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Gli effetti della grande coalizione

Non solo Germania e Italia. In Europa i “governi normali” esistono solo in quattro stati. Cosa succede ai paesi guidati da maggioranze anomale e come cambiano partiti e voti dopo la cura della safety car

20 Marzo 2016 alle 06:18

Gli effetti della grande coalizione

Angela Merkel con Matteo Renzi (foto LaPresse)

Le Grandi Coalizioni sono più antiche della Grosse Koalition che governò la Germania con Kurt Georg Kiesinger dal primo dicembre 1966 al 21 ottobre 1969. Mettere assieme molti partiti è necessario in paesi come i Paesi Bassi, il Belgio, la Svizzera o il Libano, caratterizzati da una frammentazione etnico-religiosa che esige di rappresentare al governo quante più sigle possibili, e d’altra parte molti paesi hanno sentito il bisogno di creare governi di unità nazionale in tempo di guerra. Dalla Union Sacrée francese durante la Prima Guerra mondiale al War Cabinet britannico durante la Seconda, passando per i  nostri governi del Cln o le alleanze fatte in Israele durante le guerre contro gli arabi. Anche la tradizione austriaca in tal senso nasce dal trauma per il modo in cui le divisioni tra socialisti e popolari avevano aperto la strada all’annessione hitleriana, e alla necessità di blindare la neutralità austriaca durante la Guerra Fredda per evitare una spartizione del paese. Ma la formula tedesca, poi ripetuta da Angela Merkel dal 2005 al 2009 e poi di nuovo dal 2013, è divenuta la più emblematica. Prima di tutto perché non è dovuta a problemi strutturali o a grandi emergenze, ma semplicemente a un momentaneo impazzimento del quadro politico. A quel punto, però, i tedeschi sono riusciti a fare di necessità virtù, ed hanno trasformato quelle esperienze momenti di importante ristrutturazione del sistema politico e economico. L’occasione di un decisivo reset, dopo il quale ripartire più in forma di prima.  

 

Nella cultura politica tedesca corrente la Grosse Koalition è vista in realtà come un momento negativo, una sorta di alterazione patologica del normale gioco democratico. Con le ammucchiate impotenti fra il montare degli opposti estremismi, d’altronde, era morta la Repubblica di Weimar. Per questo un personaggio come Kurt Georg Kiesinger resta tra tutti i cancellieri della Repubblica Federale quello con l’immagine peggiore. E per questo le Grandi Coalizioni sono poi spesso bastonate al voto.

 

L’ultimissimo round locale in Germania ha visto l’exploit di Alternativa della Germania, il ritorno dei liberali della Fdp, il primo posto dei Verdi in Baden-Württemberg, il crollo della Spd nello stesso Baden-Württemberg e in Sassonia-Anhalt. Ma anche dopo le altre due Grosse Koalition c’era stata una ripresa dei liberali. Nel 1969 i neonazisti erano arrivati al 4,3 per cento. Nel 1966-69 c’era stato pure un boom della sinistra extraparlamentare, l’ala più radicale che era poi finita nella lotta armata della Raf, mentre dall’ala più moderata sarebbero poi nati i Verdi. Ma la Germania degli anni Sessanta aveva un problema: l’Spd, a parte la pessima prova data ai tempi di Weimar, dopo la Seconda Guerra Mondiale si era ricostituito su una piattaforma neutralista e antimilitarista, che era l’esatto contrario di una cultura moderna di governo in un paese inserito nel blocco occidentale. E’ vero che nel 1959 il famoso Congresso di Bad Godesberg aveva abbandonato il marxismo, ma bisognava che i tedeschi si sentissero garantiti anche sul versante moderato, prima di potersi fidare a farsi governare dalla Spd come partito di maggioranza. La Grosse Koalition, dunque, fu la necessaria transizione per permettere alla Spd di abituarsi a governare una moderna economia sociale di mercato e ai tedeschi di abituarsi alla Spd al governo. Inoltre, la grande maggioranza di 468 seggi su 518 permise anche di affrontare con decisione la congiuntura economica negativa, grazie all’inedito ma efficace tandem tra il cristiano-sociale Strauss alle Finanze e il socialdemocratico Schiller all’Economia. Fallito un programma di spese pubbliche da due miliardi e mezzo di marchi, fallita la liberalizzazione creditizia, funzionò invece un intervento di programmazione a medio termine su stabilità dei prezzi, pieno impiego, equilibrio della bilancia dei pagamenti e livello di crescita, col risultato di un fenomenale saldo attivo nell’export di ben 16,9 miliardi di marchi. Già nel 1968 la crescita era ripresa. Il consenso permise anche di superare la cosiddetta dottrina Hallstein, escludente qualunque contatto con i paesi del blocco comunista che avevano riconosciuto la Repubblica democratica tedesca. Quella maggioranza riuscì inoltre a mettere ordine definitivo nel sistema federale, stabilendo il riparto delle competenze tra il Bund e i Länder. Ma, soprattutto, cercò di prevenire ogni possibile fantasma weimeriano anche col diciassettesimo emendamento costituzionale sullo stato d’emergenza. Oltretutto, quella era anche una delle condizioni poste dal Consiglio di controllo alleato per il pieno ripristino della sovranità tedesca. E quando la legge entrò in vigore il 28 giugno, pose termine ai poteri speciali che le forze Alleate in Germania avevano avuto con lo statuto di occupazione del 1949.

