(foto di Mauricio Artieda su Unsplash)

la resilienza di un popolo

Bene gli italiani, ora bisogna (ri)fare l'Italia

Stefano Cingolani

Nell’ultimo ventennio, in cui sono vacillati i pilastri dell’Occidente, gli italiani si sono rimboccati le maniche. Il paese non li ha sostenuti abbastanza: per farlo, deve risolvere le crisi strutturali che scuotono il suo modello economico, politico, internazionale

Abbiamo fatto l’Italia ora dobbiamo fare gli italiani”, il detto attribuito a Massimo D’Azeglio e talvolta a Cavour, è diventato un luogo comune che racconta il Risorgimento come rivoluzione incompiuta e rappresenta nella sua semplicità la difficoltà di trasformare in una nazione moderna “un volgo disperso che nome non ha”. Come tutti i luoghi comuni, ha una base di realtà, tuttavia oggi andrebbe rovesciato: gli italiani ci sono, meno divisi di quel che sembra al di là delle impronte indelebili della storia e della cultura, invece va fatta o meglio ri-fatta l’Italia. 

La resilienza degli italiani

Gli italiani si sono rimboccati le maniche nell’ultimo ventennio in cui sono vacillati i pilastri dell’Occidente (l’11 settembre e la guerra asimmetrica del fondamentalismo islamico, la grande crisi finanziaria, l’invasione russa dell’Ucraina e in mezzo niente meno che la peggiore pandemia dalla febbre spagnola del 1915). Gli italiani hanno lavorato pancia a terra per non perdere il loro posto nel mondo dopo l’irrompere della Cina, un dragone, anzi un elefante nella cristalleria del commercio mondiale, e ce l’hanno fatta. L’Italia non li ha sostenuti a sufficienza, al di là dell’emergenza; per farlo dovrebbe risolvere le crisi strutturali che scuotono il suo modello sul triplice terreno: economico, politico, internazionale, diventate più acute dopo il 2011 quando si era sfiorato il default del debito sovrano.

 

La distinzione tra italiani e Italia non è nuova, risale indietro nei secoli, potremmo dire che è stata rappresentata dal dualismo tra la visione di Niccolò Machiavelli e quella di Francesco Guicciardini. In tempi più recenti Ralf Dahrendorf ha incluso l’Italia nei paesi a società civile forte e società politica debole. Un dualismo che si è manifestato anche durante la pandemia. Allo smarrimento delle istituzioni pubbliche, locali e centrali, a scelte ondivaghe e contraddittorie, gli italiani hanno reagito con una disciplina, una serietà e persino serenità di comportamenti che hanno stupito. L’economia è uscita dal tunnel pandemico con una grande spinta, il prodotto interno lordo è aumentato dell’11,7 per cento in un biennio, più di quello mondiale nel suo complesso. Nel 2022 tutte le maggiori economie sono cresciute al netto dell’inflazione meno di quella italiana che, con un 4 per cento in più, ha superato dell’1,8 per cento i livelli pre crisi. Il prodotto interno lordo continua a salire anche se a un passo lento: il governo prevede più 0,9 per cento nel 2023, l’Unione europea lo 0,8 per cento e il Fondo monetario lo 0,6 per cento. Il rapporto tra debito e prodotto lordo è sceso dal 155 al 144,4 per cento. La sostenuta crescita del pil nominale (6,8 per cento) ha contribuito alla netta riduzione del rapporto debito/pil, pari a 5,5 punti percentuali rispetto al 2021. Nel biennio 2021-22 il calo è stato pari a 10,5 punti percentuali, riassorbendo più della metà dell’incremento del debito del 2020 dovuto alla crisi pandemica. L’aumento dei tassi d’interesse deciso per ridurre l’inflazione aumenterà il costo dell’indebitamento, ma senza mettere a rischio la sua sostenibilità. 

 

L’Italia ha superato i tre choc che avrebbero potuto provocare una seria recessione: l’aumento dei prezzi delle materie prime, la crisi del gas (la dipendenza dal metano siberiano è quasi azzerata), l’impatto delle sanzioni alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina. Ciò è avvenuto grazie a una economia che si è dimostrata solida ben al di là delle attese. La manifattura ha più imprese di quella tedesca nonostante, anzi grazie a una intensa ristrutturazione, così che la quota di imprese esportatrici, caratterizzate da più elevata produttività, sul totale è passata dal 20 al 23 per cento. La rivoluzione digitale trasforma anche i servizi. Le banche sono state risanate e hanno incassato utili consistenti. Secondo le indagini dell’Istat e della Banca d’Italia la ricchezza degli italiani in immobili e attività finanziarie resta molto elevata (10.422 miliardi a fine 2021) ed “è cresciuta del 3 per cento in prezzi correnti proseguendo il trend non interrotto dalla pandemia”. Non solo, “gli indici statistici non mostrano né un aumento della diseguaglianza né una scomparsa della classe media”, sottolinea Andrea Brandolini, vice capo del dipartimento economia e statistica della banca centrale.

