Perché Facebook non c’entra niente con l’“Intifada dei coltelli”

Non è, come spesso gli esperti hanno sostenuto, l'Intifada dei social network. Il New York Times scrive che gli accoltellamenti di ebrei in Israele sono ispirati dall’incitamento alla violenza sui social network. Ma i terroristi palestinesi nemmeno avevano Facebook.

6 Novembre 2015 alle 16:20

Perché Facebook non c’entra niente con l’“Intifada dei coltelli”

Una vittima di un attacco terroristico è soccorsa a Gerusalemme lo scorso 30 ottobre (foto LaPresse)

Non è, come spesso gli esperti hanno sostenuto, l'Intifada dei social network. Gli attacchi con coltello a cittadini israeliani iniziati a Gerusalemme a fine settembre sono spesso stati spiegati come il risultato dell'odio che imperversa sulla rete, e Facebook è stato accusato di essere il principale mezzo di istigazione e di coordinamento dei terroristi. Ma secondo i rapporti degli investigatori israeliani citati dal Times of Israel, quella che i media palestinesi hanno definito “al Quds intifada”, l'Intifada di Gerusalemme, si è sviluppata secondo schemi più tradizionali: la comunicazione interpersonale e le televisioni.

 

Lo scorso 3 novembre il New York Times ha pubblicato un op-ed dell'imprenditore israeliano Micah Lakin Avni, figlio di Richard, ucciso in un attentato terroristico nella parte sud di Gerusalemme est, mentre  viaggiava a bordo di un autobus pubblico. Nell’op-ed, intitolato “The Facebook Intifada”, Lakin si chiede cosa può aver spinto due giovani palestinesi ad attaccare il padre e un autobus pieno di civili. Il padre Richard, un ebreo americano emigrato in Israele, aveva dedicato la vita alla causa di riconciliazione israelo-araba, insegnando inglese imparato a bambini israeliani e arabi e ispirandosi a Martin Luther King, nelle cui manifestazioni marciò negli anni Sessanta.

 

Oggi, ha scritto Lakin, i leader mondiali che hanno un maggiore impatto nella situazione del medio oriente non sono Ban Ki-moon o Benjamin Netanyahu, ma Mark Zuckerberg di Facebook, Jack Dorsey di Twitter e i ceo dei social network della Silicon Valley. Secono Lakin ormai i social network sono il principale luogo di reclutamento, organizzazione e incitamento al terrorismo per i giovani palestinesi, e chi gestisce Facebook e Twitter ha il dovere di attuare politiche più dure contro l’odio e la violenza che viaggiano in rete.

 

Ma secondo un’inchiesta del Times of Israel, i social network non hanno quel ruolo primario nell’espansione della violenza che gli altri media tendono ad attribuirgli. Molti dei terroristi palestinesi, scrive il giornale israeliano, non hanno nemmeno un account su Facebook. Certo, i social sono l'arena degli sfoghi dei giovani palestinesi e una delle piattaforme attraverso cui Hamas veicola i suoi messaggi d'odio. Ma se circa la metà dei giovani palestinesi che vive nelle città è su Facebook, lo stesso non si può dire per chi abita nei villaggi e nei campi profughi. Nell'area di Hebron, ad esempio, in buona parte delle abitazioni non arriva la corrente elettrica.

 

[**Video_box_2**]Secondo il Times of Israel, più che i social network sono le televisioni palestinesi come Al Aqsa Tv che contribuiscono a dare ai terroristi il “senso della missione”. A questo si aggiungono strumenti di mobilitazione tradizionali, che spesso contribuiscono a concentrare diversi attacchi in poche ore, come il fenomeno chiamato in arabo fazaah, un allarme o grido che guidi il popolo ad attaccare. Il caso di una giovane donna di un villaggio nei pressi di Nablus è esemplare. La ragazza, che vive in una zona che non ha energia elettrica continua, ha detto agli investigatori di essersi convinta ad attaccare quando ha sentito parlare di una donna palestinese uccisa da un soldato israeliano a Hebron mentre preparava un accoltellamento. Un racconto udito per le strade della città che l'ha portata a vendicare una donna che neanche conosceva.

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