Globalizzazione e pandemia

“Il virus ci dà l'opportunità di fare l'Europa. E il Mes va attivato subito”

Salvatore Merlo

Intervista a Franco Bernabè. “I vincoli di bilancio ritorneranno, se non ci sarà più integrazione politica. Ci vuole coraggio”

Roma. “Sono saltati i vincoli di bilancio, le regole sugli aiuti di stato. Bene”, dice. “Ma guardate che se non si apre una stagione di rilancio dell’integrazione europea, allora quei numeri tornano”, avverte. “E anche peggio di prima”, aggiunge. “Caduti i numerini bisognerebbe passare a un meccanismo politico, che nel tempo dia all’Europa una forma da democrazia liberale compiuta. Dando probabilmente anche un ruolo diverso al Parlamento europeo. E’ un concetto difficile da far passare, me ne rendo conto. Perché per gli stati nazionali implicherebbe un’ulteriore perdita di sovranità. Ed è la ragione per la quale negli ultimi settant’anni si è proceduto a fatica su questa strada. Ma la situazione di caos dovuta all’epidemia di coronavirus potrebbe anche produrre novità, un avanzamento. Ci vuole però una leadership capace di vedere lontano, bisogna vedere cosa succede in Germania. Solo la Germania può proporre e creare consenso attorno a un’idea del genere. Capiremo nei prossimi mesi e anni. Ma l’alternativa è tremenda. E’ il ritorno dei vincoli in un contesto di devastazione economica. Un dramma simile all’interregno tra le due guerre mondiali. Questo è lo scenario. Economie chiuse e crollo di tutto quello che è stato fatto in settant’anni di pace. Non c’è da augurarselo”.

 

Banchiere, finanziere, manager, ex amministratore delegato di Telecom, ex vicepresidente di banca Rothschild, membro del Gruppo Bilderberg, consigliere d’amministrazione di una miriade di cose, Franco Bernabè esprime il pessimismo (o l’ottimismo) della realtà. E offre uno sguardo largo su quanto succede in questi giorni virali. L’Europa che prima barcolla e poi dà l’idea di un colpo di reni. Gli Stati Uniti di Donald Trump che vanno per i fatti loro. L’Italia che rischia di ricevere una botta devastante in termini economici, e per questo è sull’Europa che deve scommettere. E infine la miriade di suggestioni e meccanismi che si sono messi in moto, in maniera per adesso confusa eppure promettente: la Bce, il Mes, il fascino incantato degli Eurobond. “Ognuno la spara come gli viene in mente”, dice Bernabè. “C’è una grande confusione tra provvedimenti che non richiedono modifiche di assetti istituzionali e si possono fare subito, come gli acquisti della Bce o il Mes, e altre cose che invece richiedono tempo, dispiego di strumenti tecnici che vanno inventati. Gli Eurobond non si fanno dalla sera alla mattina. Chi li emette? Come? Con quali linee di credito? E’ una cosa che richiede parecchi mesi, forse un anno. Ci sono interventi di breve periodo, di medio periodo e di lungo periodo. Mescolare tutto può provocare un pericoloso strabismo”.

 

La questione fondamentale, a mio avviso, per l’Italia è non perdere tempo ed energie adesso in discussioni che riguardano temi complessi come gli Eurobond”, dice Franco Bernabè. “Bisogna piuttosto muoversi velocemente su quello che si può fare facendo leva sugli istituti che già esistono come il Mes, il Fondo salva stati. Si può attivare senza accordi particolari e senza interventi normativi. Però non bisogna perdere tempo perché l’economia è ferma e ha bisogno di sostegno”.

 

Dicono che sia pericoloso il Mes, che implichi condizioni socialmente inaccettabili in Italia. “Quella cosa che tutti citano, la Troika e le misure da introdurre per accedere ai fondi, varrebbe nel caso d’uno choc asimmetrico, cioè di una crisi che stia aggredendo un solo paese. Ma il coronavirus aggredisce tutti allo stesso modo. Lo choc è simmetrico. Dunque non c’è più un problema di condizionalità. E i famosi 500 miliardi di euro possono essere erogati con procedure molto leggere. Allora, poiché in questi casi la tempestività è tutto, il Mes va attivato. Senza perdere tempo. Quei soldi servono”.

