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Un’altra democrazia è possibile

Se ne va Lee Kuan Yew, padre fondatore del modello Singapore. Sfidò occidente e Terzo mondo mettendo insieme mercato, popolo e autoritarismo temperato. Storia di un esperimento unico.

24 Marzo 2015 alle 10:48

Un’altra democrazia è possibile

Il grande depoliticizzatore, Lee Kuan Yew, scomparso ieri a 91 anni

Michael Peter Fay è l’unico cittadino americano, dalla Seconda guerra mondiale fino a oggi, a essere stato condannato alla fustigazione per aver danneggiato alcune automobili parcheggiate e aver scritto su un muro con una bomboletta spray. Processo e fustigazione avvenuti nel 1994,  nella città-stato asiatica di Singapore. La sola cosa che riuscì a ottenere Washington, dopo un intervento diplomatico senza precedenti, fu la riduzione della pena corporale: non più sei frustate, ma quattro. Assieme alla temporanea messa al bando del chewing gum importato, alle salatissime multe per chiunque getti per terra una gomma americana, e all’avviso per ogni viaggiatore straniero che transiti per il piccolo arcipelago (pure via aereo) sulla possibilità di essere condannato a morte in caso di traffico di stupefacenti, l’immagine della città-stato rischia di essere appiattita nell’opinione pubblica occidentale sulla categoria dello strano-ma-vero. Un approccio che non è mai andato giù a Lee Kuan Yew (LKY), leader della battaglia per l’indipendenza dalla Malesia e dal controllo britannico del piccolo paese adagiato sull’estrema punta meridionale della penisola malese, ininterrottamente primo ministro dal 1959 al 1990, scomparso lunedì mattina a 91 anni: “Gli occidentali che leggono i giornali non comprendono che, alla fine della storia, io non sono preoccupato di come loro mi giudicheranno – ha detto una volta LKY – Piuttosto sono preoccupato di come sarò giudicato dalle persone su cui ho governato”.

 

E su quest’ultimo punto politologi, economisti e intellettuali di tutto il mondo non hanno ancora smesso d’interrogarsi. Di fronte a una novella Sparta abitata da nemmeno cinque milioni e mezzo di abitanti, “un’isola del Primo mondo all’interno del Terzo mondo asiatico”, un centro dall’indole storicamente mercantile presto convertita a favore di un assetto iperglobalizzante, i soli numeri non aiutano a comprendere. Tuttavia sono di per sé impressionanti. Il reddito pro capite di Singapore, superiore ai 62 mila dollari americani, è oggi il settimo maggiore al mondo, dietro a quello di Qatar, Liechtenstein, Macao, Bermuda, Monaco e Lussemburgo; gli Stati Uniti, con 52 mila 800 dollari, sono al quattordicesimo posto della stessa classifica; l’Italia, con 29 mila 600 dollari, è al cinquantunesimo posto. “An astonishing record”, così l’Economist ha commentato in queste ore la progressione economica avvenuta nei decenni mentre Lee Kuan Yew era al potere, raffigurata in un grafico che vede il reddito pro capite di Singapore scavalcare gradualmente quello della confinante Malesia negli anni 60, poi quello del Giappone e di Hong Kong negli anni 90, infine pure quello americano attorno al 2005.

 

Il tutto, appunto, sotto la sapiente guida di Lee Kuan Yew, primo ministro dal 1959 al 1990, poi ministro Anziano dal 1990 al 2004, quindi ministro Mentore dal 2004 al 2011 (mentre primo ministro è Lee Hsien Loong, suo figlio primogenito). Quale “ideologia” lo abbia mosso lo ha spiegato nel 2013 al giornalista Tom Plate, nel suo unico libro-intervista, intitolato “Citizen Singapore. How to build a Nation”: “Io non ragiono in quei termini. Non sono forte sulla filosofia o sulle teorie. Sono interessato a queste, ma la mia vita non è guidata da filosofia o teorie particolari. Agisco, ottengo risultati e lascio che siano gli altri a desumere i princìpi dalle soluzioni di successo che io ho trovato. Non lavoro sulla base di una teoria. Piuttosto mi chiedo: cosa riuscirà a far funzionare una certa cosa? Se, dopo una serie di tentativi, mi rendo conto che uno specifico approccio ha funzionato, allora provo a capire qual era il principio sottostante quella soluzione”. Ancora: “Platone, Aristotele, Socrate, non mi faccio guidare da loro. Li leggo in diagonale perché non mi interessa la filosofia in quanto tale. Mi chiami un ‘utilitarista’ o come crede. Sono interessato a ciò che funziona”. L’unica ideologia di LKY, insomma, è non avere ideologie. Senza comunque appiattirsi sull’occidentalizzazione tout court.

 

Con buona pace di Francis Fukuyama che nel 1989, sulla rivista The National Interest, scriveva: “Ciò cui stiamo assistendo non è soltanto la fine della Guerra fredda, ma la fine della storia in quanto tale: il punto finale dell’evoluzione ideologica dell’umanità e l’universalizzazione della democrazia liberale occidentale come forma definitiva del governo umano”. Dopo l’11 settembre 2001, Fukuyama ha rivisto un po’ la sua tesi a proposito della “fine della storia”, ma già prima di allora Lee Kuan Yew, dall’alto del proprio autoritarismo illuminato – visto che il pil di Singapore cresce senza sosta, ma l’opposizione è arrivata a contare al massimo 6 parlamentari sui complessivi 84 nel 2011 – si poteva permettere di chiosare: “Quella teoria non è vera”.

