Sarebbe questo il “modello Yemen”?

Ricordate l’anno scorso quando il presidente Obama disse che non sarebbe intervenuto contro lo Stato islamico in Iraq se non ci fossero state certe condizioni? Per ben due volte, a luglio e a settembre, il presidente citò “il modello Yemen”.

21 Marzo 2015 alle 06:18

Sarebbe questo il “modello Yemen”?

Una delle moschee distrutte nell'attentato di ieri a Sanaa (foto LaPresse)

Ricordate l’anno scorso quando il presidente Obama disse che non sarebbe intervenuto contro lo Stato islamico in Iraq se non ci fossero state certe condizioni? Per ben due volte, a luglio e a settembre, il presidente citò “il modello Yemen”, quello che per lui rappresenta un buon esempio di come far andare le cose: un governo amico da appoggiare con benevolenza distaccata, finanziamenti antiterrorismo a pioggia e qualche colpo di ramazza con i droni qui e là, per tenere i gruppi estremisti a bada. Ieri lo Stato islamico ha annunciato il via alle sue operazioni nello Yemen tre giorni dopo il suo primo attacco in Tunisia (costato la vita a quattro italiani) massacrando i fedeli in due moschee nella capitale Sana’a. Quattro terroristi si sono fatti saltare in aria in mezzo alla folla della preghiera del venerdì, in due luoghi di culto frequentati anche dagli sciiti Houthi, i ribelli del nord che dall’anno scorso controllano la capitale. Centoquaranta morti, così tanti feriti che li portano con gli aerei agli ospedali della Giordania, mille chilometri più a nord. Una strage talmente odiosa che persino al Qaida nello Yemen, quella che mette le bombe sugli aerei americani o almeno ci prova, ha scritto un comunicato ufficiale per prendere le distanze e ricordare che il gruppo segue le indicazioni di Ayman al Zawahiri, il capo egiziano successore di Osama bin Laden e nascosto da qualche parte in Pakistan: non si fanno attentati nelle aree miste, dove gli sciiti (i nemici) possono essere mescolati con i sunniti. Lo Stato islamico è considerato smodato nella sua ossessione abominevole di uccidere anche dagli autori dell’11 settembre.

 

Da quando il presidente lo ha citato come modello, metà dello Yemen è caduta nelle mani dei ribelli filoiraniani (è un altro capolavoro strategico del generale Qassem Suleimani); al Qaida sta prendendo basi militari nel sud e nell’est; un ostaggio americano è stato ucciso; il presidente è fuggito sulla costa, ad Aden per preparare una guerra civile contro il nord; e da ieri lo Stato islamico ha fatto la sua apparizione con una ferocia tale da immaginare che questo non è che il primo capitolo di una campagna senza fine. Lo Stato islamico ha massacrato gli Houthi ieri a Sana’a perché vuole innescare una guerra civile, vuole scatenare la loro rappresaglia sui sunniti, alla quale fare seguire una nuova strage. Ci sta riuscendo. Poi ci si chiede come ha fatto Benjamin Netanyahu a rimontare i sondaggi alle elezioni israeliane parlando di sicurezza e trascurando l’economia. Obama prometteva il ritiro dall’Afghanistan e ora invece si prepara a tenere almeno diecimila soldati a combattere i talebani almeno per un altro anno – e le due basi più grandi, Kandahar e Jalalabad, non chiuderanno. Aveva celebrato il ritiro dall’Iraq e invece ora è impegnato in operazioni quotidiane in Iraq e anche in Siria – soltanto con gli aerei, per ora, ma non è lo scenario di pace che aveva previsto. La sua linea sul medio oriente sta andando in pezzi. Se non incassa un accordo blindato con l’Iran sul nucleare, cosa resterà dei suoi otto anni?

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