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Il Congresso nordcoreano di cui non si può scrivere niente è il palcoscenico di Kim Jong-un

Il Partito dei lavoratori si riunisce a Pyongyang dopo trentasei anni e "porterà alla vittoria finale". Per Anthony H. Cordesman, analista Csis, la minaccia è molto seria

6 Maggio 2016 alle 20:02

Il Congresso nordcoreano di cui non si può scrivere niente è il palcoscenico di Kim Jong-un

Kim Jong-un durante il discorso d'apertura del Settimo Congresso del Partito

Roma. Mentre nella Casa della Cultura 25 aprile di Pyongyang, la capitale nordcoreana, si apriva il settimo Congresso del Partito dei lavoratori della Corea – il primo dopo trentasei anni – la Korean Central Television, la televisione di stato, mandava in onda concerti di musica tradizionale, documentari celebrativi su Kim Il-sung e Kim Jong-il, e il telegiornale. Il tutto senza menzionare l’evento di portata storica che si stava consumando nella capitale, ovvero la riunione dell’organo decisionale più importante della Corea del nord che dovrà consolidare la leadership di Kim Jong-un. Alla radio, la voce di Ri Chun-hee, la storica anchor women nordcoreana delle grandi occasioni (la settantenne che annunciò il test nucleare il 6 gennaio scorso) nel pomeriggio di ieri ha letto un comunicato in cui ha parlato di un “progetto scintillante per la vittoria definitiva della Rivoluzione”, riferendosi al Congresso. La prima pagina di ieri del Rodong Sinmun, il giornale del Comitato centrale, era tutta dedicata all’“evento di portata storica, per la Corea e per il mondo”. In realtà, di questo Congresso si sa praticamente nulla (“e probabilmente non ci dirà nulla” neanche dopo, ha detto al Financial Times Andrei Lankov, uno dei massimi esperti di cose nordcoreane). C’erano dubbi perfino sulla data d’inizio: il giorno della cerimonia d’apertura non era certo, ma era stato desunto da un conto alla rovescia durato 70 giorni (definiti dagli organi di stampa statali i “settanta giorni di battaglia”) e iniziato il 24 febbraio scorso. Quando ieri alle 9 del mattino il Congresso è finalmente iniziato, i 130 giornalisti stranieri invitati nel paese più recluso del mondo sono stati tenuti a centinaia di metri dal palazzo del potere, dietro le transenne. Chi ha ottenuto il visto giornalistico – non così scontato da procurarsi in Corea del nord – è stato invitato a presentarsi a Pyongyang tra il 3 e il 5 maggio, e a lasciare la capitale sette giorni dopo. Come per il lancio del satellite d’osservazione terrestre del 2012, i funzionari di Pyongyang hanno affidato a ogni giornalista un interprete, che non solo traduce ma soprattutto controlla i movimenti – e le domande – del reporter straniero. Il tutto sotto lo stretto controllo della Commissione informazione “che ci segue passo passo”, ha scritto ieri sul Corriere della sera Guido Santevecchi, unico giornalista italiano ad aver ottenuto il permesso per entrare in Corea nella settimana del Congresso.


Per capire a quale controllo meticoloso i giornalisti siano sottoposti, basti notare che i reportage dalla capitale pubblicati tra ieri e l’altro ieri si riferiscono tutti ai medesimi luoghi. Questo perché la propaganda nordcoreana funziona esattamente come quei tour organizzati in cui si scelgono alcuni siti di rilevanza turistica da mostrare e tutti i reporter, in blocco, vengono accompagnati nelle visite. Ai giornalisti stranieri è stata mostrata una fabbrica di armi e munizioni, poi una scuola. Anna Fifield, inviata del Washington Post, ha fatto numerose dirette sui social network – che in Corea del nord sono bloccati, ma la censura si aggira facilmente con il Vpn, un’app da scaricare sullo smartphone – dicendo di trovarsi fisicamente a Pyongyang ma di essere costretta a leggere le agenzie sudcoreane per avere qualche notizia sul Congresso. Poi improvvisamente ieri sera alle dieci (ora locale) Kim Jong-un è apparso alla televisione, in un completo gessato, di taglio occidentale, camicia bianca e cravatta grigia, annunciando l’apertura dei lavori, che si chiuderanno lunedì. “Ho la ferma convinzione che questo storico congresso ci porterà alla vittoria finale”, ha detto Kim davanti a tutti i funzionari del Partito. “Con il suono dell’esplosione della bomba all’idrogeno abbiamo reso possibile il miracolo di difendere la dignità del nostro paese e di proteggerlo”.


Ed è il nucleare, infatti, l’argomento che secondo gli analisti avrà un ruolo strategico durante i lavori del Congresso. Una Corea del nord nuclearizzata, però, è un problema globale, e dopo il deal con l’Iran in molti hanno proposto di adottare il modello diplomatico usato con Teheran anche con Pyongyang. “L’Iran non può essere un modello per la Corea del nord”, dice al Foglio Anthony H. Cordesman, direttore del programma di Studi strategici al Csis, che alla fine di aprile ha tenuto due conferenze in Italia organizzate dall’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e dall’Euro-Gulf information center. “Bisogna ricordare, tornando indietro nel tempo, che sia l’Amministrazione Carter, sia quella di Clinton, si sono sforzate per mettere in piedi un accordo con la Corea del nord, che avrebbe dovuto spegnere i reattori del programma nucleare. Tentativi tutti ovviamente falliti”, dice Cordesman. “E non stiamo parlando di uno stato che potrebbe nuclearizzarsi, ma di uno stato con capacità nucleari che ha chiaramente mostrato all’America di avere arricchito l’uranio. E l’ha mostrato anche agli esperti americani, per rendere chiaro quale fosse il suo impegno per l’arsenale nucleare. Non parliamo di un paese che nega di avere le armi nucleari ma di un paese che negli ultimi mesi ha minacciato di attaccare l’America con armi nucleari”. Cordesman si riferisce non solo ai test nucleari, ma anche ai test di missili balistici effettuati periodicamente da Pyongyang, con tecnologie ogni volta migliorate, e ai messaggi di propaganda diffusi soprattutto su internet – nell’ultimo, Washington viene colpita da un missile nordcoreano armato con una bomba atomica. Nel 2007 l’incontro tra alcuni delegati americani e nordcoreani portò Washington a togliere Pyongyang dalla lista dei paesi sponsor del terrorismo. Oggi però le minacce di Kim Jong-un sembrano sempre più vicine a uno stato che usa il terrore (di un ipotetico attacco nucleare) per ottenere vantaggi: sia interni, in termini di leadership, sia esterni, costringendo i paesi coinvolti a trattare. “Bisogna capire che la Corea del nord ha una struttura estrema, straordinaria”, prosegue Cordesman, “Non esiste un modello simile in altri paesi. In Corea la politica non è flessibile, non c’è pragmatismo. E penso che quando sei disposto a dichiarare di aver ucciso tuo zio con dei colpi di cannone antiaereo, devi essere considerato fuori dalla categoria dei moderati”.

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