Renzi a Malta spinge sul petrolio e sul piano per la Libia

Dopo l’Eni, il governo maltese annuncia esplorazioni petrolifere. A che punto è l’agenda per la stabilizzazione

11 Aprile 2015 alle 06:18

Renzi a Malta spinge sul petrolio e sul piano per la Libia

Matteo Renzi incontra il primo ministro della Repubblica di Malta Muscat (foto LaPresse)

Roma. Due giorni fa il governo di Malta ha confermato durante una visita del premier italiano Matteo Renzi che intende proseguire l’esplorazione di giacimenti di greggio assieme all’Italia. E’ una dichiarazione significativa, considerato che si tratta di esplorazioni che andranno avanti in un’area di instabilità politica assai pericolosa, tra rischio terrorismo, immigrazione e la guerra civile in Libia. L’annuncio da parte del primo ministro maltese, Joseph Muscat, arriva meno di un mese dopo un altro annuncio, questa volta da parte del colosso energetico italiano Eni, a proposito della scoperta di un nuovo giacimento di gas molto promettente nel tratto di mare davanti alla costa della Libia. In definitiva: i piani per l’esplorazione e lo sfruttamento delle fonti di energia nello spazio a rischio tra l’Italia e la Libia vanno avanti. Sono investimenti a medio termine che vale ancora la pena di fare?  Se la risposta è sì, allora questo lascia intendere che c’è un piano per risolvere i problemi gravissimi di destabilizzazione che affliggono l’area – altrimenti si tratterebbe di investimenti potenzialmente gettati in mare.

 

La dichiarazione da parte di Malta è arrivata in presenza del premier italiano Matteo Renzi, che in questo momento è impegnato personalmente in una serie di trattative diplomatiche sulla Libia che sono passate anche per il Cairo, Mosca e Tunisi – e venerdì prossimo c’è l’incontro a Washington con il presidente Barack Obama. Secondo fonti della Farnesina, l’Amministrazione americana non ha la minima intenzione di occuparsi di Libia e lascerà il dossier all’Italia, ma può pretendere di essere messa al corrente da Renzi e di far valere il suo punto di vista. Tre giorni dopo, il venti aprile a Bruxelles,  il capo della diplomazia europa Federica Mogherini farà una proposta concreta per un “ruolo dell’Ue nella sicurezza libica” ai ministri degli Esteri dei paesi dell’Unione europea. Ci si aspetta che parli anche di un possibile intervento militare in Libia, con un piano a questo punto ben definito per mettere in sicurezza aeroporti e altre infrastrutture strategiche – come i pozzi per l’estrazione del greggio e i terminal del petrolio.

 

Insomma, la visita maltese (un altro vicino della Libia) lascia intravedere che ci sono lavori in corso a proposito della Libia – “i cui problemi vanno risolti alla radice”, dice Renzi da Malta “e sono importanti per tutta l’Unione europea”. Il discorso, che in pratica verteva per intero sulla Libia, potrebbe essere riassunto così: intervento in profondità, responsabilità collettiva.
Assieme a Renzi c’erano anche i dirigenti Enel, per la firma di un importante accordo di cinque anni per esportare energia elettrica dall’Italia attraverso la Sicilia. Il progetto potrebbe riguardare anche la sponda sud del Mediterraneo e di nuovo la domanda è la stessa: c’è quindi un piano per risolvere la situazione?

 

In questo traffico diplomatico, mercoledì scorso il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è riuscito a fare incontrare a Roma i ministri degli Esteri di altri due partner necessari, Algeria ed Egitto, dopo che il primo meeting a tre era saltato per un boicottaggio ufficioso da parte del Cairo (gli egiziani non hanno rapporti cordiali con gli algerini).

 

Chi è l’uomo col coltello che minaccia Roma

 

I negoziati sponsorizzati dalle Nazioni Unite non stanno andando bene e la fase attuale, in Marocco, è stata spostata alla settimana prossima. Sul campo i fatti raccontano una impossibilità materiale di raggiungere un accordo: il generale Khalifa Haftar, comandante dell’esercito libico fedele al governo di Tobruk, ha ordinato una campagna in grande stile contro le forze del governo di Tripoli – e sta snobbando la lotta allo Stato islamico, che a febbraio ha caricato su internet un video in cui uccide ventuno cristiani copti su una spiaggia. Le truppe di Haftar combattono attorno alla capitale e trascurano i siti dove il gruppo libico di Abu Bakr al Baghdadi ha piantato le sue basi, da Sabratha nell’ovest a Sirte nel centro fino a Bengasi e Derna nell’est. Le sole volte in cui il generale nomina lo Stato islamico è nelle sue richieste all’estero per aiuti e per l’eliminazione dell’embargo sulle armi: in quel caso il terrorismo diventa una priorità che interessa tutti.

 

[**Video_box_2**]Sull’altro fronte, quello del governo di Tripoli che per comodità – ma a scapito dell’esattezza – è definito come quello islamista, le cose vanno pure peggio. C’è ancora un problema di riconoscimento del problema, per cui in molti casi non si parla apertamente di Stato islamico ma si incolpano non meglio precisati gruppi al servizio di qualche potenza straniera. Uno dei figli di Emberek Fotmani, che è ministro degli Affari religiosi a Tripoli, è stato di recente ucciso mentre combatteva per lo Stato islamico in Libia. Un altro figlio era già morto combattendo per lo Stato islamico in Siria.  Per paradosso, le sole a combattere contro il gruppo di Baghdadi sono alcune milizie che sono legate al governo di Tripoli, anche se gravitano più attorno a Misurata (questa distinzione a tre, invece che a due sole parti, potrebbe diventare più importante nelle prossime settimane).

 

Per ora in questo contesto gli unici a guadagnare in influenza e potere sono i combattenti dello Stato islamico, che stanno pubblicando un volume di propaganda senza precedenti, quasi a livello di Siria e Iraq. Il capo che minacciava Roma dopo avere decapitato i copti ha ora un nome (di battaglia): Abu Suleyman al Jabhathy.

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