Foto Ansa

L'audizione

Ora anche Bankitalia smonta l'impianto della riforma fiscale

Oscar Giannino

Via Nazionale si è pronunciata con grande chiarezza sul progetto del governo. Ecco i dubbi espressi per bocca del suo capo economista in audizione alla commissione Finanze della Camera

C’è da sperare che le reazioni di governo e maggioranza non siano analoghe a quelle che Zaia ha riservato alla bozza di parere del servizio di bilancio del Senato – “vorrei proprio sapere chi è questo signore?” – sul disegno di legge Autonomia differenziata. Ma di fronte a Banca d’Italia sicuramente saranno tutti più prudenti. Nell’audizione di oggi alla commissione Finanze della Camera sulla delega fiscale, via Nazionale per bocca del suo capo servizio fiscale, Giacomo Ricotti, si è pronunciata con grande chiarezza. Sposando e rilanciando tutti i dubbi irrisolti che sulla riforma fiscale avete letto su queste colonne all’indomani del suo varo, e che rappresentano un solido pensiero comune alla stragrande maggioranza degli economisti nel nostro paese. Anche Bankitalia è convinta che la parte più apprezzabile e innovativa della delega sia quella dovuta all’apporto diretto del viceministro Maurizio Leo, quella rivolta a drastiche semplificazioni di tutte le fasi del confronto e degli adempimenti tra contribuente e amministrazione. Ma quando si viene invece alle scelte politiche care al governo, allora gli interrogativi sono tutti uno più pesante dell’altro.

Innanzitutto non c’è alcuna stima del minor gettito complessivo e delle relative coperture, tranne che nel caso della finta abolizione Irap per le società di capitale, sostituita con una sovraliquota Ires che rende all’abolizione una beffa. Poi, l’estensione dei regimi di cedolarizzazione Irpef per autonomi e professionisti pone non solo problemi di coperture, ma aggrava l’iniquità orizzontale e verticale dell’Irpef in quanto tale, continuando nell’annoso processo di erosione della sua base imponibile a detrimento dei redditi da lavoro e pensione. In aggiunta, manca una visione complessiva di riequilibrio ai fini della crescita del paese tra le diverse poste di entrate, perché la via proposta da anni di sgravare il prelievo sui fattori produttivi – cioè lavoro e capitali – attraverso misure ordinarie e non effimeri sgravi a tempo, non vede affatto la politica interessata a intervenire, ma piuttosto a innalzare il prelievo su rendite e consumi.

Infine, amarognola amarena in cima alla torta, proprio non si capisce come si possa immaginare un’aliquota unica di prelievo Irpef come obiettivo della delega. Perché in assenza di ogni chiarimento su come ne sarebbe garantita la progressività – cioè di un disegno esplicito su detrazioni e deduzioni a favore delle persone fisiche – e di un preciso quadro di abbattimento delle centinaia di fiscal expenditure vigenti, nonché in assenza di altre fonti aggiuntive di entrata ordinaria, appare ragionevolmente certo che i conti per sostenere il welfare italiano non stanno in piedi. Osservazioni inappuntabili. Il fisco è materia troppo seria per procedere a interventi limitandosi a sventolare bandierine. Il governo ha sempre detto che i dettagli verranno più avanti. Ma a mancare non sono cornicette al margine del disegno. E’ la sostanza stessa dell’impianto su cui si vorrebbe articolare la riforma, che al momento manca di credibile certezza.

Di più su questi argomenti: