La rete di Grillo? Guai

Carlo Stagnaro

Il comico propone la statalizzazione di Tim e la fine di OpenFiber. Perché è un pessimo segnale agli investitori

L’assassino torna sempre sul luogo del delitto. Allo stesso modo, Beppe Grillo ieri ha dedicato un lungo post del suo blog alla complessa vicenda di Tim, invocandone la nazionalizzazione con l’obiettivo di raccogliere sotto il suo controllo tutte le infrastrutture di telecomunicazione. L’intervento si presta a diverse chiavi di lettura. La prima è ovvia: il Garante del Movimento 5 stelle torna in politica e lo fa nel modo più rumoroso. Un secondo piano è quello delle nomine: chiamando “fallimentare” l’operazione Open Fiber e chiedendo la testa dell’ad, Elisabetta Ripa, Grillo rivendica una poltrona che, nei prossimi mesi, potrebbe essere al crocevia di decisioni importanti. Di più: promuove la Cassa depositi e prestiti ad architrave della sua nuova politica economica. Poi, però, c’è il piano della sostanza. E qui il ragionamento collassa.

 

Grillo prende le mosse da un maldestro tentativo di revisionismo: scrive infatti che “nel nome del libero mercato il governo Renzi aveva legittimato Enel, azienda completamente estranea al mercato delle Tlc, a investire insieme a Cassa depositi e prestiti nel nuovo operatore Open Fiber”. E’ curioso appiccicare lo stigma del mercatismo a un’operazione voluta dal governo, attuata attraverso soggetti pubblici (Cdp) o a controllo pubblico (Enel), e interamente finanziata a spese dei contribuenti. Al netto delle curiose opinioni sul passato, Grillo dice che l’obiettivo dovrebbe essere quello di riunificare la rete in pancia a Tim, dopo aver sgomberato il campo dagli odiati francesi. 

 

Come? Prima facendo salire la Cdp dall’attuale 10 al 25 per cento dell’azionariato, in modo tale da scavalcare Vivendi come primo azionista, e poi “dalla posizione di forza di Cdp, proporre ai francesi di vendere”. Grillo sembra ignaro che, raggiunta tale percentuale, scatterebbe l’obbligo di Opa. Al di là di questo, il punto è che, nella testa del fondatore del M5s, è un’offerta che Vincent Bolloré non potrebbe rifiutare: una forzatura analoga a quanto il governo sta facendo con Ilva e Autostrade (si veda l’articolo di Stefano Cingolani). Una volta espugnata la cittadella, comunque, Grillo vede la strada sgombra per “avviare la creazione di un’unica società integrata Rete mobile, 5G, banda ultralarga”.

 

Proprio mentre Giorgio Gori prova a scuotere il Pd per risvegliarne la coscienza riformista, Grillo evoca l’istinto statalista più belluino del M5s e il premier, Giuseppe Conte, chiosa “bella idea”. Questo suscita diverse domande. Per molto tempo dopo la privatizzazione di Telecom si è cercato di architettare un modo per estrarre la rete dall’azienda e consegnarla nelle mani dello stato: Grillo si schiera in modo aggressivo a favore di tale prospettiva. Esprime la posizione dei pentastellati? E che ne pensano gli alleati del Pd e di Italia viva? In particolare, essi dovrebbero pronunciarsi sull’aspetto più controverso del piano. Se ci si limitasse a ragionare sulla rete fissa, in fondo, non ci sarebbe nulla di nuovo. Gli argomenti sulla duplicazione dei costi sono noti e non sono banali, ancorché non del tutto convincenti. Ma l’ex comico si spinge oltre e vorrebbe catturare anche la rete mobile e il 5G. Dimenticando che queste ultime non hanno alcuna caratteristica del monopolio naturale, tant’è che le relative infrastrutture e frequenze sono assegnate a una pluralità di operatori privati che, ovviamente, hanno pagato per averle e pagano per mantenerle. Semmai, c’è il rischio che simili dichiarazioni improvvide riducano la propensione degli operatori a investire. Tra l’altro, proprio sul 5G servirebbe che l’ex comico esercitasse la sua moral suasion. Gli operatori si sono aggiudicati le frequenze a un prezzo che – col senno di poi – molti ritengono eccessivo, e ciò nonostante fioccano le ordinanze dei comuni per impedire l’installazione delle antenne. Anche volendo concedere allo stato imprenditore il beneficio del dubbio, è assai improbabile che un moloch pubblico riuscirebbe a persuadere i sindaci a ritirare i loro veti. Per raggiungere questo risultato serve semmai un forte commitment politico, che – per essere credibile – deve essere anche scevro da conflitti di interessi: lo stato promuove il 5G perché rappresenta un’opportunità di progresso, non perché si tratta di un business per le “sue” imprese.

 

Il post di Grillo si conclude con una riga sibillina: “Per questo progetto, il ceo di Cdp Fabrizio Palermo, è pronto a spiegarne i dettagli?”. Se il progetto è di Grillo, come può Palermo conoscerne i dettagli? Se invece è di Palermo, come mai viene anticipato sul blog di Grillo?