall’informazione continua, dalla televisione, dall’Internet: “I politici sono una categoria della popolazione molestata dalla pressione del tempo. Non una sera né un fine settimana tranquilli, non un momento per leggere, quando la lettura è la chiave della riflessione. Non inventano dunque più alcunché”. Si può annaspare con la consapevolezza della circostanza. Ma è così come lui diceva in limine mortis. Come suggerivamo ieri, si può essere “vivi e acuti” piuttosto che “gravi e maturi”, e corrispondere ai criteri della contemporaneità, ma la chiave della conoscenza e della riflessione da qualche parte bisogna trovarla.

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