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I barbari espugnano le mura dell’Ue

Non si salva quasi nessun leader europeo dall’incendio di Londra, sufficienze solo a Merkel, Tusk e Renzi. Hollande il peggiore, bene Draghi, l’unico che potrà reagire colpo su colpo. Appendino e Raggi, la borghese e la popolana, sono parimenti pericolose. Salvini si fa bello con le piume degli altri ma ha perso la Lega. Il Pagellone alla settimana politica di Lanfranco Pace.

25 Giugno 2016 alle 06:06

I barbari espugnano le mura dell’Ue

Angela Merkel in conferenza stampa dopo la Brexit (foto LaPresse)

L’INCENDIO DI LONDRA, LE ROVINE DI ROMA


Si sono infilati da soli in un imbuto e ci hanno dato una cacciata sott’acqua, siamo in un grande casino, Borse a picco e spread schizzati in alto. Che ci siano o no altri paesi smaniosi di ritrovare la sovranità nazionale e non si sa quale grandezza perduta, l’Unione europea (voto 3) ha preso una mazzata sui denti. Siamo ormai in terra incognita, nessuno tra Francoforte e Bruxelles può dire cosa accadrà né come pararlo, il vigile Mario Draghi (voto 7) potrà reagire al più colpo su colpo, in tempo reale. Un importante banchiere ha detto che non si possono fare previsioni a lungo termine, il lungo termine non è più di questo mondo e fra un po’ nemmeno il medio. Non servirà a nulla Juncker (voto 3), quando parla si può anche togliere l’audio tanto non dice nulla, le rare volte in cui dice qualcosa poi non la fa, vedi il famoso piano di investimenti pubblici per favorire la crescita (voto 0). Non servirà Donald Tusk che sembra sveglio ma è quello che conta di meno istituzionalmente (voto 6).

 

Non Hollande (voto 2) che in patria è ai minimi storici della popolarità e ha sempre l’aria di chi teme che gli facciano le poste mentre entra in casa dell’amante. Non Renzi (voto 6) che ha il merito di aver denunciato per tempo il pericolo e il demerito di non aver sbattuto con convinzione i pugni sul tavolo. Non la signora Merkel (voto 6) che si dà da fare, è la padrona di casa del vertice di lunedì a Berlino dove l’Unione abbozzerà una risposta, è potente, ha avuto anche una felice impennata sulla questione immigrazione ma il resto del tempo appare monotona, ha la stessa espressione del volto e la stessa inflessione della voce, nessuna empatia con i cittadini del sud e delle periferie: mentre per governare l’Europa occorrono dolori, colpi di cuore e picchi di collera. La sedicente troika, presidenza della Commissione e motore franco-tedesco, ha avuto un approccio miope e piatto: dilapidando in poco tempo la sola eredità decente e spendibile del Novecento.

 

 

POPULISMI

 

Normalmente nelle competizioni che contano le forze populiste arrivano terze, alle spalle di conservatori e riformisti che rassicurano in egual misura l’establishment sovranazionale perché sono emanazione di quella stessa cultura: l’Europa nacque dall’intuizione di un pugno di visionari e dal compromesso tra popolarismo cattolico e socialdemocrazia, così tenne al guinzaglio i liberali e fuori dalla porta, per ovvie ragioni, i comunisti. E’ il logoramento di quel patto più che i morsi della crisi ad alimentare i populismi vecchi e nuovi. Nell’elezione presidenziale di aprile e maggio prossimi in Francia potrebbe vincere Marine Le Pen, miglior pedigree in materia di revanscismo nazionalistico nonché maestra del piccolo Matteo Salvini: un soprassalto di intesa fra la destra repubblicana e una parte della sinistra potrebbe sbarrarle la strada, ma se dovesse vincere sarà la Francia il prossimo paese a uscire dalla casa comune. Non l’isola che fu impero ma un paese fondatore dell’Unione al cuore della storia del continente: le conseguenze sarebbero questa volta apocalittiche.

 

Quando la non cultura e il livore prevalgono sul ragionamento razionale, i barbari espugnano la città e distruggono il bipolarismo saggio che fino a quel momento era stato l’alfa e l’omega della rappresentanza. Non prendere di petto il populismo, non combattere una battaglia aperta e magari fargli l’occhiolino per interesse come fanno altre forze politiche o per servilismo come molti giornalisti e commentatori, non andare porta a porta nelle periferie di Londra, di Roma, di Torino, di Parigi a spiegare che quel comune sentire contro gli immigrati, la litania che quando vai dal medico fai la fila perché “loro” sono davanti, non prendi più sussidi perché sono tutti per “loro”, non hai più casa perché l’hanno data a “loro”, tutto questo è l’anticamera del manicomio.

