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Un’altra immigrazione è possibile

A che condizioni abbattere le frontiere porta benefici ai paesi che accolgono immigrati? Le opportunità per il pil e la trasformazione della democrazia. "Open borders", un gran dibattito americano come antidoto al moralismo europeo.

28 Agosto 2015 alle 06:18

Un’altra immigrazione è possibile

Dei migranti provano a superare il confine tra la Serbia e l'Ungheria (foto LaPresse)

Roma. “Volevamo braccia, sono arrivati uomini”, disse qualche decennio fa lo scrittore svizzero Max Frisch. Era appena passata la metà degli anni 70, il momento in cui l’Europa del nord metteva frettolosamente fine ai programmi di reclutamento di massa di lavoratori stranieri. Il dibattito sulle politiche dell’immigrazione in Italia, e un po’ ovunque in Europa continentale, sembra rimasto fermo a quella constatazione di Frisch. Con la differenza che oggi – complici la nostra stagnazione economica, le crisi geopolitiche circostanti e la ritirata dalla realtà internazionale delle leadership occidentali (Washington in testa) – di “braccia” in più non siamo così sicuri di avere bisogno, e ciò nonostante altri “uomini” continuano ad arrivare. A decine di migliaia. Vertice dopo vertice – ultimo ieri quello di Vienna, al quale partecipava anche il nostro ministro degli Esteri Gentiloni – la rotta libico-mediterranea verso l’Europa è stata affiancata dalla rotta balcanica, con confini che si aprono a intermittenza per far passare immigrati irregolari e richiedenti asilo. Di ieri il ritrovamento, in un camion abbandonato in Austria, di una trentina di profughi morti per asfissia. Demagogia e filantropismo ciechi tendono a occupare tutto il campo nel dibattito pubblico, ma con le tirate eticheggianti non si gestiscono i fenomeni sociali.

 

Così, pare distante anni luce un dibattito americano, soprattutto accademico ma con evidenti ricadute politiche, sulla “fine dei confini”. I fautori libertari e liberisti degli “open borders” tratteggiano scenari quasi fantascientifici ma, come spesso accade nel mondo anglosassone, si confrontano a suon di numeri e policy alternative. Nessuno si nasconde dietro paralleli scombiccherati con “la Shoah nel Mediterraneo”, anche se la crisi migratoria europea ha rianimato il confronto oltreoceano. Per uno dei più agguerriti fautori degli “open borders”, Bryan Caplan – economista della George Mason University in cui insegnò il Nobel James Buchanan e in cui lavora Tyler Cowen – azzerare le frontiere è “il modo efficiente, egalitario, libertario e utilitarista per raddoppiare il prodotto interno lordo del pianeta”. In tale filone, decine di studi accademici e commenti più accessibili, in continuo aggiornamento, conducono essenzialmente a quattro conclusioni alla voce “benefici globali”. Annullare qualsiasi ostacolo “burocratico” alle migrazioni tra stati nazionali farebbe raddoppiare il pil del pianeta (come se ai tassi attuali sommassimo 23 anni di crescita al 3 per cento), ridurrebbe drammaticamente la povertà, favorirebbe l’innovazione consentendo l’allocazione di persone lì dove servono, e infine incentiverebbe legami tali da sconsigliare guerre fra stati. Più forza lavoro a disposizione nei paesi ricchi, più consumatori da soddisfare, più imprenditori pronti a farlo, eccetera: in sintesi è questo il meccanismo virtuoso dei “confini aperti”. Tra le previsioni più citate, ci sono quelle elaborate nel 2011 da Michael Clemens, del Center for global development, che semplificando divide il mondo in una regione “ricca” di un miliardo di persone che guadagnano 30 mila dollari l’anno e una regione “povera” in cui abitano sei miliardi di persone con un reddito medio di 5.000 dollari. “Se metà della popolazione delle regioni povere (quindi tre miliardi di persone, ndr) emigrasse, gli immigrati guadagnerebbero 23 trilioni di dollari, cioè il 38 per cento del pil mondiale. Per i non-immigrati, il risultato di una tale ondata migratoria avrebbe effetti complicati: presumibilmente, infatti, i salari medi crescerebbero nella regione povera e si abbasserebbero in quella ricca, mentre il rendimento del capitale crescerebbe in quella ricca e diminuirebbe in quella povera. (…) Ma quando si combinano questi effetti con i benefici per gli immigrati, possiamo immaginare plausibilmente un aumento positivo del pil globale compreso tra il 20 e il 60 per cento”. Di calcoli, ovvio, ce ne sono di molto meno semplificati. Al fondo, però, c’è la convinzione che anche per i paesi più sviluppati i vantaggi della libertà di movimento supererebbero gli svantaggi: perché “se gli immigrati forniranno forza lavoro, capitale e imprenditorialità per le nuove attività nel mercato globale, certo molti dei benefici saranno condivisi dai consumatori di tutto il mondo, ma almeno alcuni dei benefici saranno concentrati nell’area in cui queste nuove attività economiche si saranno stabilite”, cioè nei paesi sviluppati. Inoltre le economie ad alto contenuto di conoscenza si adattano più facilmente a nuove forme di lavoro.   

