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Le Zes riunite

Con il decreto Sud il governo accentra tutti i poteri per il rilancio del Mezzogiorno

Mariarosaria Marchesano

La riunificazione delle otto Zone economiche speciali (Zes) di cui il Cdm discute oggi smantella il precedente modello e porta il controllo a Palazzo Chigi. Altro che autonomia differenziata

Altro che autonomia differenziata. Il governo Meloni si appresta ad accentrare tutti i poteri per il rilancio economico del Mezzogiorno a Palazzo Chigi, dimostrando che è questione su cui intende avere voce in capitolo e lasciarla il meno possibile nelle mani di autorità locali. Il decreto Sud, che è il primo punto dell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri convocato per oggi, circola ancora in bozza, ma il disegno di accentramento è chiaro e passa attraverso la riunificazione delle otto Zone economiche speciali (Zes) di recente istituite in una grande zona “franca” per gli investimenti produttivi (partirà dal primo gennaio 2024). Il ministro per gli Affari europei e le Politiche di coesione, Raffaele Fitto, ha trattato la questione direttamente con l’Unione europea ottenendo lo scorso luglio un sostanziale via libera, con la raccomandazione di fare attenzione al nodo degli aiuti di stato. E così è andata. Il precedente modello è stato completamente smontato e gli otto commissari che erano stati nominati dal governo Draghi mandati a casa (ma resteranno in carica per garantire il passaggio di consegne). Al loro posto ci saranno una cabina di regia interministeriale e una struttura di “missione” che si occuperà di realizzare il piano strategico della Zes sud, di cui faranno parte Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Molise, Puglia, Sicilia e Sardegna. Tutto, insomma, sarà deciso a Roma e non più sui territori.


Tralasciando lo sconcerto che questo “ribaltone” ha suscitato tra operatori economici e banche, che nelle singole Zes avevano cominciato a portare progetti e finanziamenti privati, quali vantaggi porterà allo sviluppo del Mezzogiorno la nuova ricetta che certamente assicurerà all’esecutivo un controllo pressoché totale dei flussi d’investimento in quest’area del paese? “Sono favorevole alla scelta proprio perché supera finalmente l’idea che lo sviluppo del Mezzogiorno possa avvenire attraverso un livello di decisione locale”, dice al Foglio l’economista Nicola Rossi, che da sempre è molto scettico sulla gestione regionale delle politiche di coesione. “Ha funzionato in tutta Europa tranne che in Italia: ci sarà un motivo. E secondo me è il seguente: i problemi del sud hanno in gran parte una dimensione sovraregionale e, dunque, è insensato affidarne la risoluzione alle regioni, è molto meglio avere una governance concentrata nelle mani del governo, che se ne assume anche la responsabilità politica”. In effetti, che ci sia un forte commitment da parte dell’esecutivo di Giorgia Meloni potrebbe incoraggiare soprattutto gli investitori esteri a puntare su quest’area anche se, per la verità, delle circa 500 domande che negli ultimi mesi sono arrivate, per esempio, alla Zes Campania, molte provengono da fuori Italia

Stefano Firpo, presidente di Assonime, l’associazione che raggruppa le società per azioni italiane, a cui fanno capo le holding del grande capitalismo italiano, si dice invece piuttosto perplesso sulla Zes unica. “Mi sembra che finora le politiche generaliste sul Mezzogiorno non abbiano dato prova di funzionare – afferma – ma attendiamo il test definitivo del decreto su cui ci confronteremo nei prossimi giorni direttamente con il ministro Fitto, anche per capire quali sono a questo punto gli ambiti territoriali su cui è possibile realizzare progetti d’investimento potendo contare su una burocrazia snella e sugli incentivi previsti”. 


Insomma, c’era bisogno di mettere in discussione un modello che stava cominciando a funzionare? Se, come sembra, l’unica ragione per cui è stato fatto è di evitare la proliferazione del potere commissariale locale, nessuno sembra avere messo in conto che tale discontinuità alimenta incertezza e sfiducia tra le imprese. Ma l’altra questione importante è quella che Firpo sintetizza con il “rischio diluizione” per dire che se i fondi stanziati per assicurare il credito d’imposta in quelle che erano aree circoscritte vengono spalmati su tutto il Mezzogiorno potrebbero risultare insufficienti. Si vedrà, nel frattempo la bozza di decreto parla di risorse per 1,5 miliardi all’anno per finanziare gli incentivi fiscali da drenare da fondi di coesione già destinati al Sud. “Una cosa che senz’altro aggiungerei al decreto – conclude Rossi – è garantire a chi investe il pagamento di una tassazione differenziata a seconda della dotazione infrastrutturale delle varie aree. Parlo dell’Ires, naturalmente, che non è giusto che le imprese paghino nella stessa misura anche quando non possono operare in un contesto efficiente”.

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