 

Kiesinger voleva però coronare questa “razionalizzazione” con l’introduzione di un sistema uninominale puro all’inglese. L’Spd si rifiutò, e nacque la coalizione con i liberali dell’Fdp: un’alternanza che fece della Germania per la prima volta una democrazia compiuta. L’economia, però, riprese ad arrancare negli anni Novanta. Un po’ per i costi del riassorbimento della ex-Ddr, un po’ per il sempre maggior affanno del modello del capitalismo renano, preso a tenaglia tra il più flessibile modello anglo-sassone e la concorrenza a prezzi stracciati dei paesi di nuova industrializzazione del Terzo Mondo. Il governo Schröder cercò di cambiarlo, in particolare con una parziale privatizzazione della previdenza e con la grande riforma del mercato del lavoro e del welfare del gennaio 2005. Ma il contraccolpo fu la scissione dall’Spd di Oskar Lafontaine, che assieme agli ex comunisti fondò il nuovo partito della Linke. Dopo le elezioni del 2006 si tornò dunque alla Grosse Koalition: una necessità, ma anche uno strumento per blindare la riforma economica. Quanto alla terza Grosse Koalition, una percezione oggi diffusa è che serva a imporre il modello tedesco al resto d’Europa. Ma forse il quadro potrà essere più chiaro con un po’ più di prospettiva storica.

 

L’Europa, intanto, si sta germanizzando in un altro senso. Settimana dopo settimana, appuntamenti elettorali ed eventi politici dimostrano come in tutto il Continente il modello della Grosse Koalition si faccia via via più inevitabile. In Spagna, per esempio, la doppia bocciatura che il leader socialista Pedro Sánchez ha incassato quando il 2 e il 4 marzo ha cercato di ottenere l’investitura a primo ministro dimostra che l’accordo tra Psoe e Ciudadanos non basta per formare un governo. Entro il 2 maggio devono mettersi insieme almeno tre dei quattro grandi partiti in cui il Congresso dei Deputati di Madrid si è ritrovato frantumato dopo il voto dello scorso 20 dicembre – oppure si va a elezioni anticipate.

 