 

E gli Eurobond? “Sono importanti, ma sono un intervento di medio periodo. Il negoziato va messo in campo, certo, sapendo però che parliamo di nove o dodici mesi. Ma a valle di tutto questo, se permettete, c’è un problema di sistema generale: qual è l’assetto dell’economia mondiale? Funziona? Il coronavirus ha messo in evidenza le debolezze della globalizzazione, ha reso chiarissimi i limiti delle catene di rifornimento industriale”.

 

Che significa? “Nessuno produce più un oggetto avendo una catena di fornitura tutta concentrata nelle vicinanze. Quindi se poi arriva un virus pandemico, e saltano le produzioni all’estero, anche le produzioni interne si fermano. Esemplare è la vicenda delle mascherine, che poiché costavano poco e sono una produzione a bassissimo valore aggiunto sono tutte state delocalizzate. Fino a oggi la teoria è stata che aprendo il commercio internazionale i problemi si sarebbero risolti da sé. Ma non è stato così. E allora per questo dico che il coronavirus può paradossalmente produrre degli effetti positivi. Sull’Europa e sul mondo. A patto che ci sia una volontà politica espressa da una leadership coraggiosa, visionaria e capace. Qua bisogna rinegoziare e ripensare”.

  

Le regole del commercio internazionale vanno riscritte, così come l’impianto che regge l’Unione europea? “Sia nei meccanismi che regolano il commercio internazionale sia negli istituti che governano l’Unione europea c’è l’idea che l’economia si possa guidare da sola con regole automatiche. E che non ci sia bisogno di una leadership politica che faccia delle scelte e dia degli indirizzi. Da questo, come dicevo prima, deriva, in Europa, l’idea di affidarsi a dei parametri tecnici, come il famoso vincolo di bilancio al 3 per cento. Quel vincolo è il risultato di una scelta e di un’idea, quella che non sia necessaria una leadership politica capace di determinare scelte e indirizzi. Lo stesso a suo modo vale per il commercio internazionale, dove l’idea del mercato che si regola da solo ha provocato meccanismi di delocalizzazione che sono spesso asimmetrici e fragilissimi come ha dimostrato il coronavirus. Il problema adesso è: se ne discuterà di tutto questo all’interno di un quadro di negoziazione internazionale come negli anni Settanta con il Kennedy Round o ognuno farà per conto suo come sta facendo Trump? Ci vuole una cosa che impedisca che ciascuno vada per conto proprio. Altrimenti l’Italia, si badi, sarà certamente tra i più penalizzati. Le nostre aziende sono piccole, non hanno la forza per imporsi. Basta guardare cosa sta succedendo già ora con i dazi americani. E per le dinamiche europee non è un discorso così diverso: l’Europa saprà sostituire i ‘parametri’ e i ‘numeretti’, che in questi giorni sembrano saltare, dotandosi di un meccanismo di legittimità democratica che giustifichi delle scelte inevitabilmente, ontologicamente arbitrarie? Rinunciare alla logica del 3 per cento significa che c’è un politico legittimato da un Parlamento che decide. Nella storia dell’umanità le decisioni e le scelte non sono mai state dettate da leggi fisiche o di natura. Ma sono sempre nate da dinamiche sociali e da rapporti internazionali. Il pilota automatico porta, specie in condizioni di difficoltà come quelle attuali, a sfracellarsi”.

 

Insomma deve tornare la politica. “E leadership capaci di dare un indirizzo e creare consenso intorno a un progetto”. In Europa c’è la Germania. Leader riluttante. “Problema complicato. La Germania è l’unico paese che può avanzare una proposta di questo genere. Che può spingere all’integrazione politica. Non pretendendo di condizionare gli altri ai propri interessi, ma mettendo generosamente a disposizione la sua forza economica come avevano fatto gli Stati Uniti nel ’44. Bretton Woods fu un esercizio di generosità e di leadership da parte degli americani”.

 

Sì, però, scusi la banalità: i tedeschi non sono americani. “E’ vero. Ma non esiste nessun altro paese europeo, all’infuori della Germania, che ha la forza, l’autorevolezza e le risorse per fare un’operazione del genere. Certo poi ci vuole un leader che questa cosa in Germania la proponga, con quella energia che un tempo aveva Adenauer. Se queste individualità in Germania non esistono, allora dobbiamo guardare al futuro con preoccupazione. Perché non saranno né l’Italia né la Francia ad avanzare una proposta del genere. Non ne hanno la forza”. E allora tornano i numeretti. “Molto peggio”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, giornalista. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.