 

Il populismo intossica i partiti tradizionali, li scuote e ne seduce gli elettori più ingenui o arrabbiati. Farage (voto 9) è uno che normalmente arriva terzo e magari anche quarto, a volte non arriva proprio, non ha alcuna intenzione né ambizione di insediarsi al 10 di Downing Street, eppure ha vinto una battaglia storica dopo più di mezzo secolo. Ha trovato un alleato decisivo nello scavezzacollo sir Boris Johnson che ha spaccato i conservatori schierandone una buona parte a favore dell’uscita dall’Unione, sul fronte laburista ha pescato nelle frange della sinistra radicale. Come in Italia i 5 stelle hanno attirato parte della destra, parte della sinistra e in alcuni casi entrambe. Questo succede ad andare a cena con il diavolo.

 

 

ROMA CAPOCCIA

 

E’ ipocrita la distinzione tra una brava e preparata Chiara Appendino che d’acchito dimostra piglio e e autorità, fa subito la squadra, la porta in ritiro in fine settimana per fare l’amalgama come un qualsiasi Antonio Conte (voto 10, in forma di incoraggiamento alla vigilia dell’ottavo). E Virginia Raggi che invece la squadra ci metterà tre settimane a farla, avrebbe dovuto averli in testa da tempo ma ancora non ce l’ha, è piagnucolosa, si emoziona per un nulla ed è inseguita da un ex marito largamente impresentabile. Eppure non ci sono Chiara la borghese e la “chiamatemi Virginia” della borgata Ottavia. Sono  pericolose a eguale titolo, entrambe portano nel governo di due grandi città la follia della decrescita, del chilometro zero, del fai da te, della raccolta differenziata senza inceneritori e senza padroneggiare il ciclo dei rifiuti nella sua interezza. Sono da temere perché hanno fatto salire a bordo non pochi transfughi dell’estrema sinistra, del radicalismo comunista, tra cui due fondamentalisti dell’urbanismo a zero mattoni, zero immobili nemmeno a un piano, anche i costruttori devono piangere e chi se ne frega di chi nell’edilizia ci lavora. Entrambe portano con sé l’assistenzialismo un po’ piagnone, il reddito sociale che dove esiste è salario minimo garantito, si paga di più chi un lavoro ce l’ha, ma nella versione a Cinque stelle, il cosiddetto reddito di cittadinanza, significa assicurare un reddito a chiunque abbia compiuto la maggiore età, un costoso delirio.

 

 

LA LEGA NON STA BENE

 

Parlarne nello sconquasso è da provinciali, ma noi questo siamo, provinciale ombelico del mondo.  Tocca dunque tornare ai risultati dei ballottaggi delle elezioni amministrative: perdente al di là di ogni ragionevole dubbio è Matteo Salvini (voto 2), è contento per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, fa il bello con le piume degli altri ma di suo ha perso come Lega, come aspirante leader dell’intero centro destra, come candidato alla candidatura a premier. Ha sfondato in Toscana, ha vinto a Càscina, 45.257 abitanti in provincia di Pisa, vice sindaco avrebbe detto il conte Mascetti.

 

 

ANCHE IL PD PERO’...

 

Hanno perso in rasa campagna anche il Partito democratico e il suo segretario. Che il partito non godesse di buona salute era risaputo, le inchieste a Roma per corruzione sono state il sintomo di un declino evidente. Lo stesso D’Alema anni fa definì il Pd amalgama non riuscito tra sinistra democristiana e post comunismo. Inutile gettare la croce addosso a Fassino, a Giachetti o a Orfini, hanno fatto del loro meglio, anzi un mezzo miracolo (voto 6). Va però ripensata una direzione del partito altre facce altro spessore, l’idea di coinvolgere Martina, Rossi e Zingaretti sembra ottima (voto 9). C’è chi pensa che il voto al Pd sia soprattutto sentimentale, il copyright è di Sabrina Ferilli (voto 8) da sempre comunista che ha votato per il M5s perché non può riconoscersi nel pd renziano. Se ne faccia una ragione: non è ripescando nell’armamentario della buona tradizione comunista che si può recuperare in periferie dove da anni è più presente Casa Pound.

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