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Cameron studia una stretta

Un arresto al giorno, la Gran Bretagna alle prese con il jihad in casa sua

La polizia inglese oberata dai casi che deve seguire. Il cinquanta per cento ha meno di vent’anni e prepara colpi “low tech”

16 Maggio 2015 alle 06:03

Un arresto al giorno, la Gran Bretagna alle prese con il jihad in casa sua

Tre ragazze inglesi passano i controlli dell'aeroporto in fuga verso lo Stato islamico (foto LaPresse)

Roma. Di recente la polizia inglese ha cominciato a non divulgare informazioni sui casi di terrorismo islamista in Gran Bretagna per non creare tra i simpatizzanti del jihad un effetto emulazione del tipo “siamo un’onda, siamo tantissimi”. I dati però ci sono, in forma di statistica. Due giorni fa il direttore dell’antiterrorismo, Mark Rowley, ha detto ai giornalisti che in Gran Bretagna nei dodici mesi tra aprile 2014 e aprile 2015 ci sono stati 338 arresti per reati legati al jihadismo, un aumento di un terzo rispetto ai 254 arrestati nei dodici mesi precedenti. Otto su dieci degli arrestati hanno un passaporto britannico. Il numero totale di persone andate in Siria dalla Gran Bretagna è salito a 700, e di questi un terzo è tornato nel paese. E’ dagli attacchi dell’11 settembre 2001, quando la Gran Bretagna cominciò con urgenza una revisione interna che riguardava i sospetti e i potenziali terroristi, che non c’era un numero così alto di arresti. “Cinque anni fa una cosa così sarebbe stata impensabile”, commenta Rowley, e dice che al momento i suoi agenti stanno lavorando “flat out”, al massimo delle loro capacità, perché sono oberati dal numero di casi che sono costretti a seguire in contemporanea.

 

Rowley spiega che il jihadismo inglese sta cambiando faccia e ora assomiglia a una questione sociale, quindi più allargata rispetto al passato, quando si dava la caccia a cellule di sospetti terroristi spesso collegate con gruppi all’estero. Adesso prevale il fenomeno del radicalismo spontaneo, locale, entusiasta, che arriva prima dei contatti con i gruppi jihadisti in paesi stranieri – e in molti casi non c’è proprio alcun contatto. Gli stessi giovani che prima sarebbero finiti in una gang ora entrano in contatto con l’ideologia estremista – il 56 per cento degli arrestati ha meno di vent’anni – ma ci sono anche donne (una su dieci) e in alcuni casi sono coinvolte famiglie intere.

 

Il quadro è caotico. I jihadisti inglesi sono indecisi in alcuni casi se emigrare verso i teatri di guerra come Siria e Iraq o se invece restare in patria, dove pensano di potere essere più utili alla causa perché hanno l’opportunità di organizzare attentati più importanti. Tra loro ci sono squadre bene organizzate che hanno disegni elaborati ma anche tanti semplici volontari isolati, che seguono la propaganda via internet e hanno piani che sono stati definiti molto “low tech”. Alcuni degli individui sorvegliati – dice il direttore dell’antiterrorismo – sono imprevedibili e cambiano idea ogni giorno.

 

[**Video_box_2**]“Stiamo parlando di un arresto al giorno, è straordinario. Oggi affrontiamo una minaccia che non è un’organizzazione strutturata e compatta, ma è un’ideologia che tenta di creare un culto corrotto di seguaci che agiscono in suo nome”, spiega Rowley. Le sue parole assomigliano molto a un capitolo di uno dei testi fondamentali del jihad, milleseicento pagine uscite nel gennaio 2005 e scritte da Abu Musab al Suri, un siriano di al Qaida che ha passato molto tempo assieme a Osama bin Laden e che ora è forse in una prigione a Damasco (forse, perché secondo alcune fonti è stato rilasciato: non si sa). La raccomandazione fondamentale di Al Suri è in arabo “nizam, la tandim”: sistema, non organizzazione. La lotta islamista dev’essere decentralizzata al massimo, senza rispondere a un centro, dev’essere appunto un sistema che funziona da solo, senza una catena di comando.

 

Nei prossimi giorni il primo ministro inglese, David Cameron, proporrà – grazie alla nuova maggioranza di cui gode – l’introduzione di una legge che restringerà le attività di propaganda che incitano all’odio religioso e sono comunque “pericolose per la democrazia”.

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