 

Samuel Huntington, nel suo libro “Lo scontro di civiltà” (1996), si è avvicinato di più a cogliere la quintessenza del fenomeno singaporiano. Quando l’intellettuale americano prima ha osservato che “all’inizio del XX secolo gli intellettuali cinesi, parafrasando inconsapevolmente Weber, identificarono nel confucianesimo l’origine dell’arretratezza cinese”. Poi però “a fine secolo, i leader cinesi, parafrasando i sociologi occidentali, celebravano il confucianesimo come fonte del loro progresso”. Incluso evidentemente Lee Kuan Yew, di etnia cinese e pure per questo imprigionato appena ventenne dai giapponesi quando questi ultimi invasero l’arcipelago nel 1942. LKY è stato infatti tra i primi a “vantare lo sviluppo asiatico contrapponendo le virtù della cultura asiatica, nella fattispecie quella confuciana, artefice del successo – ordine, disciplina, responsabilità familiare, lavoro duro, collettivismo, astemia – ad autoindulgenza, indolenza, individualismo, criminalità dilagante, minore istruzione e mancanza di rispetto per l’autorità responsabili del declino occidentale”, scrive Huntington. In realtà nemmeno il “confucianesimo” è sufficiente a incasellare del tutto l’esperienza di Singapore. Il confucianesimo e il suo collettivismo, nella città-stato, sono consapevolmente temperati infatti da robuste dosi di individualismo. Perfino in via ufficiale, come dimostra l’episodio del Libro bianco raccontato dallo stesso autore de “Lo scontro di civiltà”. Nel 1989 il presidente singaporiano Wee Kim Wee – con premier sempre lo stesso LKY – mise in guardia dalla crescente permeabilità della società della città-stato rispetto agli influssi occidentali, pure quelli considerati più spiacevoli. Dopo due anni di dibattito ufficiale, di richiami al solito confucianesimo e all’“essere singaporese”, fu pubblicato appunto un Libro bianco che così definiva i valori comuni agli abitanti del luogo: “1) La nazione prima della comunità etnica e la società al di sopra di tutto; 2) la famiglia quale unità di base della società; 3) rispetto e sostegno della comunità nei riguardi dell’individuo; 4) consenso anziché confronto; 5) armonia razziale e religiosa”. Dove la vera novità, ovviamente, era al punto numero 3, cioè l’apertura all’individualismo inteso come valore e non come disvalore. Col senno di poi, si può ipotizzare che questo sia stato uno degli aspetti di LKY che aveva impressionato Margaret Thatcher, la Lady di ferro liberista e conservatrice che governò il Regno Unito dal 1979 al 1990: “Quando sono in ufficio, leggo e analizzo ogni singolo discorso di Harry – disse una volta la Thatcher riferendosi al nome inglese che Lee Kuan Yew aveva utilizzato mentre si laureava in Legge all’Università di Cambridge – Ha una capacità di penetrare la nebbia della propaganda e di esprimere con una chiarezza unica i problemi della nostra èra e la strategia per affrontarli. Non sbagliava mai”. Endorsement non da poco, che quasi fa sfigurare quanto disse una volta George Bush padre (“Lee Kuan Yew è uno degli uomini più intelligenti e abili che abbia mai incontrato”) e certamente è meno retorico del commiato diramato in queste ore dal presidente democratico Barack Obama  (“Un vero gigante della storia”). D’altronde LKY di recente ha detto che, se proprio avesse dovuto scegliere un presidente degli Stati Uniti, il suo preferito sarebbe stato il repubblicano Richard Nixon (presidente dal 1969 al 1974), incontrato nel 1967 prim’ancora che arrivasse alla Casa Bianca, per la sua capacità di intuire che il Dragone cinese non sarebbe rimasto sonnacchioso per sempre, per la sua “visione realistica del mondo” e per la sua scelta di uscire solo molto lentamente dalla guerra in Vietnam contro il nord comunista.

 

[**Video_box_2**]Dicevamo, però, del confucianesimo temperato da individualismo che ha connotato Singapore. E’ una caratteristica che emerge dalle critiche che l’anticomunista LKY faceva alla leadership cinese: “I veterani della Lunga marcia non capiscono davvero il libero mercato – ha detto nella sua lunga intervista al giornalista americano Plate – Potranno aver letto una traduzione di Adam Smith, ma ciò che conoscevano meglio rimaneva il sistema comunista. Che ha ridotto la Cina in ginocchio. Deng Xiaoping poteva vedere però come stavano andando l’Unione sovietica, Cuba e l’Europa orientale. Per questo era alla ricerca di una via d’uscita. E Singapore fu un’utile fonte di ispirazione per un sistema diverso che fosse funzionante anche per Pechino, meglio ancora se con alcuni correttivi”. Così si spiega pure lo stretto rapporto personale tra LKY e Deng, il pioniere del “socialismo con caratteristiche cinesi”. Tutt’altra cosa rispetto alla distanza glaciale che aveva caratterizzato fino a quel momento i rapporti tra il leader cinese di Singapore e i leader cinesi di Pechino, con il primo che, in una visita ufficiale all’inizio degli anni 70, aveva addirittura richiesto espressamente di voler parlare in inglese con le controparti invece che in mandarino. Per marcare le distanze, ovvio.   

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