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Cacciare Mowgli per salvare Shere Khan: le riserve contese da uomo e tigre

Una ong denuncia che la fauna è tornata a crescere. Ma per farlo sono stati allontanate le popolazioni indigene nonostante le cifre del Wwf dimostrino come per la prima volta negli ultimi cento anni il numero delle tigri sia tornato a salire.

15 Aprile 2016 alle 06:06

Cacciare Mowgli per salvare Shere Khan: le riserve contese da uomo e tigre

"Il libro della giungla" nella versione cartone animato della Disney

Si può scacciare Mowgli per salvare Shere Khan? I media internazionali hanno riportato le cifre del Wwf che dimostrano come per la prima volta negli ultimi cento anni il numero delle tigri abbia ripreso a salire. Erano ben 100 mila nel 1916, erano ridotte a 3.200 nel 2010, sono risalite a 3.890 nel 2016. Ma l’organizzazione indigenista Survival International ha subito risposto con una denuncia: per salvare le tigri sono state istituite delle riserve da cui sono state espulse a forza le popolazioni indigene che lì abitavano da tempi ancestrali.

 

Si tratta degli Adivasi, come vengono chiamate tradizionalmente nel Subcontinente indiano le popolazioni tribali. “E se da un lato le tribù sono costrette ad andarsene, dall’altra si aprono le porte ai turisti paganti”, afferma Survival, che non è nuova a simili denunce di modello conservazionista che sembra privilegiare gli animali alle persone.  Una di queste terre è proprio la celebre Riserva delle tigri di Kanha, che ispirò “Il Libro della Jungla”, il celebre romanzo di Rudyard Kipling appena riportato dalla Walt Disney sul grande schermo in una nuova trasposizione. Da questa riserva, secondo Survival, “nel 2014, sono stati sfrattati illegalmente centinaia di indigeni Baiga e Gond. E minacce di sfratto pendono ora anche sulla vicina riserva di Achanakmar nonostante la forte opposizione delle tribù, e su quella di Amrabad, solo per citarne alcune”.

 


    

Una bambina adivasib e una madre con il figlio, India


 

Dai Gond, in particolare, prende il nome quella “Foresta dei Gond”, in sanscrito Gondwana, con cui i geologi hanno ribattezzato il supercontinente esistito fino a 510 milioni di anni fa, prima di essere frammentato dalla deriva dei continenti. È una denominazione derivante in realtà dai sedimenti rocciosi che nel Godwana attuale si trovano, ma che comunque contribuisce anch’essa a quell’immagine di “antichità” di questa etnia. I Baiga a loro volta, secondo recenti ricerche sul loro dna, sono la popolazione del pianeta più prossima agli aborigeni australiani, dando così un importante indizio sull’origine della misteriosa migrazione preistorica che popolò il “Continente Nuovissimo”.     

 

Va detto che le denunce di Survival riguardano in particolare l’India, mentre il censimento diffuso dal Wwf e dal Global Tiger Forum (Gtf) riguarda anche le tigri stanziate in Russia, Nepal e Bhutan. Ma in India sono 2.200 gli esemplari allo stato brado, contro i 433 della Russia e i 371 dell’Indonesia. E il primo ministro indiano Narenda Modi ha inaugurato la conferenza che nel progetto della Global Tiger Initiative intende raddoppiare gli esemplari entro il 2022. Ma Survival denuncia che i “trasferimenti volontari” organizzati dal dipartimento delle Foreste indiano sono stati in realtà imposti con la corruzione e la minaccia. “Khana è pubblicizzata come il luogo ‘ispiratore’ del Libro della giungla e incoraggia il turismo di massa sostenendo che ‘non c’è altro posto in cui si possono vedere le tigri così spesso’. Ma pochi dei visitatori e degli appassionati del film Disney saranno consapevoli delle violenze e delle intimidazioni inflitte ai popoli indigeni nel nome della conservazione della tigre proprio nella foresta in cui il libro è ambientato”.

 


Riserva delle tigri di Kanha



Secondo Survival, “i Baiga sono stati sfrattati con la forza dalla loro terra e non possono farvi ritorno. Le grandi organizzazioni della conservazione sono colpevoli di sostenere que+sta situazione. Non denunciano mai apertamente gli sfratti. In realtà, molte tribù indiane venerano le tigri e vivono pacificamente al loro fianco da generazioni; non esistono prove che gli sfratti proteggano gli animali. Al contrario: è molto più probabile che li danneggino, perché escludono la popolazione locale dagli sforzi per la conservazione. I popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. Dovrebbero essere in prima linea nella conservazione della tigre, e invece ne sono esclusi. Vi sono addirittura prove del fatto che nelle aree da cui le tribù non sono state mandate via, vivono più tigri”.

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