Perché il governo non deve aver paura della parola “condizionalità”

Veronica De Romanis

Conte prima invoca il Mes, poi ci ripensa, contratta con l’Europa ma perde di vista l’unica exit strategy. L’esempio di Rajoy

Nessuno vuole il Meccanismo europeo di Stabilità (Mes, più conosciuto come Fondo Salva Stati). I motivi sono i più disparati. La leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni ha dichiarato al Foglio che “non mi fido del Mes e che se qualcuno pensa di applicare all’Italia una ricetta greca si sbaglia” (nel primo salvataggio greco il Mes non è stato utilizzato perché non esisteva). Il capo della Lega Matteo Salvini considera che poi “arriva la Troika” (la Troika, però, non può arrivare perché non esiste più). Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha spiegato al Corriere della Sera che con il Mes si crea “più debito” (anche con il decreto varato a marzo e da lui approvato in Consiglio dei ministri si crea più debito). Il premier Conte è diventato un convinto oppositore del Mes da poche ore. Solo tre giorni fa dichiarava che bisognava “utilizzare tutta la potenza di fuoco del Mes”. Al Consiglio europeo, invece, ha spiegato che l’Italia “non ha bisogno di aiuti”.

 

L’avversione contro il Fondo Salva Stati non è certo nuova. Lo scorso anno, il governo e l’opposizione hanno passato mesi a dibattere sulle riforma del Mes che veniva dipinta come il peggiore dei mali dimenticandosi, in primo luogo, che la suddetta riforma era stata negoziata dal Conte 1, ossia dello stesso premier e dallo stesso azionista di maggioranza del Conte2, e, in secondo luogo, che la riforma non apportava cambiamenti significativi se non maggiori tutele ai paesi creditori quale è l’Italia. La principale accusa mossa al Mes era quella di obbligare l’Italia a ristrutturare il proprio debito. Eppure, sarebbe bastato leggere (anche velocemente) la bozza della riforma per accorgersi che la parola “ristrutturazione” non era neanche inclusa nel testo. Questa pagina desolante della nostra politica è ormai storia passata. La situazione è radicalmente mutata. L’Italia deve affrontare la peggiore crisi dal dopoguerra: non può, certo, permettersi il lusso di un secondo teatrino intorno al Mes. Il paese ha bisogno di una classe politica capace di capire come funzionano gli strumenti europei e, quindi, capace di dire la verità senza far ricorso a facili slogan (“la Germania ci vuole affossare”, l’Europa ci vuole commissariare”) utili solo a prendere qualche like.

 

Il governo deve spiegare che un eventuale ricorso al Mes sarebbe diverso dal passato. Il Mes è stato utilizzato per la prima volta durante il salvataggio della Spagna. L’allora premier Mariano Rajoy chiede 100 miliardi (ne utilizzo solo la metà) per salvare il sistema bancario del suo paese. A fronte di questo prestito, Rajoy firma un Memorandum of Understanding in cui si impegna a rispettare una serie di condizionalità, in particolare l’attuazione di riforme strutturali e di un consolidamento fiscale. L’obiettivo è quello di rimettere in piedi l’economia, riprendere a crescere così da poter rimborsare il debito ai creditori europei tra cui anche i cittadini italiani. Questo meccanismo è stato disegnato per le economie europee colpite da uno shock asimmetrico. Il coronavirus è uno shock simmetrico, che colpisce tutti. Un paese che – oggi – facesse ricorso al Mes non avrebbe “la Troika in casa”. E’ chiaro che qualche forma di condizionalità deve essere prevista perché i fondi del Mes sono prestiti, non regali. A questo proposito, il governo dovrebbe muoversi su due piani. In sede europea dovrebbe negoziare condizionalità leggere e ex-post. A casa, dovrebbe chiarire che queste condizionalità riguardano ambiti di azione su cui lo stesso governo aveva promesso di voler intervenire come la realizzazione della riforma della pubblica amministrazione (mai come in questo momento necessaria), della scuola, della sanità e il rafforzamento di investimenti in infrastrutture e ricerca e sviluppo. Cose ben note ma mai attuate. Il premier Conte, invece, ha preferito chiudere le porte.