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Tutti sotto assedio ad Aleppo

In Siria avanzano le forze siriane-russe-iraniane, gli Stati Uniti si interrogano su una nuova strategia mentre i ribelli gridano al tradimento. Tre ipotesi, una più fattibile delle altre

10 Febbraio 2016 alle 06:07

Tutti sotto assedio ad Aleppo

Residenti del quartiere di Al Shaar, ad Aleppo, dopo un bombardamento della coalizione russo-siriana il 4 febbraio (foto LaPresse)

Un anno fa, nel febbraio del 2015, le forze del regime siriano di Bashar el Assad, assieme ai loro alleati, Hezbollah e le Guardie della rivoluzione d’Iran, cercarono di accerchiare Aleppo, la città del nord della Siria per decenni famosa per le sue università diventata, dal 2012, campo di battaglia della guerra civile siriana. Nonostante i bombardamenti – con le famigerate barrel bomb – e l’arrivo di molti miliziani di Hezbollah in aiuto alle forze del regime, i ribelli, quel mix informe di jihadisti e non jihadisti, riuscirono a resistere, e Aleppo non cadde. Anzi, in seguito a quella resistenza l’opposizione a Damasco iniziò una fragile ma costante avanzata in altre parti della Siria, al punto che gli analisti che si occupano quotidianamente di questioni siriane cominciarono a dire: Assad non è mai stato, dall’inizio della crisi quasi cinque anni fa, tanto debole. Così si riaprirono i negoziati, assieme a qualche corridoio umanitario, e il lavoro diplomatico riprese un breve slancio. Poi, alla fine del settembre dell’anno scorso, sono intervenuti i russi, e tutto è cambiato.

 

Oggi ad Aleppo le possibilità di vittoria delle forze del regime con la copertura militare di Mosca sono molto alte. A nord, l’“Azaz corridor” che collega la città con il confine turco è già interrotto; le forze alleate di Damasco si stanno muovendo a est, a ovest e verso sud per completare l’accerchiamento. Non è detto che ci riescano, la resistenza siriana è straordinaria, ma filtrano dal campo dell’opposizione spossatezza e disperazione. E anche rabbia, nei confronti dell’Amministrazione Obama in particolare, che ancora una volta si è trovata impreparata di fronte allo scatto in avanti di Assad e dei suoi alleati, e resta appesa a una soluzione diplomatica che non accenna a prendere alcuna forma. Roger Cohen sul New York Times parla della “vergogna” dell’America in Siria, Emile Hokayem su Foreign Policy analizza “il disastroso tradimento di Obama nei confronti dei ribelli siriani”. Anne Barnard del New York Times ha raccolto le testimonianze di alcuni siriani arrivati in Turchia. Uno dice: “Obama vuol dire: ‘Non ho iniziato nessuna guerra, ho tenuto l’America fuori dal conflitto’. Questo fa bene al suo partito, mentre noi moriamo”.

 

Così sotto assedio ad Aleppo è finito anche Obama. I “talks” non ripartiranno finché la posizione russa e siriana sul campo non sarà consolidata (non sono mai iniziati appunto perché era in preparazione l’offensiva ad Aleppo e il regime guadagnava terreno anche in altre parti della Siria), nonostante gli appelli di Washington, e così si sta lavorando ad alternative tattiche. Si sono affacciate tre ipotesi.

 

La prima aleggia sull’Amministrazione Obama da qualche mese, e nasce da uno studioso della Brookings Institution, Michael O’Hanlon: “Smembrare la Siria”. O’Hanlon dice che invece di inseguire “la logica fallimentare dei negoziati attuali”, gli Stati Uniti dovrebbero “esplorare un modello confederale cercando di conquistare gli elementi moderati dell’opposizione per produrre molteplici aree autonome”. La spartizione della Siria è un tema molto dibattuto – allo stesso modo accadde in Iraq, con la tripartizione del paese – e potrebbe anche trasformarsi in un punto di partenza per un nuovo progetto diplomatico: stando agli esperti, la strategia degli Stati Uniti è combattere lo Stato islamico, conquistare Raqqa e liberare l’ovest del paese; quella di russi, iraniani e siriani è riprendersi Aleppo e consolidare il regime nell’est della Siria, compresa l’enclave alauita-russa di Latakia con sbocco sul Mediterraneo. In questo modo, ci sarebbe una possibilità di convivenza con l’iniziativa russa, ma l’opposizione al regime di Assad – che combatte anche lo Stato islamico – verrebbe definitivamente sacrificata.

 

La seconda riguarda la costruzione di una “no fly zone” sul confine turco-siriano. Ancora qualche giorno fa, sul Washington Post, due diplomatici di lungo corso spiegavano i benefici di una strategia che è stata più volte presa in considerazione, ma mai applicata. Nicholas Burns, che ha lavorato al dipartimento di stato dal 2005 al 2008, e James Jeffrey, ambasciatore americano in Iraq dal 2010 al 2012, scrivono: “Da diplomatici, pensiamo che la diplomazia sia molto più efficace quando è sostenuta da una chiarezza di intenti e da una forza militare”. Per questo è necessario sostenere le forze sul campo, i curdi e i sunniti, rafforzare le alleanze – che comprendono i paesi del Golfo e la Turchia – e creare un corridoio umanitario nel nord della Siria con una  “no fly zone” a proteggerlo. Questa zona cuscinetto dovrebbe allungarsi 40-50 chilometri a sud del confine, fino ad arrivare alle zone in mano ai curdi siriani, in modo da garantire un rifugio ai civili in fuga (secondo i dati, ci sono dodici milioni di siriani senza casa, in questo momento). La Casa Bianca, continuano i due diplomatici, “dovrebbe fare pressioni sulla Russia come membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’Onu perché aiuti a organizzare e proteggere tale area, che sarebbe molto più credibile e durevole con il sostegno di Mosca. Se la Russia dovesse rifiutarsi di sostenere una iniziativa del genere, come è probabile, l’Amministrazione e i suoi alleati si troverebbero in una posizione più forte per prendere loro stessi l’iniziativa”. I benefici della “safe zone” sono molteplici, due fra tutti: fornire aiuto ai civili e contenere il flusso di migranti in Europa; restringere le operazioni delle forze aeree siriane, “i più grandi killer di civili del conflitto”.

 

La terza opzione è quella ventilata dai sauditi: mandiamo noi i “boots on the ground” – e il Pentagono ha detto di voler prendere in considerazione l’offerta. Gli iraniani hanno risposto con una certa verve alla proposta: “I sauditi non sono coraggiosi abbastanza”, ha detto il generale Mohammad Ali Jafari, capo delle Guardie della rivoluzione, “non penso proprio che oseranno farlo. Hanno un esercito tradizionale e la storia ci insegna che questi eserciti non hanno possibilità di vittoria contro forze di resistenza irregolari”. Se invece i sauditi dovessero trovare il coraggio, “sarebbe un colpo di grazia per loro, il loro destino sarebbe segnato”, ha concluso il generale. Una delle più importanti milizie sciite in Iraq, Kataib Hezbollah, ha fatto sapere che un eventuale intervento di terra di Riad “aprirebbe le porte dell’inferno”.

 

[**Video_box_2**]Al momento l’unico inferno aperto è quello della guerra civile siriana: il Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha pubblicato un report sullo stato dei detenuti in Siria. Cita gli arresti da parte del regime di Assad di decine di migliaia di persone mandate in centri di interrogatori e prigioni, dove molti sono stati torturati fino alla morte o lasciati morire per le ferite. L’operazione fa parte di una più vasta campagna “di uccisioni, stupri o altre forme di violenza sessuale, torture, detenzioni, sparizioni e altri atti disumani”.

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