Siamo arrivati a un deal con la Corea del Nord?

Giulia Pompili
I colloqui a Panmunjom tra gli ufficiali della Corea del Nord e quelli della Corea del Sud sono durati, in totale, oltre 43 ore. Poi Seul ha annunciato l'accordo.

I colloqui a Panmunjom, in una delle zone più militarizzate al mondo, tra gli ufficiali della Corea del Nord e quelli della Corea del Sud sono durati, in totale, oltre 43 ore. Un record. Poi, all'una e mezzo di notte locale (le sei del pomeriggio di ieri qui da noi) Seul ha annunciato l'accordo. Kim Kwan-jin, il consigliere della Sicurezza nazionale sudcoreano, nella notte ha spiegato ai giornalisti i termini del deal, confermati da un dispaccio dell'agenzia di stato nordcoreana; poi sono state diffuse alcune fotografie con la controparte nordcoreana che mostrano un clima stranamente sereno e gioviale.

 

Quattro giorni fa, subito dopo aver dichiarato uno stato di "quasi-guerra" con il Sud, il leader nordcoreano Kim Jong-un aveva autorizzato i colloqui a Panmunjom. A dispetto delle bellicose premesse, a giudicare dal livello degli ufficiali inviati a trattare, quelli che si sono svolti al confine sono stati colloqui diretti tra il leader nordcoreano e la presidente sudcoreana Park Geun-hye. Secondo gli osservatori non è un caso che nel prefabbricato siano rimasti chiusi per ore Hwang Pyong-So, uno degli ufficiali militari nordcoreani più alti in grado, e Kim Kwan-jin, consigliere per la Sicurezza nazionale di Seul, che si erano già incontrati a ottobre scorso. Con loro, i due rispettivi ministri per l'Unificazione, Kim Yang-gon e Hong Yong-pyo.

 

L'accordo è composto da sei punti (qui il testo completo). I quattro hanno deciso che la Corea del Nord "esprimerà dispiacere" per la mina esplosa e la Corea del Sud spegnerà gli altoparlanti di propaganda. Di fatto, Pyongyang non si prende la responsabilità dell'accaduto chiedendo scusa (anche se Kim Kwan-jin durante la conferenza stampa ha parlato di "scuse", ma non è esattamente così: tra "esprimere dispiacere" e scusarsi c'è una bella, semantica differenza).

 

Per spiegare cosa abbia fatto ricadere questa volta i rapporti tra le due Coree a un livello di tensione insolito, bisogna tornare all'inizio del mese quando nel lato sudcoreano della Military Demarcation Line (MDL), all'interno della Korean Demilitarized Zone (DMZ), è esplosa una mina antiuomo che ha ferito due soldati sudcoreani. Ritenuta responsabile dell'attentato Pyongyang, Seul ha risposto alla provocazione riaccendendo gli altoparlanti di propaganda che sono posizionati lungo il confine, spenti dal 2004, che fanno parte di una guerra psicologica contro il nord e incoraggiano i soldati del confine a disertare (per sapere cosa diffondano esattamente gli altoparlanti di propaganda leggi qui). Il 20 agosto scorso la Corea del Nord - dopo averlo minacciato più volte - ha tentato di abbattere uno degli altoparlanti lanciando un missile. Un'ora dopo la Corea del Sud ha risposto al fuoco. Risultato? Nessun danno a persone o cose, ma l'inizio di una crisi piuttosto seria. Perfino la Cina - che ha inviato i suoi carri armati sul confine con la Corea del Nord come da protocollo - ha fatto capire di essere infastidita dai litigi tra i due alleati.

 

Il quinto e il sesto punto dell'accordo tra Corea del Nord e Corea del Sud sono forse i più interessanti perché, uniti alle strette di mano e alle photo opportunity tutt'altro che celate (come spesso avviene nella propaganda nordcoreana), sembrano dare il via a una nuova fase di collaborazione tra Seul e Pyongyang. In occasione della festa di Chuseok, che quest'anno cade il 27 settembre, i due paesi autorizzeranno il ricongiungimento di quelle famiglie che erano state divise dalla guerra (un problema molto importante politicamente, di cui in occidente si parla fin troppo poco (qui un reportage del Guardian dello scorso anno). Inoltre i due paesi sono pronti a collaborare con la Croce rossa e "vitalizzare" il lavoro delle ong.

 

Naturalmente con la Corea del Nord non si è mai certi che un accordo possa durare più di qualche ora. È già successo che Pyongyang contravvenisse a un deal soltanto poche ore dopo averlo ratificato. Eppure un successo c'è stato: convertire un momento di crisi in un'occasione di dialogo.

