Così la pandemia rischia di uccidere anche il mondo delle start up

Barbara D'Amico

Le imprese innovative chiedono al governo misure immediate di sostegno per far fronte all’emergenza

Una. E’ il numero di volte cui l’espressione “start-up innovativa” compare nel decreto Cura Italia, sintomo di una scarsa attenzione alle esigenze di un comparto che - stando ai dati del registro delle imprese innovative - solo otto mesi fa contava 10.426 aziende ad alto potenziale, ora a rischio di non avere liquidità né futuro per colpa dell’impatto dell’emergenza sanitaria legata al coronavirus.

 

Una contraddizione proprio ora che, stando alla lettera del provvedimento, anche le aziende innovative possono partecipare alla fornitura di servizi digitali alla pubblica amministrazione, come quelli necessari allo smart-working, con un procedimento di gara più accessibile. Il problema, dunque, è mantenere in vita proprio quelle fucine di tecnologia e innovazione che ora l’Italia chiede per restare a galla. Quel pugno di oltre diecimila giovani imprese, infatti, nasconde un indotto qualitativamente strategico, composto da incubatori, scuole di formazione, centri di ricerca e sviluppo, fondi di investimento.

 

 

Anche per questo le associazioni di categoria, a partire da quelle che rappresentano i fondi venture capital, in questi giorni stanno pubblicando manifesti e proposte che sperano siano inserite nel prossimo decreto economico allo studio del governo, il cosiddetto decreto aprile. VC Hub, associazione che raggruppa i principali Venture capital italiani - ma le richieste al mondo politico sono trasversali e riguardano anche Confindustria digitale e voci dell’intero ecosistema start-up - ne ha riassunte alcune in una pagina online con tanto di appello.

 

Per cominciare, si chiede l’estensione di alcune norme del decreto Cura Italia alle imprese innovative, come il diritto di sospendere i versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria o la sospensione degli adempimenti o versamenti fiscali e contributivi (quest’ultima ora attivabile solo se si fatturano meno di 2 milioni di euro l’anno). Possibile che l’esecutivo non abbia adattato subito queste norme alla particolare struttura delle neo-imprese tecnologiche, che magari fatturano anche più di 2 milioni ma sono ancora in fase di crescita? La risposta è in parte insita nell’emergenza stessa: operando in velocità il governo ha cercato di tamponare con una garza le emorragie più gravi per l’economia. Ma ora i vari pazienti vanno operati e salvati.

 

 

“Le misure del decreto Cura Italia non bastano per sostenere questo ecosistema”, conferma al Foglio Mattia Mor, imprenditore e deputato di Italia viva che insieme a Luca Carabetta (M5s) e Gian Paolo Manzella (Pd) sta analizzando le richieste delle associazioni di categoria da traghettare in Parlamento.  “Le proposte sono state depositate al ministero dello Sviluppo economico. Le start-up innovative sono l’ossatura dell’economia del futuro, ecco perché bisogna intervenire adesso”. Dove “intervenire” significa dotare le giovani imprese di liquidità d’emergenza, un asset di cui una start-up raramente è fornita visto che nei primi anni di crescita investe tutto in ricerca, sviluppo e conquista del mercato.

 

Tra le misure sul piatto, spunta la possibilità di fare investimenti garantiti o la deduzione fiscale dell’intero investimento fatto per acquisire il 100% di una start-up innovativa. Misure, dunque, che dovrebbero sbloccare i finanziamenti privati. Qualcuno potrebbe obiettare: ma non esistono i fondi di venture capital e i business angels apposta per iniettare liquidità? Non proprio.  “Gli investimenti, in condizioni normali, dipendono molto dal clima di fiducia e dalle prospettive di crescita di mercato”, spiega al Foglio Fausto Boni, general partner di uno dei principali fondi venture italiani, 360 Capital Partners, e presidente di VC Hub. “Questo non vuol dire che le attività di investimento si siano fermate, noi come 360 capital partner abbiamo appena chiuso tre  accordi, ma ogni fondo in genere finanzia le aziende per 12-18 mesi dopodiché subentrano nuovi investitori. Se siamo in una situazione dove il flusso di fondi si asciuga un po’ questo fatto mette anche in difficoltà gli azionisti precedenti”. Un quadro che spiega come mai gli investitori professionali puntino a sbloccare altre linee di approvvigionamento. “Come fondi vc abbiamo fatto i conti ciascuno con il suo portafoglio - continua Boni -  e abbiamo un quadro abbastanza chiaro di quanto sarà il buco creato dalle aziende sottostanti”.

 

L’Italia, inoltre, sconta ancora una scarsa propensione all’investimento di rischio - abbiamo le dotazioni più basse a livello mondiale per poter sostenere lo sviluppo di imprese innovative tramite fondi e incubatori. Fatto confermato dall’esigenza, un anno fa, di creare un Fondo per l’innovazione - voluto dal Movimento 5 Stelle - dotandolo di 1 miliardo di euro. Soldi che, però, non possono ora essere destinati alle imprese in difficoltà.

 

“Quel miliardo è già allocato, il cda aveva già sviluppato una strategia per gli investimenti che non possono ora essere distratti”, spiega al Foglio Luca Carabetta, responsabile innovazione del M5s. “Il fondo però è autonomo e quindi ci siamo chiesti se non sia possibile attivare, nella sua gestione, nuove linee per intervenire in questo momento di difficoltà. E’ solo una delle proposte possibili, anche perché quelle poste dalle associazioni di categoria dovranno essere vagliate dal Parlamento e adattate al nostro ordinamento”. In Francia, ad esempio, pochi giorni dopo l’adozione dei provvedimenti più restrittivi, le start-up hanno potuto contare su una dotazione di oltre 4 miliardi stanziata dal governo appositamente per far fronte all’emergenza. Una misura reattiva, ma pur sempre decisa all’interno di un piano industriale che già da anni contempla le start-up come infrastrutture essenziali per  la crescita economica del paese. In Italia, invece, sarà l’emergenza a far nascere, se non un piano industriale, almeno un piano di sostegno di brevissimo periodo. Per il futuro, poi, si vedrà.

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