Un decennio di stagnazione

La resilienza dell’economia e l’energica ripresa sono ancor più rilevanti perché nell’ultimo decennio gli italiani hanno pagato un prezzo molto alto al bailout del 2012 condotto con le proprie forze, anche se favorito dalla svolta nella politica monetaria della Bce. Tra i famigerati Pigs, l’Italia è l’unica a non aver fatto ricorso ad aiuti finanziari europei a differenza da Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda. Il tasso di crescita, crollato di quasi il 3 per cento, ha impiegato quattro anni per tornare allo stesso livello del 2010; solo nel 2017 si è visto uno scatto, pur limitato, senza mai arrivare al 2 per cento, per poi scendere bruscamente, tanto che nel 2019 prima del Covid-19, era di poco superiore allo zero. Se consideriamo la produzione industriale, il gap con i paesi Ocse si è persino allargato: da 87 contro 107 a 85 contro 115. La spesa pubblica primaria (al netto degli interessi) è salita dal 42 al 48 per cento del pil in gran parte per un incremento delle prestazioni sociali, spiazzando la spesa per investimenti i quali passano dal 20 al 17 per cento del pil durante la crisi del 2011-2012 per risalire di appena un punto alla vigilia della pandemia. Il tasso di occupazione tra i 20 e i 64 anni d’età resta dieci punti al di sotto della zona euro e la disoccupazione (8 per cento) è superiore alla media (6,6 per cento). Come conseguenza di questa lunga stagnazione, il reddito pro capite che aveva sfiorato i 29 mila euro annui nel 2007 per poi scendere a 26 mila euro nel 2012, non arriva a 27 mila euro nel 2021, mentre la media dei paesi della zona euro s’aggira sui 31 mila euro. La stagnazione di lungo periodo è fotografata dalla Banca mondiale: nei venti anni che hanno preceduto il Covid l’Italia ha accresciuto il pil dello 0,14 per cento appena, rispetto all’1,29 di Germania, 1,27 degli Stati Uniti, 1,15 del Regno Unito, 0,9 della Francia e 0,86 del Giappone. 

 

Su tutte queste cifre, elaborate dal Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica, su dati Istat, Eurostat, Commissione europea, Fondo monetario internazionale, incombe il calo della popolazione che restringe il capitale umano. Il 2022 ha segnato un record negativo con appena 400 mila nascite. All’inizio del nuovo secolo gli abitanti erano 56 milioni con un crescita costante dal 1861 in poi, rallentata, ma non invertita dalle due guerre mondiali. Poi si è arrivati al tetto massimo di 61 milioni soprattutto grazie alla stabilizzazione degli immigrati. Secondo le stime si tornerà allo stesso livello del 2001 entro la fine di questo decennio, a meno di non aprire le porte ai migranti per motivi economici. Gli esperti dell’Istat proiettano tre scenari, il più basso raggiunge i 42 milioni nel 2060. Un paese in ristagno economico e in caduta demografica richiede riforme radicali, gli italiani hanno bisogno dell’Italia. 

La debolezza della politica

La stabilità politica è senza dubbio una condizione necessaria. Il decennio scorso è stato dominato da continui sussulti e sbandamenti. Sette governi, due dei quali guidati da tecnici, maggioranze di centro-sinistra, di centro-destra, di unità nazionale, di destra-centro: Mario Monti, Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni, Giuseppe Conte con il M5s e la Lega (governo giallo-verde), di nuovo Conte con il M5S e il Pd (governo giallo-rosso), ora Giorgia Meloni alla guida della coalizione più a destra nella storia della Repubblica con Fratelli d’Italia primo partito (26 per cento), seguito dalla Lega (8,9 per cento) e da Forza Italia (8 per cento). L’alleanza di centrodestra nel suo insieme ha ottenuto il 44,27 per cento, ha una maggioranza in entrambe i rami del Parlamento, anche se più consistente alla Camera dei deputati.