In Irlanda, dopo il voto del 26 febbraio, i grandi partiti sono risultati tre. Accanto a Fine Gael e Fianna Fáil stavolta però non si è piazzato il Partito Laburista, ma il più estremista Sinn Féin, rendendo il problema di governabilità altrettanto spinoso. Prima del 2011, il Fianna Fáil era sempre stato il primo partito; ma il Fine Gael, tradizionale secondo, riusciva spesso ad alternarsi al governo grazie a un patto di ferro con i laburisti, altrettanto tradizionali terzi. Nel 2011 la crisi che aveva scombussolato il quadro politico, proiettando il Fine Gael al primo posto e i laburisti al secondo e confinando il Fianna Fáil al terzo, aveva paradossalmente aiutato la governabilità vista appunto la storica alleanza tra i due vincitori. Ma stavolta la scelta è dura. Alternativa numero uno: si porta in maggioranza il Sinn Féin, braccio politico dell’Ira ormai evoluto su posizioni da Podemos o Syriza celtica. Alternativa numero due: per la prima volta dovranno andare d’accordo Fine Gael e Fianna Fáil – due partiti in teoria non troppo distanti dal punto di vista ideologico, ma contrapposti dalla guerra civile che divise il movimento nazionalista irlandese, quando Michael Collins accettò nel 1921 con Londra la pace di compromesso che lasciava il sovrano britannico come capo di stato irlandese e manteneva anche le sei contee dell’Ulster nel Regno Unito.  Quelli del Fine Gael ono gli eredi di Michael Collins, quelli del Fianna Fáil, gli eredi del suo arcinemico Eamon De Valera. Storie vecchie, si dirà, ma che in Irlanda ancora pesano. Tant’è che il vertice di giovedì 10 marzo tra i leader dei due partiti è fallito, e anche lì si andrà a elezioni anticipate.  

 

Spagna e Irlanda evocano ovviamente gli altri due Pigs. Anche in Portogallo, dopo il voto dello scorso 4 ottobre, la soluzione più logica sarebbe stata una Grande Coalizione tra i socialisti e quel Partito social democratico che a onta del nome è il principale del centrodestra. Ma il leader socialista lusitano António Costa ha avuto il coraggio di fare quel che né Sánchez ha avuto il coraggio di fare con Podemos, né il leader del Fine Gael Enda Kenny ha avuto il coraggio di fare con il Sinn Féin: un governo che si regge grazie all’appoggio esterno sia dei comunisti che del Blocco di sinistra, la versione portoghese di Syriza. Una coalizione talmente fatta male che alle successive presidenziali del 24 gennaio ha trionfato il socialdemocratico Marcelo Rebelo de Sousa, giusto insediatosi mercoledì 9 marzo scorso. Anche il suo predecessore Aníbal Cavaco Silva, era socialdemocratico. Pur essendo eletto dal popolo, il presidente portoghese ha meno poteri del suo omologo francese, però anche a Lisbona il risultato è una coabitazione: quella tra un presidente di un colore politico e un governo e/o un parlamento di altro colore – in fondo, anche questa è una grande coalizione.

 

Alle grandi coalizioni era dedicato il sesto capitolo del libro che nel 2008 l’autore di queste note dedicò all’analisi di quel tipo di esperienze per conto delle Edizioni Boroli. Titolo: “Grandi Coalizioni”. Sottotitolo: “Quando funzionano, quando no”. Copertina: un’immagine di Veltroni e Berlusconi dialoganti. Prefazione: Giulio Andreotti. Introduzione: Lodovico Festa. Nella complessa tassonomia immaginata, non avevo messo la fattispecie che è oggi descritta dal quarto Pigs: la Grecia di Tsipras, con una coalizione tra il partito di sinistra radicale Syriza e il partner minore di centrodestra dei Greci indipendenti. Non è infatti una Grande Coalizione in senso stretto, perché non mette assieme né i due primi partiti; né una maggioranza che oltrepassa i due terzi dei membri del Parlamento. Anzi, si tratta di una formula il cui vantaggio alla Vulì di Atene è piuttosto risicato: 145 deputati di Syriza più 10 dei Greci indipendenti fa appena 155 su 300.

 

A volte è una crisi della politica che costringe a mettere assieme partiti dalle ideologie eterogenee. Lo vediamo anche col voto slovacco del 5 marzo scorso, in cui i socialdemocratici del primo ministro Robert Fico hanno perso la maggioranza assoluta. Di fronte all’entrata in Parlamento dell’estrema destra del governatore della regione di Banská, Bystrica Marian Kotleba (8 per cento e 14 deputati su 150) Fico ha cercato di mettere assieme ai suoi socialdemocratici anche la destra nazionalista del Partito nazionale slovacco, quella conservatrice della Rete e il Partito della minoranza ungherese. Solo il primo, però gli ha detto di sì. Anche a Bratislava, dunque, si rischiano le elezioni anticipate. Ex comunista, socialdemocratico e amico del primo ministro ungherese Viktor Orbán,  Fico potrebbe essere classificato – assieme allo stesso Orban, al presidente polacco Andrzej Duda, e anche a Farage, Marine Le Pen, Salvini e Grillo – tra i leader che affastellano insieme la sinistra e la destra, ma non in un’alleanza, piuttosto in uno stesso partito dal programma trasversale.