 

Che qualcosa di grosso stesse succedendo lo si poteva intuire già dalle prime ore di tensione. E' infatti estremamente inusuale che dopo ore di colloqui serrati nessuno, né Pyongyang né Seul, avesse tirato fuori un comunicato ufficiale. Nessuno era riuscito a far trapelare qualcosa da quel prefabbricato piazzato sopra al trentottesimo parallelo. Al contrario, tutte le notizie che nei tre giorni di crisi avevano monopolizzato la penisola coreana riguardavano l'escalation militare. Ieri la Corea del Nord ha fatto uscire dalle sue basi 50 sottomarini, il 70 per cento della flotta ("e la loro posizione ci è ignota", aveva detto un rappresentante della Difesa sudcoreana all'agenzia Yonhap). Le forze speciali nordcoreane erano state spostate verso i confini. Nel frattempo l'assetto da guerra della Corea del Sud era potenziato dal fatto che Seul sta conducendo le esercitazioni militari Ulchi-Freedom Guardian (UFG) con gli Stati Uniti, che si svolgono ogni anno da undici anni e che simulano il contenimento di una eventuale aggressione nella penisola coreana (finiranno regolarmente il 28 agosto prossimo). È per questo che - come ha spiegato un ex ufficiale dell'esercito sudcoreano a NKnews - "a meno che Kim Jong-un non sia completamente fuori di testa, non dichiarerà guerra alla Corea del Sud mentre, insieme con l'esercito americano, si trova in completo assetto di guerra per partecipare alla UFG. Anche la 7ma flotta degli Stati Uniti, la più grande flotta navale del mondo, si sta avvicinando alla penisola coreana per partecipare alla UFG".

 

Panmunjom è il luogo dove nel 1953 venne firmato l'armistizio tra le due Coree. In tempi di pace, da Seul, vi si arriva con un comodo viaggio in pullman di un'oretta e una volta arrivati lì, la guida turistica vi farà sentire parte di una specie di parco giochi geopolitico, con i tunnel segreti da esplorare e gli strani soldati del nord dall'altra parte, con i volti coperti da nerissimi occhiali neri per celare la direzione dello sguardo. Panmunjom è il luogo dove più si avverte la differenza con cui il nord e il sud vivono questo strano caso di "stato di guerra permanente". È l'esatto opposto del complesso industriale di Kaesong, lì dove le aziende sudcoreane lavorano in territorio nordcoreano e tutto si confonde - non a caso le attività a Kaesong sono le prime a essere sospese in caso di crisi, ma è il luogo che più conviene a entrambi i paesi. A Panmunjom, invece, Seul sfrutta turisticamente il luogo che per Pyongyang è la manifestazione di forza, controllo e potere. La sua vetrina sull'occidente.

 

[**Video_box_2**]Nella capitale sudcoreana, in caso di allerta, l'unica cosa che cambia è che gli ingressi dei tunnel di sicurezza vengono presidiati dai militari. Nessuno fa più le scorte alimentari come negli anni Settanta, nessuno si preoccupa. "Ogni volta che la Corea del Nord minaccia di distruggerci, sappiamo che vuole qualcosa da noi", dice un ragazzo di Seul intervistato dal Korea Herald. Forse non la pensano così i cittadini sudcoreani che vivono lungo il confine, e che vengono periodicamente evacuati (qui il reportage di Alastaire Gale per il Wsj). Nei giorni della crisi, i social network sudcoreani si sono riempiti di giovani riservisti in divisa che domandavano al governo di richiamarli. Un'operazione simpatia che ha aumentato il numero dei ragazzi che hanno prolungato i mesi di leva obbligatoria. Mentre il Won coreano precipitava per colpa della crisi cinese, i notiziari davano tutta la colpa a "Pyongyang sul piede di guerra". Del resto, la propaganda non esiste solo in Corea del Nord. Non è un caso se, il giorno dopo la dichiarazione della "quasi-guerra" da parte di Kim Jong-un, la Park si sia presentata alla stampa in mimetica.

 

Questo accordo è un successo politico soprattutto per lei, la prima presidente sudcoreana donna, che vive da due anni una crisi politica dietro l'altra: la mancata gestione della tragedia del traghetto Sewol, l'emergenza Mers, lo scandalo dei servizi segreti sudcoreani, e dei suoi più fidati consiglieri. Sono molti i sudcoreani che l'avevano votata spinti dalla speranza rappresentata da una donna al comando del partito conservatore Saenuri. Nel corso del tempo la sua approvazione è calata drasticamente. E però, a oggi, per i sudcoreani è stata lei - che è figlia di Park Chung-hee, il presidente che prese il potere con un colpo di stato militare nel 1962 e rimasto al potere fino alla sua uccisione, nel 1979 - ad aver vinto la battaglia con Kim Jong-un, e la sua approvazione è salita al 41 per cento (a gennaio era sotto il 30 per cento). Un editoriale del Korea Times spiega perché: la linea dura di Park ha pagato.

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.