 

Tre elezioni politiche generali, con una partecipazione al voto sempre in discesa, hanno cambiato ogni volta gli equilibri politici, un referendum costituzionale nel 2016 ha bocciato la riforma del Parlamento con un effetto dirompente perché ha provocato la caduta del gabinetto Renzi. Ora l’attuale maggioranza vuole arrivare a una repubblica presidenziale entro la fine della legislatura. Parafrasando la vecchia battuta di Henry Kissinger, se in Europa non c’è un numero solo da chiamare al telefono nei momenti difficili, in Italia il telefono continua a cambiare, e tutto cambia: numero, gestore, utente. 

 

Ogni partito parla di riforme, ma chi ha riformato ha pagato un prezzo politico spesso esiziale, come dimostra il caso del Jobs Act: con il suo contributo determinante, è stato creato un milione e 270 mila posti di lavoro durante i governi Renzi-Gentiloni più un milione e 24 mila durante il governo Draghi; oltre la metà con contratti a tempo indeterminato. Eppure sono sotto accusa proprio i leader politici e i partiti che hanno reso più dinamico il mercato del lavoro. II Piano nazionale di ripresa e resilienza che stanzia 191,5 miliardi di euro – 68,9 miliardi sono sovvenzioni a fondo perduto e 122,6 miliardi come prestiti, ai quali s’aggiungono altri 30,6 miliardi di risorse nazionali – viene presentato come la grande occasione per costruire una moderna rete infrastrutturale e per riformare i pilastri dello stato: giustizia, fisco, burocrazia, concorrenza nell’utilizzo di beni pubblici. Tuttavia, proprio le riforme sono incagliate, mentre sono sorti seri dubbi sulla capacità di trasformare i progetti in realizzazioni concrete nei tempi stabiliti e con i costi previsti. L’inflazione e i ritardi della pubblica amministrazione sono i due ostacoli principali.

Il vizio di fondo del modello industriale

Il paradigma degli anni 60 basato su una competizione consociativa tra una forte industria pubblica e una grande industria privata, è saltato tra gli anni 70 e 80 lasciando spazio al piccolo è bello. Sono nati i distretti, è sorto il “quarto capitalismo”, basato sulle “nicchie di eccellenza”. A bordo di questi vascelli corsari gli italiani hanno navigato nei sette mari della globalizzazione. Adesso tutto questo non funziona più. 

 

Il difetto della industrializzazione italiana era evidente già da tempo. Nel recensire il libro di Rodolfo Morandi “Storia della grande industria in Italia”, Antonio De Viti De Marco scrisse nel 1932 (anonimamente) sulla Riforma sociale di Luigi Einaudi, di aver “sottovalutato che una gran parte dell’attività della Destra storica da Cavour al 1876 fu dedicata a creare le condizioni tecniche generali in cui una grande industria fosse possibile e un grande capitalismo si potesse diffondere e prosperare”. Con Crispi e la Sinistra arriva “la fabbricazione dei fabbricanti”. Nello stesso anno Attilio Cabiati sottolineava “il vizio fondamentale della vita economica italiana: la creazione e il mantenimento di una impalcatura industriale troppo superiore sia alla rapidità di formazione del risparmio nel paese, che alla capacità assorbimento dei consumatori interni: vivente quindi per una parte cospicua solo per la forza del protezionismo e di aiuti statali di varie forme… senza riflettere che, a mano a mano che non dipendevamo dall’estero per i prodotti, si rimaneva sempre più dipendenti per il capitale”. 

 

Nella ricostruzione postbellica la grande industria, sovvenzionata dal piano Marshall e poi dallo stato, ha dato una spinta fondamentale, ma dagli anni 60 è riemerso l’antico vizio. Le “cattedrali nel deserto” sono immagini di un industrialismo assistito, imprese nate e morte per sfruttare i denari dei contribuenti. Oggi non si può più parlare di una carenza di risparmio nazionale, però esso è assorbito o dalle proprietà immobiliari o dal finanziamento del debito pubblico detenuto per la maggior parte dalla Banca d’Italia per conto della Bce e da cittadini italiani attraverso le banche.