 

L’Impero romano prossimo venturo

 

Tutto troppo semplice? Nathan Smith, economista della Fresno Pacific University e favorevole al superamento dei confini, sollecitato dai recenti sviluppi del fenomeno migratorio europeo, ha ragionato di recente sull’impatto politico dell’ipotetica svolta “open borders”. I sondaggi Gallup dicono che quasi 200 milioni di persone da tutto il mondo oggi si vorrebbero trasferire negli Stati Uniti (che di abitanti ne hanno 320 milioni). Ma se il numero di immigrati superasse le attese, in ragione delle facilitazioni connesse all’abbattimento di ogni frontiera nazionale – scrive adesso Smith – “non ritengo che il sistema politico americano sarebbe sufficientemente robusto per assorbirli tutti e rimanere identico a se stesso”. “Alcuni ideali americani si eclisserebbero perché la loro applicazione diventerebbe sempre più difficile, per esempio l’uguaglianza di opportunità per tutti, la rete di assistenza sociale, il principio ‘una testa-un voto’ o quello di non-discriminazione sul posto di lavoro”.

 

[**Video_box_2**] I cittadini americani continuerebbero a ritenere “giusti” tali princìpi, ma l’“inondazione” di nuovi arrivati causerebbe una transizione politica simile a quella che – sulla scorta dell’espansione territoriale e quindi demografica – trasformò la Repubblica romana in un Impero, o che portò all’Impero inglese del XVIII secolo. Considerato che qualche centinaio di milioni di nuovi arrivati, nell’arco di un ventennio, non otterrebbero subito la cittadinanza, ecco che la Roma o la Londra imperiali tornerebbero d’attualità. Ovvero sistemi con diritti fondamentali come libertà d’espressione e di credo garantite, diritto di proprietà tutelato, istituzioni elettive funzionanti per la minoranza composta di “cittadini”, e con una governance caratterizzata da “improvvisazione ed espedienti talvolta autoritari” per la popolazione nel suo complesso. Secondo l’economista di Fresno, in difesa di un regime politico misto di questo genere sarebbe utile resuscitare le ragioni di Edmund Burke, per il quale la capacità di generare prosperità e assicurare la giustizia sarebbero preferibili alla mera logica delle maggioranze aritmetiche delle democrazie contemporanee. Per Smith, è plausibile che i tribunali pubblici sarebbero all’improvviso oberati dal numero di cause, che le forze dell’ordine diverrebbero incapaci di reagire alle lievitate richieste di intervento, e che la segregazione geografica di comunità etniche e religiose sarebbe da mettere in conto. A quel punto i meccanismi di mercato e di diritto privato tornerebbero in auge, sempre in presenza di un regime politico “misto” in stile Impero romano. Conclusione: scordiamoci l’America così com’è oggi, ma i vantaggi economico-sociali per il paese e per il mondo sarebbero tali da rendere comunque auspicabile la svolta “open borders”. Come ripetono questi studiosi, “ci sono trilioni di dollari in banconote sui marciapiedi” dell’occidente, ma per colpa dei nostri confini è come se non ce ne accorgessimo. Tesi da approfondire, senza moralismi.  

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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