Chi chiede un aiuto asiatico per la crisi dei profughi siriani non ha capito nulla

Il giappone e quei 181.6 milioni di dollari all’Unhcr

15 Settembre 2015 alle 17:20

Chi chiede un aiuto asiatico per la crisi dei profughi siriani non ha capito nulla

Controlli alla dogana dell'aeroporto di Tokyo

Roma. Mentre la gara di solidarietà a mezzo stampa infuoca i palazzi dei governi europei, nei palazzi delle organizzazioni internazionali si giudicano le decisioni sui confini altrui. Ed era prevedibile che prima o poi qualcuno avrebbe guardato un poco più in là, per andare a vedere che cosa succede in Asia, specialmente in quei paesi che da tempo vogliono autenticarsi come i più occidentali d’oriente. Ma l’immigrazione, in Giappone così come in Corea, è un problema valutato non con la lente dell’emergenza e della catastrofe umanitaria. Non c’è posto per pietismi e iconografie drammatiche.

 

L’immigrazione è un fattore algebrico, numerico, risponde a delle ferree regole di convivenza civile. Secondo il ministero della Giustizia di Tokyo, nel 2014 hanno fatto domanda di asilo al Giappone cinquemila persone. Sono stati accettati soltanto in undici. A 110 persone è stato rilasciato un permesso speciale di residenza (nel 2013 erano 151). 1.293 dei richiedenti provengono dal Nepal, 845 dalla Turchia e 485 dallo Sri Lanka. La stampa giapponese ha accolto la notizia notando un leggero incremento (nel 2013 erano stati soltanto in sei a essere accettati definitivamente) per via delle nuove regole approvate dal primo ministro Shinzo Abe, che ha introdotto una via preferenziale per i lavoratori specializzati che intendono risiedere in Giappone. Secondo le regole nipponiche, possono chiedere lo status di rifugiati coloro che nel proprio paese d’origine sono perseguitati per motivi razziali e religiosi. Gli altri, chi si muove per motivi economici, vanno aiutati in altro modo perché, secondo una dottrina condivisa da quasi tutti i governi di Tokyo, la presenza stabile sul territorio giapponese di persone non autoctone rischierebbe di minare le fondamenta delle regole della convivenza civile. La ratio è che la natura sociale giapponese non può trarre benefici dal multiculturalismo. Con il risultato che la ragion di stato viene prima di tutto: al di là della protezione dovuta ai rifugiati politici – che risponde alla Convenzione delle Nazioni Unite firmata nel 1951 – tutto si basa sul controllo dell’immigrazione. E l’opinione pubblica è dello stesso avviso di chi prende le decisioni: basta parlare con un qualsiasi giapponese o un qualsiasi coreano per rendersi conto di quanto siano contrari a un’apertura delle frontiere. Perfino da sinistra. C’è di fondo un motivo razziale, che ha attraversato i secoli ed è ancora lì, ovvero l’idea che la purezza di una nazione si fondi sulla sua identità (motivo per il quale molti giapponesi che hanno anche solo un genitore non giapponese sono definiti haafu, vale a dire mezzosangue). Nel 2005 l’allora ministro dell’Interno di Tokyo – nonché attuale ministro delle Finanze – Taro Aso, pronunciò un famoso discorso in cui parlava del Giappone come di “una cultura, una civiltà, una lingua, una razza” (è lo stesso che disse che gli Stati Uniti non avrebbero mai potuto risolvere i conflitti in medio oriente perché i diplomatici sono tutti “biondi e con gli occhi azzurri”).

 

[**Video_box_2**]I commentatori puntano il dito contro Giappone e Corea del sud anche perché sono i due paesi che più stanno vivendo il dramma del declino della popolazione, e quindi – a sentire i parrucconi di Bruxelles – potrebbero trarre beneficio da un incremento della popolazione straniera. Ma le cose sono molto più complicate di così. Intanto, il Giappone ha contribuito alla crisi dei profughi siriani in maniera sostanziosa, fornendo all’Unhcr 181,6 milioni di dollari soltanto nel 2014. Abe ha promesso, durante la sua ultima visita in Egitto, 200 milioni di dollari di aiuti per la lotta allo Stato islamico. La Corea del sud, da sola, nel 2014 ha accolto le richieste di 94 profughi a fronte di 2.900 richieste, ma da anni si occupa di un’altra crisi pressoché da sola: quella dei profughi della Corea del nord, che per legge sono cittadini coreani. Ogni anno, tra le duemila e le tremila persone passano al sud e Seul provvede al loro “riadattamento” alla vita, al welfare e alle questioni fiscali.

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