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Cosa voleva dire il jihadista del Texas nell’ultimo tweet prima dell’attacco

Secondo una ricostruzione dell’Fbi, domenica sera un uomo dell’Arizona ha scritto quest’ultimo messaggio pubblico su Twitter prima di tentare un attacco assieme a un complice contro una mostra di raffigurazioni del profeta Maometto.

5 Maggio 2015 alle 06:18

Cosa voleva dire il jihadista del Texas nell’ultimo tweet prima dell’attacco

Poliziotti fuori dal Curtis Culwell Center dove domenica sera è avvenuta la sparatoria (foto LaPresse)

Roma. Secondo una ricostruzione dell’Fbi, domenica sera un uomo dell’Arizona ha scritto quest’ultimo messaggio pubblico su Twitter prima di tentare un attacco assieme a un complice contro una mostra di raffigurazioni del profeta Maometto: “The bro with me and myself have given bay’ah to Amirul Mu’mineen. May Allah accept us as mujahideen. Make dua #texasattack”. Vale la pena di fare la parafrasi di questo gergo mezzo inglese e mezzo arabo per capire un po’ di più cosa c’è nella testa dei volontari islamisti del jihad. “The bro and myself”. Il fratello e io. Nel jihad sono tutti “fratelli”, apparentati dalla guerra comune, e il vincolo travalica confini e spazi oceanici. I fratelli a Mosul festeggiano se un brother, un “bro”, ha colpito in America. “Have given bay’ah”. Questa è più impegnativa. Abbiamo pronunciato la bayah, che è il giuramento vincolante di fedeltà al comandante di un gruppo jihadista. Sembra una formalità e invece questi voti jihadisti sono presi sul serio e implicano una serie di conseguenze durature.

Il giornalista siriano Hassan Hassan racconta di quando negli anni Novanta all’Università di Damasco un conoscente gli rivelò, con la luce negli occhi, di essere un mubayi, uno che aveva fatto il giuramento segreto di fedeltà in attesa del ritorno nella storia di un Califfo. E’ un tratto distintivo e segreto che dura nei decenni, fino al momento della rivelazione. E’ la ragione per cui taluni gruppi armati in Siria si massacrano gli uni contro gli altri, mentre attorno continua la guerra con il governo. Quando si parla di cellule dormienti o lupi solitari che conducono una vita tranquilla in occidente, la bayah è il discrimine tra i simpatizzanti e gli agenti operativi. L’ultimo video di Amedy Coulibaly, il francese dello Stato islamico che ha attaccato il supermercato kosher a Parigi a gennaio, è la sua dichiarazione di bayah a Baghdadi – letta in arabo stentato da un foglio dov’erano anche trascritte le giuste annotazioni fonetiche (Coulibaly non parlava arabo). E nella letteratura jihadista ci sono infinite dispute su questioni come questa: “Se uno ha dato il suo giuramento di fedeltà a Bin Laden, può passare ora agli ordini di Abu Bakr al Baghdadi?”. Sembrano questioni sottili per dotti islamisti, ma un tweet che afferma “ho dato la mia bayah” rende chi lo scrive ipso facto membro dello Stato islamico – ed è certo che ogni dipartimento antiterrorismo al mondo aggiorna di continuo un file su chi ha dato bayah a chi.

 

“To Amirul Mu’mineen”. Al capo dei credenti, titolo onorifico che prima d’ora in tempi recenti s’era preso soltanto il Mullah Omar in Afghanistan – che infatti comanda anche sopra al Qaida – e che invece l’anno scorso si è arrogato anche Abu Bakr al Baghdadi. Ora ci sono due comandanti dei credenti, segno della grande diatriba aperta tra jihadisti. Da una parte la vecchia scuola, che sta con il fantasmatico Omar, scomparso dal 2001, e dall’altra chi sta con Baghdadi.

 

“My Allah accept us as Mujahedeen. Make dua”. Possa Dio accettarci come combattenti del jihad – e quindi, implicito, ricompensarci con il paradiso, e “make dua”, “fate una preghiera”, per noi e per quest’operazione. Infine l’hashtag, #texasattack, messo online trenta minuti prima del tentato attacco per rivendicarne la paternità. Nell’avatar, l’immagine scelta come identità su Twitter, c’è il volto dell’imam americano Anwar al Awlaki (nato nel Nuovo Messico), nume tutelare dei jihadisti stranieri (stranieri nel senso di “non arabi”), perché predicava in inglese e faceva circolare i sermoni su internet.

 

[**Video_box_2**]La scelta della faccia di Al Awlaki ha tutto un significato speciale, perché l’imam è stato ucciso in Yemen da un drone nel settembre 2011 e quindi prima della grande disputa tra al Qaida e lo Stato islamico. In un certo senso, si può citarlo senza incorrere nel peccato di citare un ideologo del nemico – oggi al Qaida e lo Stato islamico sono acerrimi nemici e si sconfessano a vicenda. Al Awlaki inoltre è il mandante ideologico e forse anche materiale della strage nella redazione del giornale satirico parigino Charlie Hebdo, reo secondo al Qaida di avere pubblicato vignette che raffigurano il profeta. In questo senso, la citazione per l’attentatore del Texas era quasi obbligata.  

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