Dal gigantismo al nanismo

Il modello che si è affermato dagli anni 80 in poi, quello basato sulla economia sommersa e l’industria diffusa, ha riequilibrato il gigantismo, potenziando il nanismo, così da un difetto si è passati a quello opposto. La piccola e media industria organizzata in distretti produttivi il cui valore aggiunto è basato su molte “nicchie d’eccellenza”, ha consentito all’Italia di non rimanere schiacciata dai nuovi equilibri sui mercati mondiali e in quello europeo, ma già dal primo decennio del nuovo secolo ha mostrato di non bastare. Troppo pochi cespugli, per usare la terminologia del Censis, sono diventati querce robuste. La carenza di grandi gruppi industriali, soprattutto privati, di “campioni nazionali” competitivi non solo con i colossi cinesi, ma con le multinazionali occidentali che hanno una taglia enormemente superiore, provoca una cronica debolezza di investimenti produttivi e molto spesso un ritardo nell’innovazione, cioè nella trasmissione delle nuove tecnologie all’insieme del sistema economico.

La transizione ecologica e il cambio di paradigma nel commercio mondiale offrono nuove chance, tuttavia la globalizzazione frantumata in “placche tettoniche”, il reshoring, il neo protezionismo, tutto questo rimescolamento in atto renderà più forte chi ha già un notevole volume di fuoco e possiede armi economiche di “distruzione tecnologica di massa”. 

 

Ma attenti a farsi prendere la mano dalla lamentela, l’economia italiana non è più quella di un tempo e non è ancora quella che dovrebbe essere, però può contare su alcuni asset importanti. La filiera produttiva più corta è un vantaggio in questa fase di ripensamento del mercato mondiale: rende più agevole sia il re-shoring sia la “globalization among neighbors and friends”. E l’Italia possiede eccellenze di valore internazionale. Nell’energia, l’Eni e l’Enel, nella difesa Leonardo, nelle costruzioni Webuild, nella componentistica Brembo, nel food la Ferrero, nella finanza Unicredit, Intesa, le Assicurazioni Generali, nella moda Armani e Prada, solo per citare i più grandi. Ma proprio la moda mette in luce la debolezza di una struttura industriale basata su straordinari solisti e nessuna strategia sistemica. Ci sono Armani e Prada, non c’è LVMH. Ci sono gli italiani, manca ancora l’Italia.

Coerenza in politica estera

Il terzo pilastro da ricostruire riguarda la collocazione internazionale. Europeismo e atlantismo, arabi e israeliani, Nord Africa e Balcani, Russia e Cina. L’Italia è apparsa spesso oscillante, incerta, tra la voglia di consenso, il desiderio di svolgere un ruolo anche al di sopra delle proprie forze concrete, la tentazione di cuocere il pane italico non solo in due, ma in più forni, ha indebolito non solo l’immagine, ma la consistenza e l’affidabilità dei governi. La politica estera richiede continuità, la diplomazia è l’arte delle mediazioni e delle sfumature, ma pur sempre lungo una strada chiara e durevole. La politica del “ma anche” non funziona. L’invasione russa dell’Ucraina ha costretto a scegliere, bon gré mal gré, tuttavia quella sindrome non è scomparsa e ancor oggi si sente dire: Zelensky, ma anche Putin. Lo stravolgimento degli equilibri mondiali ha reso più acuta ed evidente la debolezza politica dell’Italia, fino a sfiorare una crisi d’identità. La collocazione geografica del “paese dove crescono i limoni” come l’ha chiamato Johann Wolfgang von Goethe, porta con sé una proiezione mediterranea soprattutto verso l’area balcanica a est e il Nord Africa a sud. Finora questa “vocazione naturale” non si è tradotta in una vera strategia di politica estera, ancor più importante per affrontare “l’onda migratoria”. Il governo Meloni vuole colmare in parte la lacuna con quello che ha chiamato “piano Mattei per l’Africa”, coinvolgendo i singoli paesi in un insieme di accordi economici basati su uno scambio più equo che comprenda sia le risorse materiali sia il capitale umano.
 “Tutta l’attività di un paese può essere giudicata solo in rapporto al mercato internazionale”, scriveva un Antonio Gramsci non ancora comunista:  era apparso chiaro a chi analizzava l’Italia già cent’anni fa, in particolare tra gli economisti e i politologi liberali, oggi è un truismo. Lo sanno gli italiani che continuano a viaggiare per il mondo con la loro valigia di pelle non più di cartone, ma sempre piena di campionari. Lo sanno i politici chiamati a ri-fare l’Italia? “Sappiate che chi governa a caso si ritrova alla fine a caso”, scriveva nei suoi “Ricordi” Guicciardini il quale in fondo era solo più disilluso di Machiavelli secondo il quale la virtù può prevalere sulla fortuna.

Di più su questi argomenti: