James Foley, giornalista americano decapitato dallo Stato islamico

L'attacco islamista alla libertà di parola

Redazione
Aumentano i giornalisti assassinati. Svetta la Francia con Charlie

Il massacro di nove redattori di Charlie Hebdo lo scorso gennaio ha catapultato la Francia al secondo posto nella classifica annuale dei paesi in cui nel 2015 sono stati uccisi più giornalisti. La classifica è stilata dal Committee to Protect Journalists (Cpj), ed è la prima volta che un paese europeo conquista il podio nella storia dell’organizzazione. E’ un altro segnale di come la minaccia terroristica globale sta sconvolgendo le nostre sicurezze: la libertà di espressione, attraverso gli attentati a Charlie, è stata colpita in Francia quasi come nel più cruento teatro di guerra del mondo, quello siriano, in cui i giornalisti uccisi quest’anno sono stati 13. Ci sono altre ragioni di pessimismo. Il numero di giornalisti uccisi è in aumento, erano 61 l’anno scorso e oggi sono 69. Il Cpj inoltre sta investigando la morte di altre 26 persone per capire se la loro uccisione è legata alla professione giornalistica, e ammette che la mancanza di informazioni potrebbe aumentare ulteriormente il conto delle vittime. E’ un attacco crescente alla libertà di espressione, e il suo principale autore è l’estremismo islamico. Secondo il Cpj, nel 2015 il 40 per cento dei giornalisti uccisi in tutto il mondo è stato vittima di un jihadista. E’ un attacco globale, che riguarda il Bangladesh, dove al Qaida ha preso di mira blogger e giornalisti laici come Avijit Roy, ucciso quest’anno a Dacca, la Turchia, dove la settimana scorsa è stato ucciso il regista Naji Jerf, diventato celebre per il suo attivismo contro lo Stato islamico, e perfino la libera America.

 

Qui i giornalisti non sono minacciati fisicamente, ma la pericolosità dell’estremismo islamico e della propaganda jihadista ha aperto un dibattito sulla possibilità di rivedere i criteri tradizionali con cui si inibisce la libertà di espressione. Secondo il diritto costituzionale questa può essere limitata in presenza di un pericolo “chiaro e imminente”, e molti giuristi, ha scritto il New York Times, pensano che le tecniche di reclutamento e di propaganda dello Stato islamico lo siano a sufficienza. La libertà di espressione non solo è in pericolo nel mondo, ma sembra uno strumento inadeguato davanti alle minacce della nuova guerra al terrore. E questo senza contare gli attacchi del versante opposto, quello del politicamente corretto che cerca di sopire tutte le opinioni scomode pur di difendere la sua idea multiculturale del mondo.

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