 

Messi tutti assieme – grandi coalizioni, coabitazioni, maggioranze trasversali, populisti trasversali. Praticamente, quasi tutta la politica europea.  A parte che in Germania con Cdu-Csu e Spd, i primi due partiti stanno assieme in Austria: socialdemocratici e popolari. E nei Paesi Bassi: liberali e laburisti. E nella Repubblica Ceca: socialdemocratici e liberali. In Finlandia lavorano insieme i primi tre, anche se in questo momento sono tutti di centrodestra. In Svizzera i primi quattro, ma quella è una tradizione locale. In Finlandia e in Svizzera, invece, queste formule finiscono per portare al governo anche partiti omologhi al Fronte nazionale francese. Un partito del genere in Danimarca è fondamentale per sostenere il governo liberale, e un altro ancora in Norvegia è direttamente al governo, con i conservatori. In qualche modo estrema è anche la formula del Lussemburgo, dove liberali, socialisti e verdi si sono messi d’accordo per togliere al Dc Jean-Claude Juncker la carica di primo ministro dopo 18 anni. 

 

Le eccezioni di formule governative “normali” in Europa occidentale sono in questo momento solo quattro: Svezia, Regno Unito, Belgio e Francia. Ma in Svezia il governo socialdemocratico è infatti di minoranza. Nel Regno Unito Cameron è riuscito a ricostruire un governo solo conservatore dopo che nella scorsa legislatura era stato costretto a una coalizione con i liberal-democratici: il primo governo pluripartitico dalla fine della Seconda Guerra mondiale, che peraltro è servito anch’esso a rimettere a posto l’economia. Anche il Belgio ha oggi un governo compattamente di centrodestra, dopo decenni di grandi coalizioni per fronteggiare i separatisti. Anche lì, evidentemente, l’eccezione è servita a creare le condizioni per tornare alla normalità. Al contrario la Francia non ha esperienze di Grande Coalizione vera e propria dal 1947, anche se la Quarta Repubblica fu caratterizzata da maggioranze pletoriche, e la Quinta Repubblica ha conosciuto casi sempre più frequenti di coabitazione, prima di decidere infine di far coincidere gli anni di elezione di presidente e Assemblea Nazionale. Ma la Francia è infatti il paese dove le riforme non si fanno, e dove il Fronte Nazionale cresce.

 

Resta l’Italia. Da noi, una grande coalizione senza i socialisti massimalisti la avemmo durante la Grande Guerra: la vinse, ma si spaccò sulla gestione della pace, e lasciò spazio al fascismo. Poi ci fu quella del Cln, tra 1944 e 1947: si fece la Costituzione. Terza esperienza, quella che tra 1976 e 1979 sconfisse il terrorismo. Ma non venne a capo della crisi economica, e a differenza della Grosse Koalition tedesca non riuscì a legittimare il Pci come forza di governo – forse anche perché Berlinguer non ebbe il coraggio di fare la Bad Godesborg del cambio di nome, poi decisa da Achille Occhetto dieci anni dopo. La quarta esperienza è iniziata con la caduta di Berlusconi e l’Abc Alfano-Bersani-Letta, prima con Monti e poi con Letta. Ma con lo scioglimento di Scelta Civica, la scissione dell’Ncd da Forza Italia e l’ascesa dei Cinque stelle, la Grande Coalizione ha cessato di essere tale, per diventare una semplice maggioranza trasversale. Che comunque si trova a sua volta di fronte alla sfida del fare alcune riforme di struttura, sia economiche che politiche, in attesa da decenni.   

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