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Anche l’argentino Macri alla prova Uber

Il presidente argentino, eletto come liberalizzatore, deve ora decidere da che parte stare tra le spinte liberalizzatrici di Uber e le lobby potenti dei tassisti. Per ora le cose non promettono bene.

 

2 Maggio 2016 alle 15:06

Anche l’argentino Macri alla prova Uber

Manifestazione dei tassisti conto Uber (foto LaPresse)

Anche Mauricio Macri alla prova Uber. Il presidente argentino, eletto per riformare il paese dopo gli anni perduti dal peronismo, è arrivato alla prova del nove per tutti i capi di stato e di governo che promettono di liberalizzare l’economia: da che parte stare tra le spinte liberalizzatrici di Uber e della sharing economy e le lobby potenti dei tassisti? Di recente questa prova l’ha dovuta affrontare il premier Matteo Renzi, e non se l’è cavata bene (ma è in buona compagnia in Europa e nel mondo). Adesso tocca a Macri, che con Renzi condivide lo spirito dinamico e riformatore, tanto da aver accolto il premier italiano come primo leader europeo in visita alla Casa Rosada (il palazzo presidenziale argentino) subito dopo le elezioni. La fede riformatrice di Macri, però, è ancora tutta da testare, e la prova Uber è particolarmente insidiosa in un paese come l’Argentina, dove i sindacati, anche quello dei tassisti, costituiscono una base storica e potente del peronismo ancora in auge in parte del paese.

 


Il presidente argentino Mauricio Macri (foto LaPresse)


 

Come ha scritto Mary Anastasia O’Grady sul Wall Street Journal, la città di Buenos Aires ha impedito per quattro lunghi mesi l’ingresso di Uber nel mercato argentino a causa di un cavillo legale. Tanto è il tempo che la società californiana ha atteso per avere un numero di identificazione tributaria, ultima formalità necessaria per iniziare a operare. Dopo quattro mesi di lungaggini, con la burocrazia ancora in alto mare, il 12 aprile Uber ha deciso di rompere gli indugi e iniziare a mettere in strada le sue macchine con autista anche senza l’ultima formalità, convinta che il suo business sia costituzionalmente protetto. Il sindacato dei taxi e l’amministrazione cittadina hanno risposto immediatamente, dando il via il 15 aprile a un’indagine che ha portato a un raid della polizia negli uffici legali della compagnia e nell’abitazione privata del general manager locale.

 

In tutta risposta, dal 15 al 20 aprile Uber ha offerto corse gratuite per tutti i cittadini di Buenos Aires, nella speranza di attirare clienti e consensi. Ma se i clienti apprezzano, i poteri locali fanno resistenza. Jill Hazelbaker, il vicepresidente di Uber con delega alla public policy e alla comunicazione, ha detto che “la resistenza a Buenos Aires è tra le più forti che abbiamo incontrato ovunque nel mondo”. Il fatto è che nell’Argentina ex peronista i sindacati sono una forza quasi imbattibile. Omar Viviani, il capo del sindacato dei taxi, ha già dichiarato guerra e ha detto che “in nessuna circostanza” bisognerebbe consentire a Uber di iniziare a operare in Argentina.

 

Ma proprio perché i sindacati sono un blocco di potere e un impedimento alla liberalizzazione tanto serio, Macri dovrebbe approfittare della “prova Uber” per far capire che sulle riforme fa sul serio. Per ora, però, il presidente ha abbozzato. Il 14 aprile, due giorni dopo l’inizio delle corse di Uber, ha detto: “Apprezzo la posizione del governo della città nella difesa dei nostri tassisti, che sono un simbolo dell’Argentina, ma c’è anche il problema dell’avanzamento tecnologico, che dobbiamo gestire nella maniera più graduale possibile per prenderci cura di tutti gli argentini”. Un riconoscimento del potere dei tassisti, in pratica, che non fa ben sperare.

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